Testo di – FEDERICO QUASSO

 

A pochi giorni dai tragici fatti di Parigi, che non possono che riportare alla mente le immagini del crollo delle Torri Gemelle dell’11 Settembre del 2001, molti sono stati quelli che hanno rivolto uno sguardo alle reazioni che suscitò quell’evento nella mente e nella penna di due importanti giornalisti italiani ormai defunti e di vedute diametralmente opposte: da una parte Oriana Fallaci, dall’altra Tiziano Terzani.

Entrambi fiorentini, entrambi giornalisti e scrittori, entrambi inviati al fronte (l’una nei paesi arabi, l’altro fra il Vietnam, la Cambogia e il Laos), reagirono in maniera estremamente diversa all’attentato terroristico di New York. Oriana Fallaci volle rompere il silenzio autoimpostosi nel suo appartamento di Manhattan con un articolo, lungo e durissimo, che uscì sul Corriere della Sera e che venne poi ripubblicato, ampliato, in un libro dal titolo La Rabbia e l’Orgoglio. Dopo un’introduzione dedicata al lettore e volta a spiegare i motivi che la spinsero a scrivere in due sole intensissime settimane quel testo, la giornalista fiorentina ripercorre i momenti del crollo delle due Torri, aggiungendovi un’apologia del popolo americano che, patriottico come nessun altro, ha avuto l’immediata forza di rialzarsi e di combattere. Contro la disperazione, contro le macerie, contro il nuovo nemico rappresentato dall’Islam. Ed è proprio a questo nemico che la Fallaci rivolge il suo attacco, la sua rabbia, il suo anatema. Lo fa prima di tutto raccontando gli orrori che ha visto in prima persona o che le sono stati riferiti durante la sua permanenza sul fronte di guerra; poi portando elementi a sostegno della sua tesi, ovvero la volontà degli islamici (tutti gli islamici) di invadere, soggiogare, distruggere l’Occidente e la sua cultura millenaria (da lei ritenuta superiore rispetto ad una cultura musulmana quasi inesistente fatta eccezione per Maometto, il suo Corano e Averroé). Ma bersaglio del suo sfogo non è solo questo nemico, bensì anche tutto il mondo occidentale che per anni avrebbe chiuso gli occhi di fronte a questa invasione programmata, volendo vedere solo aspetti positivi di un’integrazione che, secondo l’autrice non c’è e mai potrà esserci. Tutti sono insomma colpevoli, o quantomeno complici, di ciò che accadde nel 2001 e che si sta ripetendo adesso.

Lo stile che contraddistingue Oriana Fallaci è diretto e crudo, quasi colloquiale, tagliente e in alcuni tratti trascinante –anche grazie all’espediente del rivolgersi spesso ad un interlocutore che di volta in volta è il lettore o uno specifico personaggio da lei menzionato; dal linguaggio usato si percepisce che il libro è stato scritto in poco tempo, che è espressione di una necessità sentita dall’autrice e non soffocabile. Nonostante questo, l’esperienza e le decine di anni da giornalista hanno sicuramente affinato la tecnica, tanto da permettere alla Fallaci di risultare credibile (al netto delle idee espresse, condivisibili o meno). Una delle critiche che però le sono state mosse (ripetiamo, oltre a quelle squisitamente ideologiche) è inerente la struttura del libro: quasi fosse solo una serie di riflessioni, di attacchi, di ricordi e di stralci di conversazioni a cui si è cercato di dare un ordine logico ma che, in  varie sue parti, sembra saltare di palo in frasca per un processo mentale che solo l’autrice stessa potrebbe spiegare e che non è riuscita a riportare dettagliatamente.

All’articolo di Oriana Fallaci rispose, dopo poco tempo, sempre attraverso il Corriere della Sera, Tiziano Terzani. Anche in questo caso egli usò la lettera come mezzo. Lettera che poi, insieme ad altre scritte durante il suo viaggio attraverso l’Afghanistan e il Pakistan, vennero raccolte nel libro Lettere contro la Guerra. L’impostazione data da Terzani è nettamente diversa fin da subito rispetto alla sua concittadina: egli definisce lo spaventoso attentato dell’11 Settembre come “una buona occasione”, intesa come un’opportunità per l’Occidente di ripensare il suo rapporto con l’Oriente, sia quello “lontano” sia quello “interno” rappresentato da tutti gli immigrati, regolari o meno, già presenti sui territori europei ed americano; un rapporto da sempre difficile, complesso, teso, spesso incurante delle ragioni dell’altro, che invece andrebbero investigate, studiate, e capite per poter superare l’attuale e totale voragine presente fra le due culture. Riportando alcuni dialoghi avuti con la gente comune nei due Paesi da lui visitati, Terzani cerca di dar voce a chi normalmente di voce in capitolo non ne ha alcuna, a chi subisce attacchi aerei senza nemmeno sapere il perché e che quindi si ritrova a vedere nell’occidentale un nemico da odiare. E proprio questo è il messaggio fondante di tutte le otto lettere che compongono il libro: non fermarsi alla prima versione, quella “ufficiale” delle conferenze stampa, dei giornali e dei capi di governo, ma fare un sforzo, estremamente faticoso, per ribaltare il proprio punto di vista cercando di immedesimarsi nell’”altro”. Senza da una parte voler giustificare gli attacchi terroristici e dall’altra demonizzare un intero popolo, Terzani fa una disamina molto lucida e puntuale che mira a portare a galla le cause prime del terrorismo fondamentalista, le motivazioni che, a suo dire, se eliminate, potrebbero davvero debellare questa piaga molto più dei bombardamenti, mirati o meno che siano.

Con uno stile decisamente più pacato e riflessivo, dedito al dialogo piuttosto che all’invettiva, Lettere contro la Guerra è un libro di speranza per un futuro migliore, è lo scritto di un uomo che ha visto la guerra da vicino e che vorrebbe non doverne vedere altre. I suoi detrattori lo accusarono di voler semplificare il problema, ma semmai è proprio l’opposto: rende ancor più complesso un quadro già di per sé inestricabile, portando sulla scena mondiale non solo un’umanità diversa da quella con cui siamo abituati a confrontarci, ma un vero e proprio modo di pensare differente. Inoltre, tutti questi temi appena citati non sono che una parte degli innumerevoli spunti di riflessione presenti, che non possono essere trattati più ampiamente in questa sede, ma che meritano un’attenta analisi.

Non volendo addentrarci in questo campo minato che sono le due scuole di pensiero contrapposte di cui questi due giornalisti sono solo una parte, vorremmo invece porre l’accento sul fatto che uno dei modi migliori con cui si può combattere la strategia del terrore (sia quella di stampo islamico-fondamentalista, sia quella mediatica da Grande Fratello di orwelliana memoria tipica dell’Occidente) è il formarsi una cultura personale, l’informarsi liberamente, evitando il più possibile di criticare, o peggio ancora ignorare aprioristicamente un’idea diversa dalla nostra. E a chi vorrebbe rendere obbligatori i libri di Oriana Fallaci nelle scuole diciamo: Ben venga! A patto però che lo diventino anche le voci discordanti. I libri non fanno mai male, è la loro errata interpretazione ad uccidere.

Link per l’articolo di Oriana Fallaci: http://www.oriana-fallaci.com/29-settembre-2001/articolo.html?refresh_ce-cp

Link per l’articolo di Tiziano Terzani: http://archiviostorico.corriere.it/2001/ottobre/08/Sultano_San_Francesco_co_0_0110082774.shtml

1 risposta

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata