Testo di – SVEVA SCARAVONATI

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Decido di descrivere le emozioni provate a Club To Club a distanza di qualche giorno, perché torno a casa frastornata e agitata come una pazza. Questo festival mi ha fatta riflettere sotto tanti aspetti, e dopo esser stata a diverse edizioni del festival ho visto l’evoluzione di una linea artistica portata avanti come stendardo di purezza e integrità.

L’errore peggiore che si possa fare è etichettare Club To Club come “un festival di musica elettronica”, schiettamente lo capisci subito che ciò a cui stai assistendo è un grandissimo regalo: ci si immerge in una bolla di bellezza e avanguardia in cui avant pop e arte si intrecciano e danzano insieme, Cheek to cheek.

Potrei parlare delle line up da capogiro, delle performance, degli artisti, ma per una volta vorrei soffermarmi sull’atteggiamento che ha deciso di portare avanti il festival, configurandosi come un vero educatore nei confronti dello spettatore: ballare e immergersi nel mondo della musica, senza doversi sballare troppo, perché quello a cui si assiste necessita di impegno emotivo, va vissuto appieno a occhi chiusi e cuore aperto, con le sneakers sporche e le gambe instancabili.

In questi giorni ho visto persone rincontrarsi e altre conoscersi durante un live e condividendo gli stessi centimetri, amici sorridere, riposarsi e riprendersi per ascoltare altri artisti, restando al Lingotto tutto il tempo possibile: quello che ho notato mi ha dato fiducia verso un nuovo movimento estetico ma di contenuto.

Passiamo alla line up, da un Arca artista che regala rose senza spine e si spinge ben oltre la concezione di live, mostrandosi come un vero e proprio performer, facendoci piangere e ridere, a Bonobo, pulito e regolare come solo lui sa essere, che ci regala live tutto l’album Migration. A seguire piatto misto con il live di Nicolas Jaar, che da vero sperimentatore parte con toni quasi soporiferi per poi aprirsi verso nuovi orizzonti. Tra scoperte e riconferme da ricordare Ben Frost e Jlin, che hanno infiammato la sala parallela. The Black Madonna e Ninos du Brasil per tornare a casa felici, ed è subito un altro giorno.

Sabato la giornata comincia presto, con l’esclusiva italiana dei Kraftwerk che si ripropongono di suonare l’intera discografia: mi godo Autobahn seduta con gli occhiali 3D alle OGR e comincio il mio viaggio lungo due ore, tra visual mozzafiato e riflessioni sull’automazione umana e la meccanizzazione del loro futuro: è incredibile pensare che tutto sia partito nel lontano 1970, non si può che inchinarsi, e godere la loro avanguardia. Sono oltre, oltre la musica, oltre il pop, oltre la comune banalità e concezione di mediocre futuro.

Le 22.30 di sabato portano solo un nome: Liberato, un progetto portato avanti con costanza e lungimiranza che porta il volto dell’anonimato. L’hype è alle stelle, e forse anche per questo, il pubblico è in visibilio e canta a squarciagola “Sott’a luna Gaiola portafortuna”: il mio timore è che, ancora una volta, tutto questo sia destinato alla commercializzazione dell’idea, e che si ripeta un fenomeno alla The Giornalisti. Finalmente Mura Masa, in una delle performance migliori del festival, che acutamente sceglie due voci pazzesche che incendiano il Lingotto, mentre Actress è ben oltre le aspettative generali.

Sono le 2 e 30 e si ha ancora sete di Club To Club: è il momento di Helena Hauff, dj made in Hamburg che con il suo set di acid house e techno ci traghetta in un mondo 100% berlinese.
Il sipario si sta chiudendo, ma la conclusione è inaspettatamente energica: Lorenzo Senni e Nicolas Jaar sono i protagonisti delle 4 di mattina; tra opening di Battiato e sonorità minimaliste e destrutturate della techno-trance rave anni 90, il festival ci saluta alla prossima edizione.

E noi la aspetteremo, innamorati di Club To Club ogni anno sempre di più.
E’ il migliore festival in Italia, di questo ne siamo certi.

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