Un racconto originale di – LEONARDO MALAGUTI

 

  Cronaca breve

Lì, via Doria,

Roma

Erano i giorni dell’apocalisse, e il cielo era lambito da stralci di fuoco azzurro e rosa e le nuvole gialle sfrigolavano come olio. Erano i giorni dell’apocalisse da mesi ormai e, sotto quel cielo crudo e prunaceo, gli uomini si adeguavano. L’ombrello era d’uopo. La venuta del dio iracondo che ci abitava sulla testa era stata repentina e isterica, tanto lungamente attesa da aver colto tutti alla sprovvista; bussò a violenti colpi rossi chiamando a gran voce i santi, finché anch’essi, presi così esplicitamente in causa, si videro costretti a scendere per tirar fendenti. I cavalieri, bianco rosso verde e nero, piangevano in un cantuccio, dimenticati.

Erano i giorni affilati dell’apocalisse e sulle strade piovevano vetri e sangue infetto e non una gomma d’automobile era rimasta immune, scoppiata o malata a morte, e, ad ogni angolo della strada, uomini a piangere sulle Chevrolet e bambini a guardare le corse dei copertoni in fiamme, senza dare ascolto a madri ormai prive di punti di vista. “Siate obbiettivi!” gridavo affrontando le folle disperse, nudo come un verme, senza cappello o bastone appresso, solo pelle, capezzoli,  ombelico, pene e pantofole d’angora ai piedi. Camminavo urlando “Siate sereni, pacifici e senza terrore, la fine è ormai vicina” ma nessuno voleva darmi ascolto, nessuno credeva che questa apocalisse avrebbe mai avuto fine. Io stesso, sporco e umido, stentavo a crederlo, ma, brancolando nel buio assieme a mille milioni d’altre amebe, urlare poteva salvarmi la pelle esposta al vento. Le madri, prive ormai di madritudine, urlavano anche loro, ma qualcos’altro, storie raspose di cene di orari di classi di morti e sepolture, ma a giacere, invero, erano i padri. Nessuno di loro, quelle mattine, si era alzato. E io, sotto i baffi, ridevo. Non potevo fare altro che ghignare di fronte all’esplosione atomica di stelle e uccelli che riempiva il cielo di coriandoli, ferali e carnascialeschi. Ghignavo sotto le piogge di fumo denso e le rane toro mi sguisciavano tra le dita, impazzite, come fosse pronta una corrida per anfibi; ghignavo perché urlare non si poteva più ora che i tempi troppo maturi cominciavano a lasciare tracce ovunque, e piangere, mioddio, piangere rodeva la pelle ai peccatori. Ghignavo perché ad urlare ci si stanca e nessuno  vuole profezie se hai il pene moscio in bella vista e nemmeno uno strass sul cappello. E nemmeno un cappello. Avrei voluto potermi avvicinare a qualche vedova straziata dal dolore e dirle “tuo marito è morto!” in barba ai convenevoli “e così lo saranno a breve i tuoi figli” aggiungere “e anche il mondo se per questo, pronto ad essere grattato via dal grande vetro”. Lo sporco non piace a nessuno e io ero lercio. Nessuna vedova ho potuto visitare, nè storpio, nè bambino (ché di bambini, ormai non v’era più nemmeno l’ombra), perché il dio, inasprito e collerico con noi formiche, mi intimava di stare indietro e di tacere, di rimettere i commenti a chi poteva, a chi sapeva cosa dire e come, “le immagini parlano da sole” diceva “e il dito nella piaga crea pleonasmi” “no! Lasciami i pleonasmi almeno, prendi la mia anima, ma questi miei peccati mi piace averli stretti” ma egli, irremovibile, tolse tutto tranne il ghigno. Tornai alla banchina ad aspettare la fine ormai insperata, che tanto, il bus, non avrebbe fatto certo prima.

Erano i gironi dell’apocalisse e sorridendo atrocemente mentre gli alberi uno ad uno scomparivano tra i flutti viscosi del sacro fuoco, sedevo alla banchina con mille altri reietti, che in quei giorni mesi anni di apocalisse, di fine perpetua di una terra, vi avevano fatto l’abitudine. Forse, mi chiedevo, non era poi la fine se ancora nulla terminava, se sotto il cielo pirotecnico la vita andava avanti, rotolando, morta più che mai, nell’attesa dell’armageddon pigro. “dio!” dissi burlanzoso “dacci i sigilli” era una sfida a terminare il lavoro “dio! Dacci la morte dei corpi e sgranocchia i nostri gherigli nella tua gloria, getta quelli marci ai porci” era una provocazione bell’e buona, un attacco spudorato alla sua faccia dolce “dio!” gridai ancor più forte, così che ascoltassro anche le capre che pascolavano l’asfalto umido di feci “mostraci la tua potenza feroce e radioattiva, noi penitenti l’accogliamo godendo di queste staffilate e ulcere della carne, grattaci via le ossa e donaci a tuo figlio!” Ma egli, burocrate offeso, preferiva mostrarsi più spettacolare che biblico in senso stretto, così tacque forandomi con gli occhi di brace e rivestendomi piano, ché di quella carne nuda aveva noia, ormai. Così scese il figlio, m’infilò braghe e camicia e, vistomi in faccia, ghignante osceno, schiaffeggiò questa guancia e l’altra, tanto che il tempo del perdono s’assopiva acerbo. “Ti amo” mi disse “io pure” risposi col dolore ancora in bocca e lui, prese le mie mani, mi porse uno scontrino. Lo tengo ancora, in queste tasche nuove che mi ha lasciato addosso.

Erano i giorni dell’apocalisse e dal cielo cadevano ancora meteore di fuoco e cocci sconsacrati  e il mondo proseguiva annoiato dalla inconcludenza colorita di questa fine.

La banchina era crollata ormai da anni sotto il peso dell’aspettativa, della passione defunta che marcendo esalava fumi fetenti. Brutta la vita dell’apocalita, del misero che vorrebbe veder sorgere il giorno del giudizio, umiliato da un dio che incanala la rabbia di un universo intero in frustrazione, tic nervosi e meteorici, in piccoli e compulsivi BOOM e BAM, che il dottore glielo aveva detto, non tenga la rabbia così compressa che poi finisce in embolo. E il mondo, nel frattempo, quella vena otturata sull’orlo del collasso, era giunto a cottura e lui non era pronto. “Cinque minuti ancora” balbettava, poi, di scatto “Vi voglio morti” gridava a noi, e noi a sperare, ma non riusciva a spingere il cuscino abbastanza forte contro le nostre facce perché i muscoli, l’ansia!, gli cedevano. Brutta cosa essere dio nell’era dello psichiatra e della mappa concettuale, il cielo bollente, in confronto, è un dolce tramonto di saccarina. “È giunta l’ora” disse guardando l’orologio maciullato sul suo polso e rantolando con gli occhi cerchiati per mesi d’insonnia, perché quell’apocalisse lo teneva sveglio giorno e notte, sperò di far qualcosa. “Dio Dio Dio Dio Dio dove sei?” disse dio nel panico “dammi un segno” e fece seccare il mare così che i pesci potessero riprendersi ciò che è loro, le alghe, la mucillagine e tutta la sabbia. Ma l’uomo interpretò male ed io lo dissi “allora sei pronto! ” “non è così, vi dico!” rispose trafelato cercando clausole, codicilli o vangeletti che gli risparmiasse l’ingrato compito, ma nulla, Giovanni non si contraddice. Povero dio, povero, che piange a staccare questa spina e la pelle gli si secca, povero dio che soffre i nostri mali e le ossessioni e le manie, povero che ci ha fatto a somiglianza sua, ma la nostra, imposta, l’ha subita. “È un caso di transfert” gli avevano detto, ma era troppo immedesimato per sapere con chi.

Ed io pontificavo, mentre grandi uccelli neri masticavano la pancia ad orde di prometeo ignari e le madri, lasciati i figli degeneri per strada, ormai già grandi, strattonavano i corpi dei mariti, preda del decubito, troppo dormienti; avevo smesso anche  il ghigno. Tra i peli della mia barba, ormai giunta ai calcagni, saltava ogni sorta di animale, chimere dai mille occhi e ragni verdi, e mi prudevano addosso con le zampacce ruvide. “Ho la pelle delicata!” dissi, ma niente. E i peli, i peli stessi, così ispidi e fibrosi, s’incarnivano sotto le cellule morte, giusto un velo, quel che serve a lasciar visibile il bulbo cattivo. Non ghignavo più, a differenza dei malati, perché dio me lo aveva concesso. La misericordia! Ma i vestiti no, quelli addosso rimanevano, perché la forma, si sa, in questa vita o nell’altra, è tutto. “Non è vero, dio” era giunto il momento di farglielo spaere, era rimasto troppo spesso inerte il frustrato “non è vero che, di qua o di là, la vita è uguale! Di là ci aspetta Dio!””io non aspetto nessuno” disse quello, rispuntando da sotto una cometa “qua è uguale””non è vero!” la mia spavalderia non aveva freni “nulla esiste che sia uguale a questo mondo” l’avevo sparata grossa, forse lo avevo fatto infuriare, sì, ti prego, esplodi e poni fine a questa pace eterna, portaci là dove tutto è migliore, il limbo non si addice ad un signore come te, e a noi nemmeno, vacche sporche. “Nulla esiste che sia uguale a questo mondo” disse lui, grave, ed era vero. Pensava a quell’uomo, a quell’essere abbietto che prima era nudo e ora restava vestito, pensava che forse aveva ragione. Il figlio discese e mi colpì, come tanti giorni dell’apocalisse prima, e mi strappò le vesti “era ora!” gridai. Lui mi voltò le spalle, brillante come non mai, l’incantatore.

Erano i giorni dell’apocalisse, ancora, e ancora, e ancora e la monotonia si addensava come le cavallette morte, esauste dall’assedio snervante si lasciavano crepare: ai cigli delle strade tra i pini, sotto le coperte dei figli ormai smarriti. I bambini, dov’erano tutti i bambini, mi domandavo, dove mai li avranno portati quei copertoni ardenti? Saranno cresciuti, saranno morti come le cavallette, ai cigli delle strade, tra i pini, nei loro letti? Saranno andati a nanna come quei padri sonnacchiosi? Grandi domande, quelle, a cui, sotto il gazebo distrutto, sulla banchina di plastica sciolta, non era possibile rispondere, per noia.  Quell’apocalisse mi stava deludendo.  Le masse urlanti avevano lasciato spazio all’aria pesante e nessuno osava più muovere un dito, ancor meno chi, con me, aspettava alla fermata, fosse mai che arrivasse l’autobus. Forse non era la fine del mondo, forse era una fine qualsiasi, forse solo una stasi. Forse era solo la nostra fine e lentamente ci tramutavamo in statue di sale attendendo che cadesse la mannaia. Forse il mondo stava davvero finendo, e, a occhi chiusi sarebbe cessato. Ma tutti guardavano il vuoto. Il mondo come una lampadina e noi il tungsteno. Oppure no, siamo la polvere, e lo sporco, si sa, non piace a nessuno e tutto verrà pulito e il mondo rimarrà brillante e dio si annoierà. Perché non fa KAPUTT?

“dio mi senti?”

“basta” disse il ciccione che mi stava accanto, così obeso che ci vollero sei uccellacci per mangiargli il fegato soltanto “lascia stare dio, è triste”

“E’ solo stanco, riposa un po’ e l’apocalisse ricomincia, e finisce questa volta, vedrai”

Una parte di me credeva veramente a quelle parole, l’altra nemmeno parlava la mia lingua. Pagavo a caro prezzo il mio agnosticismo saltuario.

“Non infastidirlo”

Che ne sarebbe stato di noi, abbandonati come biglie su un marciapiede, ora che dio, calpestandoci, era scivolato in terra? Mi ricordai d’improvviso che tempo prima, il figlio, mi aveva tolto di nuovo i vestiti: cercai il messaggio di quei lunghi anni tra le villosità corvine del mio pube.

“dio?” dissi a voce bassa per non svegliare l’uomo grasso che mi dormiva in grembo

“cosa vuoi?” rispose quello mentre il cielo si avvizziva alle sue spalle

“Mi dispiace.”

Fu il fulmine poi il tuono poi la vera fine.

Erano i giorni ultimi dell’apocalisse e il cielo di nuovo era lambito da stralci di fuoco azzurro e rosa e le nuvole gialle sfrigolavano. Tutto sembrava finalmente pronto, mentre stormi di diavoli alati lanciavano fiori sugli astanti, riuniti di comune accordo al centro della strada.

I mariti dormivano, le mogli ululavano, i copertoni rincorrevano bambini violacei coperti di fiamme; il suono grumoso dell’aria spellata fischiò, mentre la folla divenne fila e la fila processione, nulla era lasciato al caso. Io ero nudo in prima fila, dicevo cose ovvie e risapute che rendevano tutto più solenne. E finalmente quel dio dilettantesco e il figlio suo soave si fecero luce davanti a noi, così luminosi che facemmo appena in tempo a scambiarci un ultimo segno di pace, il convenevole finale, prima di friggere e rimanere solo atomi tra i raggi. Svanimmo tutti.

Era finita, grazie al cielo e lo sapevamo noi, come lo seppe il figlio e come pure dio comprese.

Dio, ignaro di tutto, dormiva.

FINE

 

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