Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

 

RAM non è un album facile. RAM è un fenomeno socio musicale che lo porta ad essere uno dei 5 album più attesi degli ultimi 10 anni, un’ abile manovra di marketing, è ricerca, è attesa che dura da troppo tempo. RAM è prendere alcuni dei migliori produttori della storia della dance, segregarli in uno studio con due pazzoidi cyborg parigini e cercare di riscrivere la storia dell’elettronica, forse riuscendoci.

1.Give it Life back to the music. nella opening c’è più Francia che in Parigi centro, eleganza elettro-classica vecchia scuola condita con beat funky elegante e il classico vocoder che è marchio di fabbrica. Ritmiche molleggiate e distese, zero eccessi per un ottimo pezzo da ascolto e tributo agli anni 70, incubatrice dell’ electro che è stata, è e sarà. C’è molto Nile Rodgers, è vero, ma dopo Get Lucky cosa vi aspettavate?

2.The game of love. un altro classicone molto discovery, ma il “passo avanti” (se mai si possa avere un’ evoluzione trascendente il capolavoro DaftPunkiano) si sente, ed è maccato, nell’ utilizzo di basso e main line del synth. Le tracce in background ad ogni modo possono sembrare pacchiane anche se facilmente contestualizzabili, sebbene dopo i primi 30 secondi d’ascolto.

3.Giorgio By Moroder. e si va nella sperimentazione schietta e, a mio parere, interessante: il Nostro Giovanni Giorgio Moroder, italico re della dance che fu, parla della sua personale esperienza musicale, della suo iter anteDaft, prima del “sound of the future”. Sotto la calda voce del Divo i due robot intrecciano un interessante base, un mash up di dance classica e ritmiche disimpegnate che sale lento a potenziarsi verso il delta del minuto 1:51, quello che, secondo me, costituisce il pezzo più interessante dell’intero album: Synth sincopato dal suono saturo di basso arricchito qua e la di chitarrino funky e archi digitali, un interessante canone elettronico in cui le linee principali sono armonizzate e esaltate al massimo delle loro possibilità. Ambrosia uditiva e orgia finale.

4.Within. Una ballad elettronica? Così pare, piano campionato tranquillo sotto una robovoce lamentante “There are so many things that I don’t understand”. Pezzo difficile, certo di facile contestualizzazzione nel disco, ma ben più complessamente identificabile nel percorso del gruppo. Forse un azzardo.

5.Instant Crush. Ovvero “anche i Daft Punk giocano sporco”. Un pezzo tranquillamente pop, bello ma easy, dove le casse sembrano avvolgerti le orecchie nella seta… Si sente fin troppo il tocco Julian Casablancas, non che la cosa debba necessariamente essere un male, anzi…

6.Lose yourself to dance. Più che un Daft Punk feat. Pharrell Williams sembra un Pharrell Williams feat. Daft Punk, anzi, Daft Funk… Funky peso, troppi sonaglietti e battimani nelle ritmiche. La parte centrale vale tutto il pezzo.

 

RAM-DaftPunk

 

7.Touch. Con Paul Williams il pezzo è pura ricerca estetica musicale, un discorso tra suoni autoesplorantisi. Un pezzo interassante e sicuramente più complesso di quello che potrebbe apparire a un primo ascolto distratto. 8 minuti di Viaggio e non di mera canzone, di ricerca del proprio io musicale, da odiare o amare. Per me è amore, senza dubbio.

8.Get Lucky. Inutile girarci intorno: il pezzo è un masterpiece. I Daft non schiacciano Pharrell né viceversa e il giusto compromesso stilistico ci regala una perla Funkydance di rarissima eleganza che, personalmente, non mi sarei mai aspettato da nessuno oggi, nemmeno dai Daft. Una boccata d’aria fresca old school e sicuramente la migliore cosa in cui l’ex NERD sia mai stato coinvolto.
Certo non è One More Time, ma gli elementi per diventarne degna compagna ci sono tutti.

9.Beyond. Pacchianata sinfonica iniziale a parte il loop di chitarra leggera montato su una linea di cymbal tanto facile quanto forse geniale, in quanto opportunamente rafforzata dal giusto basso, è un trip 80s tranquillo tranquillo. Well Done

10.Motherboard. Forse troppo? Forse si. Forse…

11.Fragments Of Time. Un altro grande ad affiancare il duo francese, questa volta dal mondo dell’ House, anzi, della meglio House, e si sente. Il pezzo con Todd Edwardsezzo è tranquillo ma, e lo ripeto di nuovo, forse un pelo decontestualizzante i robot.

12.Doin It Right. Eccola, eccoli. Magistrale feat con Panda Bear, splendida armonizzazzione reciproca. Il pezzo dell’ epifania: è vero, RAM è un album strano, non è certo ciò che aspettavo… però questo è forse dovuto a una mia personale miopia mentale: non avevo considerato un eventuale fattore stilistico evolutivo in quanto, il progetto Daft Punk, mi sembrava avesse già raggiunto un possibile apice insormontabile in quanto tale.
Su Doin It Right ci sono i cari vecchi Daft ma non solo, e forse è così anche in tutto il resto del disco.

13.Contact. E sti cazzi: La Closing. Ottima, mash up sonoro corposo e comunque definito, muraglione sonoro un po Justice e un po Tron Legacy, il nuovo anello della scala evolutiva. C’è tutto, e sicuramente c’è anche di più! Un pezzo non creato per esser ballato ma per toccare elettroniche corde emotive, una lacrima e forse un “Grazie”.

RAM è un album difficile perché prima di tutto è ricerca.
Lo amo, anche se non nella sua totalità, ma dopotutto in ogni storia d’amore c’è sempre qualcosa che ti fa girare il cazzo, sennò si scade nella noia.

6 Risposte

  1. roberta

    Molto bello il blog… pero’ aspetto nuovi post, e’ da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbe’, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

    Rispondi
  2. Davide

    Parecchi dubbi sul fatto che RAM, come viene arrogantemente chiosato nella recensione, sia un fenomeno socio (ma socio di che?) musicale, piuttosto che un fenomeno di strombazzamento mediatico che ha corroso il comune buon senso di fin troppa gente nel 2013.

    Ben pochi dubbi sul fatto che chi ha scritto questo articolo sia un fenomeno da baraccone innamorato di paroloni fuori luogo come “masterpiece” e incapace di far confluire una goccia di distacco critico in un oceano di fanboyismo e mediocre soggettività.

    Per quanto non mi piacciano, prenderò a prestito un titolo del disco e lo parafraserò: give it dignity back to journalism.

    Rispondi
  3. giuseppe.origo

    è l’autore che scrive, buona sera!

    innanzi tutto grazie per il feedback,
    secondariamente non sono assolutamente in accordo col suo commento, in quanto, oggi ancora più di quando scrissi il pezzo (a poche ore dai primi ascolti), sono convinto di quanto scritto (se non per quanto concerne il pezzo con Casablancas, che sto rivalutando più in positivo proprio ultimamente, in seguito a una nuova serie di ascolti partita dalla recentissima release del videoclip): con R.A.M. i Daft Punk han fatto quello che, in cinematografia, fa Tarantino da qualche film a questa parte, un’ operazione di filologia come input per una ricerca artistica. Con l’ausilio dell’ incredibile adunata di producer e DJ assoldati per produrre il lavoro nel suo complesso si sono spinti, con RAM, fuori dai dogmi della Ed Banger (in cui, ad ogni modo, i Justice stavano e stanno conducendo un’ esasperazione ottima di tutte le sonorità più classiche), proseguendo più che bene quel percorso di scoperta iniziato con la collaborazione nella stesura della soundtrack di Tron.
    La mission penso sia lampante: prendere spunto dall’ evoluzione dell’ elettronica e della disco per cercare una difficilissima operazione di “innovare a partire dalle radici”, riprendendo in mano gli strumenti (nel vero senso della parola).
    Siamo lontani anni luce dalla genuinità di Homework o da ogni altro lavoro che è seguito lungo la produzione del duo (per altro, a mio parere, mai ripetitivo e sempre capace di innovarsi e innovare).
    RAM è certamente un disco complicatissimo e ancora oggi, a mezzo anno dall’ uscita e a centinaia di ascolti, mi rendo conto che ogni confronto con le tracce dell’ album regala qualche dettaglio perso in precedenza, se ascoltato con l’ottica di scoprire qualcosa oltre un primo impatto difficile per qualunque orecchio si aspettasse un Discovery 2.0
    L’essere fenomeno sociale oltre che musicale è l’essere riuscito a riesumare, anche per le attuali generazioni di clubbers, il piacere dell’ ascolto consapevole oltre che della mera fruizione, è l’aver condotto quella che forse è la più riuscita campagna di marketing dell’annata musicale: monopolizzando l’attenzione senza risultare ridondanti i Daft Punk hanno creato un disco del quale la stessa attesa è diventata valore aggiunto, avvicinando poi al mondo delle sonorità elettroniche e dance anche chi mai avrebbe dato credito a questi generi troppo spesso, ingiustamente, bistrattati e etichettati come “approssimativi” da una critica ottusa.

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata