Testo di – GIULIA BOCCHIO

 

Quando un artista viene considerato lo specchio di un’epoca o il più lucido e millimetrico analista della propria società solitamente ha bisogno d’abbracciare e vivere un lasso di tempo e di respiri che superino almeno il mezzo secolo. David Foster Wallace no. Poiché nel 2008 si tolse la vita a 46 anni quando negli Stati Uniti era già un autore di culto, era colui che aveva descritto fra saggi (Considera l’aragosta), tesi filosofiche, interviste romanzate, racconti-manifesto (La ragazza dai capelli stranil’adesso, tutto ciò che è contemporaneo e quindi caduco, contraddittorio, vivibile e nel medesimo estraniante. Eppure presente.

Con una cifra stilistica altissima, surreale e (iper)reale, raffinata, intellettuale, arguta, complessissima e infinita aveva restituito con un  unico gesto, la scrittura, quel panorama caotico che è la politica, la pubblicità, lo sport come metafora dell’agonismo sociale, i dolorosi rapporti umani, le dipendenze, il subdolo ruolo dei social media, l’estenuante, inevitabile, competizione americana e tutte quelle situazioni che ci incastrano anche oggi e che anche oggi fanno di Infinite Jest, il suo capolavoro indiscusso, un’esperienza totalizzante.

A vent’anni dalla pubblicazione di quel romanzo che struttura la destrutturazione stessa dell’idea di romanzo, con oltre 1200 pagine di realismo maniacale, visionario, isterico e lirico e infinite note che rappresentano altre storie della medesima storia, nonché possibilità infinite nello spazio finito della pagina bianca, David Foster Wallace racconta una generazione e la generazione della complessità, tanto che la critica ne accosterà il nome e il genio ad autori del calibro di Nabokov, DeLillo, Jorge Luis Borges, mentre il New York Times lo definirà l’Émile Zola post-millennio.

L’immancabile acutezza e la perizia stilistica dei suoi scritti gli valsero, da vivo, una cattedra di scrittura creativa e letteratura inglese al Pomona College, in California, nonché un fedelissimo seguito di lettori dal gusto raffinato e postmoderno che ne colsero l’abissale profondità e poliedricità tematica. Quegli stessi lettori che lo (rim)piangono tutt’oggi e che l’estate scorsa non avranno certamente perso The End of the Tour, la trasposizione cinematografica del libro intervista Come diventare se stessi di David Lipsky, giornalista della rivista Rolling Stone, che trascorse insieme a David Foster Wallace cinque giorni nel marzo 1996, periodo in cui lo scrittore stava ultimando il suo tour promozionale per Infinite Jest.

Il film, diretto da James Ponsoldt e interpretato da Jason Segel e Jesse Eisenberg, rispettivamente nei ruoli di Wallace e Lipsky, ripercorre l’intervista mai davvero pubblicata allo scrittore; ripercorre quel breve ma intenso arco di tempo che accompagnerà intervistatore e intervistato in un viaggio mentale e meta-fisico negli universi dell’ispirazione, del successo e dell’universale insicurezza che attanaglia l’animo di coloro che lessero nel mondo ciò che gli altri leggeranno solo dopo, nell’infinito gesto di intuire tutto ciò che un uomo può esprimere su una pagina. Nessuna stravaganza, nessuna lente documentarista, né caricatura alcuna di quelli che sono i tormenti in cui l’immagine dell’artista è così spesso ammantata per la pellicola di Ponsoldt, opera che nulla vuole tradurre ma tutto interpretare del rocker della letteratura americana.

 The End of the Tour uscirà nelle nostre sale l’11 febbraio. Che è un bel modo per ricordare vent’anni più tardi attraverso le immagini chi seppe crearle prima di tutto con l’inchiostro.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata