Scritto da – Vito Puglise

 Nato dal profondo disprezzo in un bar.

Questo è l’esordio con cui Hugo Ball, Tristan Tzara, Hans Arp, Hans Richter, Marcel Janco e pochi altri avventori abituali del Cabaret Voltaire la sera del 5 Febbraio 1916 decisero di fondare un nuovo movimento artistico: il Dada.

Dada (così verrà chiamato d’ora in poi, come fosse una persona) è una cosa strana, a metà tra l’irriverente e il dissacrante. Anzi no, Dada li ricomprende entrambi e non solo, è anche irrispettoso, umoristico e talvolta nonsense.

L’origine del termine è ambigua: per alcuni significa “sisi” in russo e in rumeno, doppia affermazione coniata, si dice, per omaggiare Lenin, che frequentava il Cabaret Voltaire durante il suo esilio in Svizzera; per altri DA significherebbe “là” in tedesco; per altri ancora, invece, non avrebbe alcun significato.

Gli studiosi di estetica italiani spesso tendono a vedere in Dada, una parola priva di alcun senso, che, proprio per questa sua vuotezza si adatta a qualsiasi cosa. Non a caso si tratta anche delle prime sillabe pronunciate dai bambini, quando, ancora in fasce, indicano indifferentemente oggetti, persone e stati d’animo, con un’unica espressione. Forse è con questo stesso spirito che va pronunciato Dada, con un accenno d’incertezza, sbiascicando un po’, con una muta e tremante esitazione.

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L’inizio di Dada non si configura come un qualcosa di anormale, nonostante il tema centrale sia l’anomalia, ma, anzi, è comune anche ad altri movimenti artistico-culturali nati in quel periodo. Si pensi al futurismo, anch’esso nasce dall’incontro di più menti eclettiche affini, che, avendo un loro fisico punto di ritrovo e idee somiglianti, stendono un manifesto e cominciano a produrre in una certa direzione. Quello che cambia per Dada è la posizione in seno alla cultura del suo tempo.

Dada nasce nel 1916 a Zurigo, nella neutrale Svizzera, che aveva accolto artisti e intellettuali rifugiatisi in quella città, perché costretti dalla brutalità della guerra a lasciare le proprie terre natie. La posizione di Dada nei confronti della guerra è una posizione di opposizione forte e forzata. Dada mette in risalto come la crudeltà e l’orrore invoglino l’uomo a elaborare risposte nuove e d’impatto, che possano portare un messaggio diverso. Dove la guerra è normalità (e lo era nell’ Europa dei primi del ‘900), Dada è anormalità e distrazione. Ciò non significa che Dada abbia degli intenti pacifisti di sorta, come i movimenti artistici degli anni ’60 e ’70, che, anche lontanamente, da esso prendono spunto (il Fluxus in prima linea). Dada si pone come nemico della guerra e della sua bruttezza, schernendola e mettendone in risalto gli elementi più (tragi)comici, rendendola umoristicamente bassa e, quindi, pensabile. L’ironia è usata da Dada come una lama che taglia alla base gli obelischi valoriali dell’epoca.

In ogni tempo si vive secondo princìpi modellati intorno ad idee che sono puntualmente il frutto del pensiero degli altri. Nessuno riesce a discostarsi dallo schema del reale, che, con la sua rigidità, è una gabbia. Con questo non si vuole assolutamente dire che tutti dovremmo sentirci imprigionati dalla contingenza. Anzi, menomale, che essa esiste e che esistono anche delle vie di fuga annesse ad essa. In una gabbia si può stare bene e si può stare anche larghi, senza vedere le sbarre che dividono il didentro dal di fuori, ciò non vuol dire che non ci siano.

La risposta polemica e sfacciata a tutto questo è Dada.

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Dada è critico persino nei confronti dell’arte stessa, che sembra, al suo cospetto, vecchia e polverosa. Dada contesta l’aspetto razionale e studiato dell’opera, che diventa qualcosa da evitare, perché allontana l’espressione e richiama il raziocinio. Dada è completamente irrazionalistico e non si preoccupa di sfociare nell’impudenza più sfrontata, perché questo è lo scotto da pagare per liberare l’arte dalle convinzioni borghesi che la circondano e la rendono sterile, esautorandola pian piano della sua portata innovatrice. Dada vuole ridare all’arte una spinta propulsiva.

Dada è inoltre infinitamente democratico: Dada riguarda tutti. Ognuno può essere Dada. Ogni cosa può essere Dada. Si è Dada nel momento in cui ci si ribella e ci sono infinite forme di ribellione: ridere è una forma di ribellione, ma anche piangere lo è, urlare ne è un’altra, stare in silenzio anche, organizzare marce e protestare da solo. Tutto questo è Dada. Come ricorda Tzara: “Dio è Dada e anche il mio spazzolino lo è.”

La volontà rigorosa di catalogare ogni elemento del mondo cade sotto la scure potente di Dada, che è irrisoria e derisoria al tempo stesso.

Così il mondo non ha più maschere e torna ad essere quello che è: un melting pot di emozioni, sensazioni e vibrazioni che scorrono in direzioni diverse e sono tutte magiche e strabilianti nella loro singolarità.

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