Testo di – FRANCESCO PIERACCINI

 

Cattura

C’è una gran fila a Plaza del Estudiante, Città del Messico: Santiago Sierra ha appena sfornato il suo nuovo lavoro, finalmente qualcosa di buono!

E davvero il pubblico sembra acclamare con gioia questo nuovo manufatto contemporaneo, alla faccia dell’arte anti-retinica, non si vede tutti giorni un gradimento così spontaneo di un’opera.

Siete ancora seduti lettori miei? E non correte, non andate a vedere? Su su vi aspetto qui.

Già tornati? Come? Non c’era niente?!
Ah già che sbadato, mi ero dimenticato: l’opera è finita, così bella che se la sono mangiata.

Cubo de Pan è un lavoro di Santiago Sierra, realizzato (o meglio, fatto realizzare) nel 2003 all’interno del Centro de Asistencia e Integraciòn Social, una struttura dedicata alla cura e all’accoglienza di persone che vivono in situazioni di estrema povertà. L’opera consiste in un cubo 90x90cm di pane, tagliato e distribuito tra ospiti della struttura.

Estremamente semplice a livello formale e processuale, il cubo, di cui rimane la testimonianza video girata dall’artista e disponibile su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=DKG7wH4f3yU), lascia spazio ad una serie di riflessioni abbastanza tipiche nel lavoro di Sierra.

Come nel cibo, dove i sapori vengono scoperti piano a piano e si sommano sul palato via via che si mastica, prendiamoci tutti un pezzo di pane e proviamo a sentirne i vari livelli di gusto.

Ecco, strappiamo un pezzo coi denti e vediamo ciò che ci si presenta davanti: un cubo, di pane appunto. Nel video vediamo come questo venga minuziosamente preparato, prima lo stampo, poi la pasta, la cottura e infine la degustazione.

Si vedono anche i volti dei commensali, persone perlopiù afflitte da invalidità più o meno gravi, con un espressione indefinibile sui volti, né rabbia, né disperazione.

Con l’attenzione da documentarista e la prolissità tipica della video-art, Sierra documenta ogni cosa, così che qualsiasi spettatore, indipendentemente dal contesto in cui proviene, sia in grado di comprendere il luogo dove si svolge la performance, le persone coinvolte e i connotati dell’intervento.

Saltella il nostro pane sul palato e già un nuovo sapore ci incuriosisce. Ma perché proprio un cubo?

In arte contemporanea il cubo richiama fondamentalmente due concetti: l’arte minimal e il contenitore. L’arte minimalista è famosa in tutto il mondo per le figure geometriche cubiche, industrialmente perfette, con cui gli artisti del periodo hanno sostenuto la loro critica alle forme convenzionali della scultura e allo spazio “neutro” dei luoghi espositivi (musei e gallerie).

Allo stesso modo siamo venuti a conoscenza dei limiti del movimento, di come alla fine l’arte minimal sia diventata l’arte istituzionale per eccellenza, simbolo della scultura contemporanea americana e naturale fonte di ispirazione per designer anche nei giorni nostri. Il ritorno all’oggetto in sé, tanto auspicato, non è mai avvenuto: le sculture minimaliste hanno mantenuto la loro aura anche senza bisogno di piedistallo.

Il contenitore invece rappresenta il modo con cui l’ambiente che ci circonda influenza la percezione di noi stessi e delle cose: le leggi e le norme contengono le nostre azioni, la galleria e il museo, contenendo oggetti, li trasformano in arte e, tramite questa autorità, contengono le persone, ponendole in uno stato di soggezione di fronte ad opere non sempre comprensibili. E’ qui che ci riallacciamo al cubo di pane.

Lo stampo utilizzato per crearlo inevitabilmente non è che un parallelepipedo metallico, una scultura minimal che, fino all’arrivo in tavola del pane, funge da contenitore.

Il riferimento al minimal riguardo lo stampo di cui parliamo è reso ancora più evidente dal video che ne testimonia la sua realizzazione. Vediamo infatti che non è Sierra a realizzarlo, ma bensì due artigiani, pratica questa che ha reso celebre proprio il minimalismo (spesso Sol Le Witt si limitava semplicemente a scrivere le istruzioni per realizzare l’opera, incaricandone l’incarico ad altri professionisti). Si crea così una sorta di ironia tra l’arte minimal, che occupa la tribuna di onore nei musei americani e nei libri di storia dell’arte contemporanea, e il cubo di Sierra, che viene fagocitato in meno di mezza giornata ed in un museo non ci metterà mai piede.

Il gioco con il contenitore poi si fa evidente una volta che il pane viene messo sul tavolo e tolto dallo stampo: la forma cubica del pane è tutt’altro che perfetta, le facce non sono identiche e in alcune parti è un po’ sfatto. Soprattutto viene fatto a pezzi per essere distribuito.

E si crea così un simpatico contrasto, tra il contenitore, così perfetto e lucente, che probabilmente verrà buttato, e il contenuto, imperfetto, brutto, ma che invece serve una causa nobile.

Proprio buono questo pane! Ma non lo sentite il retrogusto? Non sentite quest’amaro che resta in bocca?

Per quanto Cubo de Pan si presenti sotto una luce umanitaria, caritatevole, il lavoro di Sierra non vuole avere connotati romantici, o ingenui, non c’è lieto fine. Infatti fin dall’inizio del video l’artista mette in evidenza un aspetto cruciale del suo lavoro: la documentazione non comincia con un allegro Banderas che fa il pane per i poveri, la prima immagine è, a dire il vero, molto cruda.

Si vede infatti la coda per entrare in questo centro, le persone silenziose che aspettano il loro turno; prima di entrare vengono perquisite dai dipendenti della struttura che indossano mascherine per respirare, per non essere contaminati da qualche malattia.

La prima immagine che vediamo è quindi quella di una barriera, un muro invalicabile che separa gli ospiti della struttura dal mondo circostante. Durante il video vediamo queste persone sempre da sole, mai accompagnate da qualche individuo del centro, mai in dialogo con qualcuno. Per quanto il Centro de Asistencia si impegni in un lavoro di carità e assistenza, le persone continuano a vivere in una dimensione lontana, da cui non riescono ad uscire, precipitati dal loro stato di indigenza estrema. Il tema delle barriere invisibili tra le persone è molto sentito e ricorrente nel Sud-America, lo abbiamo già visto con l’articolo Bananart e lo ritroviamo in altri artisti come Javier Tellez (Alguien volò sobre el vacio).

E Cubo de Pan non risolve la situazione, né è stato pensato per farlo. La lettura più cinica dell’opera vede queste persone costrette dal loro stato ad esibirsi in uno spettacolino, a mangiare una forma di pane stravagante per poi far girare il video in musei e gallerie. Alla fine della performance i commensali escono dal centro, ognuno con le sue cose, per tornare a vivere la vita di tutti i giorni per la strada, circondati da quattro mura invisibili.

Sappiamo tutti come si ottengono i privilegi e anche di come l’arte non si venda per la strada o nei mercatini. Così che non mi  ci vedo proprio a dare lezioni a qualcuno; il mio sostentamento dipende dalla solidità di un determinato gruppo sociale e, pertanto, a discapito di molti: qui parliamo di complicità, non di critica. D’altra parte è questa mancanza di morale una delle basi del mio lavoro. Lontano da qualsiasi happy end che chiarifichi la posizione dell’autore, l’opera possiede una forza maggiore precisamente perché non risolve nulla ed obbliga lo spettatore a prendere una posizione autonomamente, senza uno schema. Alcuni mi vedono come un critico altri come uno sfruttatore deplorevole, questo non mi importa molto dato che non è di me che voglio parlare” (tradotto dal testo originale,Candela, 2012).

Queste sono le parole con cui Santiago Sierra vi lascia alle vostre riflessioni e al vostro morso di pane amarognolo.

Posso offrirvi un altro morso?

Bibliografia e Sitografia

-Candela, I: Contaposiciones, arte contemporàneo en Latinoamérica. Alianza Forma. 2012

Cubo de Pan , da You Tube (ultima consulta 3/10/2013)

https://www.youtube.com/watch?v=DKG7wH4f3yU

-Santiago Sierra, sito ufficiale (ultima consulta 3/10/2013)

http://www.santiago-sierra.com/index_1024.php

-Catalogo C.A.I.S (ultima consulta 3/10/2013)

http://www.sds.df.gob.mx/pdf/DIRECTORIO%20CAIS%202013.pdf

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