Testo e intervista di – FEDERICA ORIGGI

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Quando la persona che mi ha consigliato questo libro me l’ha prestato, la prima cosa che ho pensato è stata: la copertina è piuttosto banale, se non addirittura bruttina. La seconda è stata: il titolo mi ricorda troppo 3MSC (3 metri sopra il cielo il romanzo che, con annesso film, forse è riuscito nel più terribile e irrimediabile dei modi a guastare le aspettative amorose delle ragazzine dei almeno un paio di generazioni). Però le quattro parole in alto a destra mi hanno spinto quantomeno ad iniziare a leggere: Genio, Pluriomicida, Latitante, Innamorato. La nota editoriale, che dà al tutto una nota piuttosto realistica, mi ha convinta del tutto: spoiler epico, ci rivela la fine della storia. Come finisce? Con una strage e la morte di Mel, protagonista femminile del libro, per quello che può esserlo dovendo convivere con la figura di Alessandro Spera, il genio, pluriomicida, latitante e innamorato.
Va bene, la domanda è lecita: a questo punto perché uno dovrebbe leggere il libro? La risposta è semplice: perché è un bel libro. È seriamente un bel libro. Non della bellezza dei classici, di quei libri “che non puoi non aver letto”, ma piuttosto di quella categoria che te lo fa leggere in cinque giorni. In metro, prima di andare a dormire, a lezione, camminando (rischiando di schiantarsi contro un numero improponibile di pali, persone, cestini). E perché Marco Cubeddu, autore del libro, è interessante almeno quanto il suo alter-ego, Alessandro Spera. Genovese, del 1987. Ha frequentato la Holden (la scuola di “scrittura e storytelling” di Baricco, per intenderci, che Spera frequenta e “disdegna”, per usare un eufemismo), mantenendosi facendo il pompiere. Studia fotografia e arte contemporanea. Con Una Bomba A Mano Sul Cuore è il suo primo libro. Ha anche la barba. Non so se abbia anche una ragazza fissa, ma se l’avesse potrebbe sembrare l’hipster esemplare. Ma decisamente non lo è, e soprattutto non ama sentirselo dire (“tutto quello che posso dire è che tutto quello che odio nella mia vita sono i vegetariani ecologisti coi vestiti corti che spopolano di recente. Non credo di sembrare un hipster. Di norma al mare sembro un galeotto messicano”).

Però potrebbe essere il protagonista del suo stesso libro ad esempio. Ed è la prima cosa che mi viene da chiedergli: quanto di lui ci sia in Spera, e viceversa.

“Entrambi potremmo essere protagonisti dei rispettivi romanzi. Ed entrambi viviamo il dilemma che in maniera un po’ volgare viene sintetizzato in “o si vive o si scrive”. L’imperativo che muove Spera è quello di estetizzare il mondo in cui vive. Falsificarlo fino a renderlo verosimile. Gli interessa il denaro, gli interessa il potere, gli interessa trovare il modo di consolarsi per l’inconsolabile ferita dell’esistenza. E quindi gli interessa l’arte, come forma di esorcismo della morte più potente al mondo. Condivido quasi tutti i suoi interessi, condivido le sue ambizioni e i suoi dolori. Condivido anche buona parte dei suoi trascorsi. Però, alla fine dei conti, proprio nello scrivere il finale del libro, mi sono accorto che siamo profondamente diversi: Spera si dimostra molto più interessato a vivere l’amore. Io preferisco di gran lunga scriverne.”

L’amore di cui parla è quello di Spera per Mallory InWonderland, la sua Mel. Mel è il classico personaggio che ti fa imprecare tutto il libro. Perchè Cubeddu te la fa vedere con gli occhi di Spera, del suo amore, della sua ossessione. E’ il personaggio che odi, perché ti fa pensare contemporaneamente “Perché io non sono così?” e “Perché Spera non lascia perdere?”. Perché speri tutto il libro che alla fine le cose fra loro funzionino, ma sai che non sarà così. Ma una così può esistere?

“Credo che nelle vite di tutti esista una Mel. Ognuno ha la sua Mel che è quel qualcosa di biondo e intricato (o moro e intricato) che nella sua irraggiungibilità diventa oggetto di speculazioni filosofiche di cui non è assolutamente parte. Ogni Laura, ogni Beatrice è una Mel. Le Mel sono tutte uguali e tutte uniche. È molto difficile scorporare i capelli color miele di una per paragonarli a quelli biondo pagliericcio di un’altra, confrontare le linee sottili di un polso con la vaga robustezza di un altro, o descrivere pantaloncini e forcine. Così mi viene da fondere in un mostro tentacolare creature che pur facendo rabbrividire il viandante di fronte a un preciso frullo di fossette, a l’irripetibile arricciarsi di un naso, come tutte le muse fanno parte di un continuum di desiderio e dolore, l’una la forma riassunta e variata dell’altra.”

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Iniziate a capire perché il libro si faccia leggere con tanta voracità? La storia sfiora quasi l’assurdo in alcuni punti, eppure non riesci a staccartene. Anche per quel mix di citazioni fra il colto superintellettuale e il terribilmente pop. Quali “gli irrinunciabili” per tale bagaglio culturale?

“Andrò un po’ a caso, con un elenco che dia un’idea di completezza cui non può neanche lontanamente avvicinarsi: le tartarughe ninja, topolino, il Tenente Colombo, il mistero della pietra azzurra, Non è la Rai, i Power Rangers, Bim Bum Bam in generale, I Piccoli Brividi, la Coscienza di Zeno, La vita davanti a sé, A-team, Mcgyver e tutti i telefilm assimilabili, Non è la Rai, Lolita, Kill Bill, Apocalypse Now, De Gregori, Battisti, David Bowie, Christo, Yves Klein, Fontana, tutto Nabokov…”

Uno stile personale ma generazionale. Merito anche della Holden forse, di cui parla anche nel libro. La domanda sorge spontanea: che ne pensa veramente Cubeddu della Holden?

“Con il tuo “veramente” ti sei guadagnata una risposta sincera. La premessa è che in realtà sono filosoficamente entusiasta del fatto che esista un posto come la Holden. Che la scrittura non sia da trattare diversamente dalle altre forme d’arte (per cui si va a bottega) mi sembra un discorso ammirevole. In America i migliori scrittori sono stati studenti o insegnanti di corsi di creative writing. Quindi viva la Holden. Detto questo, spero che sia cambiata in meglio dopo il recente investimento di capitale che mi auguro abbia dato l’impulso necessario, data la mole più ampia di studenti a cui si rivolge, di trasformare la quantità in qualità. Perché altrimenti, quel covo di hippy incompetenti, pieni di manie legate ai bonghi e alla filosofia new age, dove gente con la profondità di Coelho (non so come si scrive) si permette di fare lo snob su Fabio Volo (che è mille volte meglio, si scriva da solo i romanzi o no), quel ricettacolo di figli di papà senza alcun talento e senza alcuna voglia di darsi da fare è una delle cose più simili all’inferno che esistano sulla faccia della terra. Dopo Bologna naturalmente.”

C’è qualcosa che mi dice che il libro non sia esattamente nato durante gli anni di corso. Anzi, sinceramente a questo punto non avrei proprio idea di come possa nascere un libro così da un tipo così. E mi incuriosisce troppo.

“È nato da un sms. “Ti ho messo sotto Bill”. In una mattina in treno per Torino dell’agosto del 2009 ho capito che avrei scritto una “Versione di Bill”. In realtà ho recuperato cose che avevo scritto già nel 2007, altre forse anche precedenti, ho buttato giù uno scheletro, ho tirato un po’ i remi in barca fino al maggio 2010, quando ho deciso che ci avrei lavorato seriamente. Alla fine, la prima stesura l’ho finita e spedita l’11 maggio del 2011, dopo averci lavorato giorno e notte negli ultimi mesi. A quel punto il lavoro è iniziato davvero. E, tra fasi più o meno serrate di editing, ho realmente smesso di mettere le mani sul romanzo a un minuto dalla mandata in stampa delle bozze, nel marzo 2013.”

Sarebbe bello se ci si facesse un film?

“Se l’industria cinematografica italiana non fosse l’abominevole ricettacolo di incompetenti solipsisti, con la mania della crisi e delle storie psicosociali che è, ti risponderei certo. Invece accetterei solamente per i soldi, ben sapendo di essere in vendita allo stesso modo in cui lo è una prostituta, per un cliente che non ha nulla del fascino di Richard Gere, ma che ha l’aria di un panzone romano che sogna di riportare in auge il neorealismo e da vita all’orrore cui siamo abituati nelle nostre sale. In un mondo ideale sceglierei un produttore e un regista lontano kilometri dal Centro Sperimentale di cinematografia romana (dove tutto quello che si sperimenta è il nepotismo) o, ancora meglio, trovati i soldi (e gli attori, che sono il vero problema) me lo girerei da solo. Detto questo sto scrivendo la sceneggiatura di un film tratto dal romanzo di Alessandro Spera, Pornokiller, con una trama e una messa in scena che, in mancanza di alternative, potrebbe girare anche un mentecatto”.

Cubeddu non sarà un diplomatico, anzi. Credo sia una di quelle persone che o ami o odi, quando non pensi sia da ricovero. Litiga, insulta, non si cura minimamente del politically correct o di poter urtare la sensibilità di qualcuno. Però ammettiamolo, con le parole ci sa fare, e non poco. E io, sinceramente, non vedo l’ora esca il suo prossimo libro: e che possibilmente abbia una copertina decente.

 

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