Testo di – DANIELE CAPUZZI

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È critico per le istituzioni musicali avere nel proprio organico degli artisti che sappiano anche comprendere le problematiche economiche che deve affrontare ogni azienda. Intervistiamo così Christian Frattima, direttore d’orchestra e fondatore, insieme ai suoi giovani colleghi, dell’associazione culturale Coin du Roi, di cui già parlammo a proposito della messa in scena del Serse di Händel. A breve sarà ancora sul podio per il secondo titolo della stagione, Apollo et Hyacinthus di Mozart, che per l’occasione sarà presentato in forma scenica, filologica e con l’orchestra accordata a 430 Hz, come mai prima è avvenuto in Italia. Noi saremo in sala al Teatro Litta il 16 ottobre, vi invitiamo a partecipare a questo evento raro insieme a noi.

 

Foto 1 Christian Frattima – Dialogo fra management e musica

 

Lei si è diplomato in violino in Italia, poi ha studiato direzione in Lituania. Perché ha preferito cominciare la sua carriera da direttore nell’Est europeo piuttosto che in Occidente, in particolare in Italia? Di cosa fa tesoro di questa esperienza?

In realtà ho iniziato a studiare direzione con Ennio Nicotra in Italia, poi in Bulgaria con Pavlov ed in Russia con Klas. In Lituania sono approdato successivamente ad un concorso durante il quale fui notato da J. Domarkas, bravissimo direttore emerito della Filarmonica Lituana. Nello stato ex-sovietico ho studiato il terzo livello di direzione d’orchestra, inesistente in Italia, e lavorato come direttore d’orchestra ed artistico. La carriera direttoriale è quindi iniziata nell’Est europeo fortuitamente, non per scelta di campo, e posso dire di conservare un ottimo ricordo degli anni passati nei paesi baltici, ritengo che il livello musicale sia molto alto, soprattutto parlando di musica sinfonica e di strumenti ad arco: la professionalità, l’attitudine al lavoro ed allo studio dei musicisti di quei paesi è difficile da trovare in Italia e nell’Europa meridionale in genere.

 

Il pubblico è spesso affascinato, a volte potremmo dire anche distratto, dai sinuosi movimenti del direttore d’orchestra. Questi vengono declinati in base al repertorio, sia esso più antico ovvero più recente? Lei ha elaborato un archivio personale di gesti che differiscono in base al repertorio che affronta?

Su questo argomento vi è una mia pubblicazione in lingua inglese di qualche anno fa. [Physical, Psychological And Mathematical Aspects In The Formation Of A Music Leader: The Aim Of Conducting In The Third Millennium ndr]

In generale ogni direttore d’orchestra sviluppa, in base ad attitudini psicomotorie ed alla propria percezione del suono, una tavolozza di gesti e posture, un sistema tecnico che può essere più o meno comprensibile, espressivo od incisivo. A cambiare da un repertorio all’altro, più che il gesto è il «dosaggio» del bagaglio direttoriale stesso. Per intenderci, Kleiber non era solito variare il suo carnet di movimenti a seconda che interpretasse la “Praga” di Mozart o la Quarta [sinfonia ndr] di Brahms, a mutare era l’economia delle risorse tecniche e fisiche applicate all’uno o all’altro stile. E’ opportuno infatti precisare che con organici piccoli e di matrice cameristica, il direttore per ovvie ragioni può permettersi di curare meno l’assieme e più il fraseggio, lo stile, il dettaglio musicale, laddove la via maestra dirigendo grandi orchestre sinfoniche è invece la chiarezza assoluta, ritmica ed agogica. Nel primo caso, il risultato direttoriale apparirà visibilmente più fantasioso, meno inquadrato, quasi una “meta-direzione”, nel secondo la difficoltà di mettere d’accordo grandi masse farà risultare la direzione più schematica, meno estrosa, più energetica a volte.

 

Cambia l’atmosfera nel golfo mistico e in sala prove quando lavora con un’orchestra i cui componenti sono stati scelti direttamente da Lei, come in Coin du Roi, e un’altra plasmata invece dai predecessori?

Sì, direi di sì. La direzione da «ospite» per convenzione e praticità è molto meno partecipata ed incisiva rispetto alla direzione «stabile». Il fondatore di un’orchestra plasma la sua cora come fosse il demiurgo, imprimendo quindi un suono, un’attitudine ed un approccio molto personali. Il direttore ospite prende invece atto delle caratteristiche dell’orchestra che è chiamato a dirigere e solo in parte può influenzarne la resa e lo stile.

 

Foto 2 Christian Frattima – Dialogo fra management e musica

 

Il primo cartellone di Coin du Roi riporta solo tre titoli, ma sono già chiare le vostre finalità. A livello artistico, che difficoltà comporta la scelta di rappresentare opere “minori”, o meglio, per non svilirle, poco conosciute ed esplorate?

A livello artistico le difficoltà sono più che altro ermeneutiche e di produzione. Ci sono tante scelte da compiere, c’è uno studio più profondo da effettuare ed ovviamente il numero di prove necessarie è molto maggiore rispetto ai titoli repertoriali. A livello di marketing e comunicazione invece le difficoltà sono più concrete, e rendono la scelta di opere inconsuete una missione più che un’opportunità economica. Del resto l’obiettivo di Coin du Roi è quello di riportare alla luce titoli di reale valore musicale, ma ingiustamente desueti. Prego di leggere fra le righe: il nostro non vuole essere il feticismo di chi si ostina a riportare alla luce titoli operistici di dubbio valore solo per irretire una nicchia di «super-specialisti». Noi semplicemente riteniamo che vi siano titoli meritori di visibilità, aldilà di concrezioni e vicende storico-economiche che li hanno estromessi dal canone occidentale, e ci battiamo per riproporli ad un pubblico moderno.

 

Lei ha studiato anche economia, materia in cui ha conseguito una laurea a Roma ed un master all’Università Bocconi di Milano. Forte del suo sapere economico, si è mai trovato in contrasto con le scelte degli amministratori delle istituzioni in cui ha lavorato?

Il sistema di amministrazione degli enti lirico-sinfonici italiani è completamente da rivedere, ma non credo sia questa la sede per parlarne. Vorrei invece soffermarmi sulla totale refrattarietà degli sponsor e delle fondazioni a finanziare la nostra operazione. Mi sono spesso trovato in contrasto con aziende ed istituzioni che intendono un’operazione come la nostra “dal basso potenziale di sviluppo economico e dal ritorno inesistente”. Anche volendo tralasciare l’importanza culturale per la città di Milano, di avere una Kammeroper come le altre maggiori città europee, il moltiplicatore socio-economico di Coin du Roi è altissimo. Da 0 euro di finanziamenti, per il solo allestimento del Serse abbiamo dato lavoro a: 28 orchestrali, 7 cantanti solisti, 8 coristi, 4 tecnici, 1 light-designer, 10 addetti alle scenografie, 3 autisti, 2 compagnie di autonoleggio, 1 imbarcazione per il trasporto fluviale con 2 marinai, 2 camerieri, 2 maschere, 4 facchini, 2 hostess, 2 vigili del fuoco, 3 addetti alla sala, 1 agenzia pubblicitaria, 1 agenzia stampa, 3 tipografie, 5 strutture alberghiere, 1 agenzia di noleggio materiale catering. La percentuale di spettatori dall’estero e da altre città è stata del 35%, con un indotto per le città di Milano e Venezia di circa 25.000 euro in trasporti, alberghi e ristoranti. La tesaurizzazione di capitale è stata pari a 0, il reinvestimento del capitale ottenuto dai soli biglietti è stato del 100%. Mi piacerebbe sapere quale impresa giovanile italiana possa vantare lo stesso valore di distribuzione ricchezza e di impatto occupazionale. Se è vero che le imprese culturali dovrebbero “svezzarsi” dal foraggiamento statale, è altrettanto vero che in Italia una cultura del finanziamento privato ed aziendale è ancora blanda, così come lo è l’apertura del pubblico a nuove iniziative culturali.

 

Come ha giovato questa conoscenza ad ampio raggio nella Sua carriera e soprattutto oggi che è direttore musicale di Coin du Roi?

Coin du Roi è una realtà giovane, ma i nostri strumenti di marketing, comunicazione e management sono molto moderni e precisi. La sostenibilità teorica che riusciremmo ad ottenere a sale piene sarebbe altissima, addirittura triplice rispetto ai principali teatri d’opera, grazie all’estrema razionalizzazione del rapporto qualità/costi che attuiamo. Per quanto sia oggettivamente difficile reperire o persino creare un pubblico interessato all’opera del ‘700, Coin du Roi ha in un certo senso già vinto una delle sfide più importanti: dimostrare che è possibile fare opera a costi razionali, mantenendo alto il livello artistico degli spettacoli. Siamo convinti che il nostro sia un modello giovane da seguire, e senza il background economico mio e del direttore generale Alberto Luchetti, anche lui bocconiano, non avremmo di certo potuto mettere in piedi questa assai complessa macchina organizzativa.

 

Insieme agli altri fondatori, avete scelto per Coin di Roi la forma giuridica dell’associazione, anche per portare alla mente le antiche società di palchettisti, in vista di un “primo esempio moderno di governance diffusa della gestione operistica“. Come funziona questo meccanismo e perché lo avete voluto adottare?

Si tratta di un tentativo di democratizzazione e compartecipazione dell’opera, nient’altro. Il melodramma ha l’assai preziosa caratteristica di irretire un pubblico di grandi esperti ed appassionati il cui giudizio, in bene ed in male, non può che arricchire le scelte di una compagnia operistica. L’idea avuta inizialmente era quindi di costituire una societas, un club nel quale ogni socio-spettatore potesse avere diritto di voto e veto sull’indirizzo artistico generale. L’idea, ancora in via di sviluppo e definizione, avrebbe inoltre previsto una serie di eventi culturali per i soci stessi. Tanto per intenderci, non un’associazione “Amici di Coin du Roi”, ma la stessa società Coin du Roi gestita e supportata da una tavola rotonda di soci e sostenitori.

 

La vostra associazione è fondata da giovani, che la gestiscono, e giovani sono gli artisti che vi si esibiscono. Nel pubblico invece i giovani ci sono? Quali sono i vostri sforzi per catturare la loro attenzione, in un periodo in cui vi è una carenza di insegnamento musicale e i teatri pullulano di canuti?

La nostra sfida più grande è proprio quella di portare i giovani all’opera del ‘700, che contrariamente all’opinione diffusa, riteniamo anche più accessibile di quella ottocentesca.

I nostri sforzi in questo senso sono considerevoli ed ancora una volta, completamente autofinanziati: offriamo alle scuole seminari, corsi, laboratori, offriamo sconti particolari e spettacoli “su misura” a scolaresche e gruppi giovanili.

Siamo presenti su tutti i social network, curiamo il design e la presentazione dei nostri titoli in modo che risultino appetibili anche ad un pubblico di neofiti, ma ancora la strada da fare è tanta.

Personalmente credo che il problema non stia soltanto in un’insufficiente educazione musicale, ma anche e soprattutto nella percezione del “prodotto” opera lirica da parte dei giovani. Se fosse sufficiente una più ampia conoscenza della musica, i musicisti stessi sarebbero i più grandi frequentatori dei teatri d’opera, ma sappiamo statisticamente che non è così. L’opera è spesso percepita come uno spettacolo passivo, polveroso, eccessivo e poco innovativo. Lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo di rilievo nella promozione dell’immagine della musica classica, magari forzando i palinsesti televisivi, concedendo spazi pubblicitari gratuiti (così come accade in Inghilterra), creando pubblicità-progresso dal contenuto emozionale. Nell’attesa che lo Stato, a livello centrale, si decida a fare tutto questo, Coin du Roi nel suo piccolo prova a rilanciare l’immagine dell’opera mediante videoclip, post sui social, flash-mob e guerrilla marketing.

 

Per salutarci, una domanda che potrebbe risultare scomoda per un musicista. Quale compositore e quale opera sono i suoi preferiti, o la rappresentano meglio?

Amo tutta la musica ben scritta ed artisticamente rilevante, da Magister Leoninus a Lachenmann. Non amo la volgarità musicale né l’opera compositiva di chi ricerca od ha ricercato il facile consenso del pubblico senza propensione artistica e senza palpiti.

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