Scritto da – Filippo Villani

Nella nostra epoca, fortemente dinamica come una macchina incessante sempre in attività, il motore della Storia sembra avere una costante, che purtroppo è ben lontana dall’essere positiva: la Guerra. Nelle ultime settimane l’Occidente ha sperimentato sulla propria pelle il ritorno ad un clima violento nella culla della civiltà, l’Europa, a causa degli attentati di Parigi.

Le misure conseguenti sono state tutte mirate a limitare la libertà dei cittadini e a rispondere con attacchi mirati l’ISIS in Siria ed Iraq, senza riflettere però sulla critica importanza di educazione e cultura per un reale progresso. Infatti non poche sono state anche le critiche, che hanno evidenziato la natura viziosa del circolo della violenza contro la violenza e, riflettendo su questa situazione (nonché sull’ormai blasonata e scontata frase “La Storia si ripete…”) mi è venuto in mente un parallelo col secolo scorso, che fu caratterizzato nella prima parte da conflitti mondiali e da risposte antitetiche tramite l’arma della creatività.

Ho insomma pensato subito alla forza, più esplosiva di una bomba, del “Dada”: pura provocazione rivoluzionaria contro un intero contesto socioculturale in decadenza completa.

La dimensione a cui mi riferisco è quella della Grande Guerra, epilogo tragico della Bèlle Epoque: i conflitti tra le varie classi e le remore nazionaliste erano i nodi principali irrisolti di un’età che si propagandava come di autentica felicità e realizzazione, sotto i fumi del progresso tecnico della Seconda Rivoluzione Industriale (che nascondeva però un degrado estetico nelle città rimediato in parte solo grazie all’Art Nouveau). In questa finzione idilliaca e al contempo miope gli intellettuali si esprimevano con diverse visioni su quello che sarebbe accaduto, spesso arroccandosi in maniera elitaria nei Caffè letterari: con l’esplosione del primo conflitto mondiale, coloro che assunsero una posizione pacifista fuggirono in Svizzera, Paese neutrale, per evitare di finire al fronte.

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Fu dunque a Zurigo che, nel gelido Febbraio 1916 (lo stesso anno in cui sarebbe morto in guerra il futurista Umberto Boccioni) il poeta tedesco Hugo Ball ed il pittore Hans Arp fondarono il Cabaret Voltaire, luogo di intrattenimento e sperimentazione artistica che in maniera democratica si contrappose fortemente a tutti i valori del passato recente e, come si può notare dal nome, si diede all’esaltazione della ragione contro l’irrazionalità bellica. Fu proprio la modalità di tale esaltazione che fece del movimento una novità assoluta, che venne riassunta nella parola “Dada”, inventata da Tristan Tzara (altro membro) nella seguente circostanza riportata da Arp:

“Dichiaro che Tristan Tzara trovò la parola (“Dada”) l’otto Febbraio 1916 alle sei di sera. Ero presente con i miei dodici figli quando Tzara pronunciò per la prima volta questa parola, che destò in noi un legittimo entusiasmo. Ciò accadeva al Café de la Terrasse di Zurigo, mentre portavo una brioche alla narice destra”

Il Leitmotiv del movimento consisteva quindi nel darsi a stravaganti iniziative basate sul nonsenso e l’ironia, comunque più sensate della guerra e consolidate dal Manifesto del 1918 sulla falsa riga di quello futurista.

Infatti, nonostante ci si possa riferire più ad una tendenza che si è radicata in maniere diverse a Berlino, Hannover, Colonia e Parigi (dopo gli inizi a Zurigo) che ad un gruppo organico, le direttrici ideologiche ed estetiche di riferimento erano di darsi ad un’Arte che fosse al contempo la negazione di tutta l’Arte concepita fino a quel momento, in un’ottica di trasgressione assoluta.

L’artista che è riuscito probabilmente a incardinare maggiormente tale principio è stato Marcel Duchamp: formatosi in Francia negli ambienti cubisti e futuristi ed itinerante tra Parigi e New York fu uno dei primi dadaisti a destare scandalo con il suo “Fontana”, che ancora oggi può far discutere molto.

Chi non conosce questo ready-made che non è nient’altro che un orinatoio in porcellana rovesciato?

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In quest’opera, che apparentemente può sembrare non voler dire nulla, vi è invece enucleato tutto il pensiero “Dada”, a partire dall’intenzione di concepire un’Arte veramente libera dal sistema del linguaggio tradizionale: si vuole compiere un duro atto di protesta contro il lascito di una società che con i suoi ideali ha condotto al mattatoio della Grande Guerra. Questo va a favore pertanto delle scelte dell’artista, non più alla mercè del potere politico o dell’opinione pubblica, permettendogli un pieno estro critico.

Vi sono poi aneddoti sulla simbologia dietro all’opera, soprattutto tenendo conto della firma falsa apposta “R.Mutt – 1917”: si dice che essa rimandi a “Mutter” (“Madre” in tedesco), termine che sarebbe attinente alla forma del ventre, oppure al nome di una dea egizia ermafrodita, o che semplicemente rimanderebbe al termine americano traducibile come “Babbeo” o, ancora, al nome di una ditta produttrice di orinatoi.

Quello che conta, al di là dei divertissements dei vari critici, è l’intento provocatorio sotteso, a cui molto ha dovuto poi tutta l’Arte contemporanea. Ques’ultima, ancora oggi, è frequentemente vittima di uno stereotipo che può sorgere spontaneo nell’assistere ad un ready-made: “Questo lo so fare anch’io”. Quante volte infatti si è sentita pronunciare questa frase di fronte per esempio ad uno squarcio di Fontana?

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Questa reazione di disgusto si basa sul preconcetto per cui a contare sia la perizia tecnica, non tanto l’idea. Eppure, a pensarci bene già dal Rinascimento l’artista mediamente abbozzava soltanto i modelli e lasciava l’esecuzione agli allievi: questo non priva di valore certamente i capolavori di affreschi che tutti noi conosciamo, come per esempio quelli di Raffaello nelle Stanze Vaticane. A dirla tutta, già Leonardo pensava all’Arte come “Cosa mentale”, dunque progetto: le forme trasgressive contemporanee non sono nient’altro che figlie di questa tradizione, portandola ad un’evoluzione incandescente.

Dunque, è facile notare quale sia l’eredità del dadaismo, che peraltro durò decisamente poco a livello ufficiale, “morendo” attorno al 1922-1923: molti degli artisti del Cabaret Voltaire passarono al Surrealismo se non direttamente all’Astrattismo e le loro lezioni ispirarono direttamente correnti della seconda metà del Novecento come il New-Dada e il Nouveau Réalisme, il primo in USA ed il secondo in Europa, con l’intento comune di usare a fini artistici oggetti puramente anti-estetici e banali per uscire dagli schemi della società di massa e portare a riflessioni sul colore o sul mondo.

Il fascino del “Dada” è ancora molto persino oggi, anche nel campo musicale: basti pensare al brano “Comunque Dada” dell’ultimo album di Caparezza “Museica”, che riprende in toto le tematiche del Cabaret Voltaire. E continua ad esercitarlo per una ragione molto semplice ma fondamentale: esso è la risposta alla follia della violenza tramite la violenza della follia.

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