Testo di – LARA ROMEO

 

Venezia, 2015.

56esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale.

Dal 6 Maggio fino al 22 Novembre gli artisti russi Andrey Blokhin e Georgy Kuznetsov, che insieme formano il Recycle Group, hanno deciso di installare la loro mostra CONVERSION nella chiesa di Sant’Antonin. Una chiesa modesta, piccola, spoglia, costruita nel VII secolo; chiusa per restauri nel 1983 e riaperta solo nel 2009.

Quasi invisibile, passa inosservata, e contrariamente a quanto possa sembrare, è ancora consacrata: le funzioni non vengono celebrate perché nei paraggi sono presenti chiese più importanti, e perché nell’epoca dello sviluppo tecnologico, la religione è sempre meno sentita.

La fede sta scemando.

Ma che cos’è che sta facendo diminuire i fedeli?

Qual è il nuovo culto dell’uomo contemporaneo?

E’ moderno, all’avanguardia, rapido, aggiornato, accessibile.

E invisibile, se non attraverso un piccolo schermo.

E’ il culto della tecnologia.

Generato (e non creato!) da Internet e la comparsa di nuove tipologie di dispositivi che hanno contribuito alla diffusione delle informazioni in tempo reale, e al continuo rinnovo delle notizie.

Il nuovo Dio consiste infatti nella summa di tutte le informazioni disponibili nello spazio virtuale.

E quest’ultimo è disponibile a chiunque.

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La mostra si propone di paragonare la rivoluzione digitale al processo di cristianizzazione, le cui rispettive conoscenze sacre risiedono nello spazio virtuale per l’una, e nei cieli per l’altra; la rete globale come un rito di preghiera.

L’idea è quella di simulare il ritrovamento delle rovine di un santuario del XXI secolo: che cosa penseranno di noi gli uomini del 3000? Gli artisti fanno riferimento all’iconografia cristiana tridizionale, e attraverso sculture e bassorilievi, rivisitano le scene bibliche di maggiore rilevanza.

Appena si varca l’entrata della chiesa, la prima cosa che si vede è la familiare “f” dell’icona di Facebook, posta davanti all’altare quasi a ricordare una grande croce. L’icona come ce la ricordiamo dovrebbe esssere bianco su blu, che in tale contesto richiamerebbe i colori spesso utilizzati per rappresentare la Madonna, come rimando alla purezza e alla verginità. Ma questa f è verde scuro, e va al di là dall’essere solamente una semplice lettera dell’alfabeto, per incontrare le libere e molteplici interpretazioni date dall’approccio personale di ogni singolo visitatore.

Proprio di fronte all’abside si possono vedere neo-apostoli che parlano al telefono, ascoltano musica e usano tablets: essi sono gli attuali portatori della conoscenza divina, ovvero il flusso delle informazioni virtuali. In Search of the Web è un bassorilievo che rappresenta degli uomini che, con i loro dispositivi mobili, cercano di captare il segnale di un’antenna-ripetitore per accedere alla rete. Sarebbe più corretto parlare di adepti o fedeli, in quanto i protagonisti di questa scena incarnano atteggiamenti di adorazione e preghiera: c’è chi si inginocchia e chi congiunge le mani, ma tutti circondano la nuova figura sacra ringraziandola devotamente.

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Alcune statue rappresentano delle figure umane a metà, a cui manca la parte superiore, come ceppi d’albero abbattuti. Ma al loro centro non si trovano i soliti cerchi. Non carne, od ossa: la loro spina dorsale è l’icona di un’app. Altre statue rappresentano sempre delle figure umane, ma in posa tipica da preghiera: inginocchiata, prostrata, o seduta a gambe incrociate, come nelle religioni orientali. Con un’app incisa nella pelle. Un marchio indelebile che caratterizza tutti i credenti.

I materiali utilizzati sono gomma, reticolati di plastica, polietilene e poliuretano. Materiali industriali e di uso comune. Saranno questi i resti che troveranno le generazioni future? Saranno questi i materiali che verranno considerati l’Arte delle generazioni passate, e verranno conservati per preservarne la memoria?

E’ invece in tronchi di legno fossile che sono incise le icone delle app utilizzate più frequentemente: YouTube, Whatsapp, Messenger, Twitter, Spotify. Le superfici sono lisce e levigate, tanto che sembrano tutte erose dal salso e dal tempo. Una, in particolare, riporta l’icona di Skype, che è ripetuta più volte e collegata in serie tra i vari blocchi: questo restituisce una sensazione di perenne e perpetua connessione. Sempre (e per sempre!) connessi.#La particolarità di questa mostra sta proprio nel fatto che sia ospitata in una chiesa consacrata: è chiaramente una critica e una provocazione. I due artisti hanno infatti insistito proprio perchè fosse esposta dentro ad una chiesa nonostante questa proposta fosse stata inizialmente rifiutata – perchè credevano che in una neutrale ed anonima stanza bianca non avrebbe avuto lo stesso effetto. Va riconosciuto che i materiali hanno il vantaggio di non intaccare minimamente la chiesa, in quanto tutte le installazioni sono montate su appalti edili facilmente rimovibili; inoltre, la rete di plastica che compone i bassorilievi ha la particolarità di essere semitrasparente, e l’effetto vedo-non vedo lascia trasparire alle sue spalle la chiesa vera e propria, che con i suoi materiali pregiati duraturi, è sopravvissuta fino a noi attraverso il Tempo e la Storia. Questa sovrapposizione vuol far riflettere sull’autenticità del culto: quello apparente e quello reale. A quale dei due ci si voglia riferire per i rispettivi giudizi, però, gli artisti lo lasciano decidere alla sensibilità di ciascun visitatore.

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