Testo di—CAMILLA ABBRUZZESE

 

Un incendiario, un sovversivo. Un appartenente alla mafia degli intellettuali liguri che “rompe il giocattolo della TV” – a detta di Antonio Bozzo (uno dei più noti giornalisti italiani, nda) – con un libro dal titolo netto e non equivoco: “Televisione”.

Carlo Freccero infiamma con la sua verve la libreria Egea di Milano destreggiandosi tra i commenti e le opinioni di giornalisti televisivi e professori universitari. E d’altronde chi avrebbe potuto mettere in ordine i fondamenti del più diffuso dei mass media se non chi ne è stato un testimone della nascita e della sua evoluzione? Ne dà conferma la sua carriera da autore televisivo ed esperto di comunicazione, che vanta il ruolo di direttore in numerosissimi palinsesti, nonchè quello di attuale direttore di Rai 4. Negli ultimi tempi sono sempre più coloro che, con un gusto quasi radical-chic da intellettuale anticonformista, affermano con orgoglio di non guardare mai la televisione, eppure Freccero smonta questa moda con un assunto banale quanto essenziale: la lontananza dalla TV ci pone più lontano dalla realtà di quanto non lo faccia la realtà stessa. E non è tutto: Marco Gambaro, professore di economia all’Università degli Studi di Milano, riesuma una statistica che si pronuncia in maniera chiara affermando che guardare la televisione è la seconda azione più eseguita nell’arco della giornata dopo il dormire. Guardiamo lo schermo mediamente quattro ore al giorno, al contrario delle due ore che tutti credono, frutto di un errore di percezione più che di calcolo. È il tipico mass media che fa breccia nella nostra quotidianità anche se non ce ne accorgiamo. La TV accesa mentre lavi i piatti o mentre cucini, il sottofondo musicale delle pubblicità che hai imparato a memoria non si sa come né quando, eppure giureresti di non guardare mai un programma dall’inizio alla fine, perché occuperebbe un tempo a disposizione che non hai. Nella realtà dei fatti, la televisione non è vissuta come impiego volontario del tempo libero, quanto come “sotto-presenza” durante le azioni di tutti i giorni, ed è anche per questo che quando Freccero ne parla sconfina in argomenti di politica o di attualità, perché risulterebbe impossibile parlare di TV senza parlare di stato culturale del paese. Oltre che di stato culturale, è peraltro la descrizione di un popolo: essenzialmente non è un mezzo di comunicazione che trasmette cultura, altrimenti non si spiegherebbe perché in 50 anni dalla sua nascita non ci sia stato un avanzamento intellettuale degli italiani; è però ancora utilizzato dal 75% dei cittadini per informarsi. E si infiltra nel tessuto sociale plasmando gli individui in un corpo a corpo. Fa rivivere uno specchio della nostra civiltà, perché eventizza oltre i limiti, perché crea scontri (in politica soprattutto), perché non crea una forma dialogica ma è sempre più monologhista, esattamente come il suo popolo di fruitori.

È così che Freccero intende analizzare la questione, partendo dal basso e costruendo una prospettiva fatta di aneddoti e riferimenti autobiografici di chi ha vissuto sulla propria pelle i cambiamenti di un media in costante evoluzione. E lo fa “tirando fuori la sua anima da maestro elementare”, come dice Aldo Grasso (critico televisivo e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nda), ma anche andando a centrare il problema principale della vexata quaestio: la televisione deve catturare lo spirito del tempo. Ed è per questo che gli rendono grazie giornalisti come Antonio Bozzo, perché con il suo mestiere ci inzuppa il biscotto in quella macchina creatrice di grandi narrazioni, ma… c’è un ma. Gianni Canova – docente di Storia del cinema e Filmologia, e preside della Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità,  presso l’Università IULM di Milano – sottolinea quel calo strutturale che Freccero ha fatto emergere nel suo libro e che, a suo dire, è da imputare all’aspetto conservatore, incapace di innovare la comunicazione di un paese. Rincara inoltre la dose la mente economica di Gambaro evidenziando come le TV pubbliche abbiano oggi degli apparati troppo pesanti, impensabili rispetto all’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Ed è proprio la tecnologia, infatti, a fare da antagonista al sistema, perché di fatto non c’è un calo nei consumi, si potrebbe anzi dire che non si sono mai visti tanti film come ora, è cambiato però il palinsesto: il consumatore non va più al cinema ma decide quando e come vedere il film grazie ad internet e ai tablet. Il nuovo contesto spinge sempre più verso l’esigenza di un’interazione coi new media, che modernizzino il più antico dei mezzi di comunicazione di massa, perché solo così si potrà creare un’audience attiva, partecipe, dove il fruitore finirà con lo scambiarsi i panni con il produttore.

 

 

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