Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

d2

Volendo azzardare uno spunto di riflessione trovo che quest’anno, in sede di nominations e assegnazione degli Oscar, il ruolo di cardine sia caduto sulle capacità recitative dei personaggi delle pellicole, elemento che ha relegato in secondo piano regia e sceneggiatura, come discriminanti di selezione.

è stata un’ annata prodiga di ottime performance attoriali: dal lisergico DiCaprio Lupo della finanza all’orgoglio nostrano Servillo, dalla premiata Cate Blanchett alla rivelazione Barkhad Abdi solo per citarne alcuni.

Anche l’ottimo Dallas Buyers Club deve senza dubbio la fetta più consistente del plauso universale di critica e pubblico che lo ha celebrato al propellente di due gioielli di recitazione (per altro entrambi blasonati con la statuetta al Dolby Kodak Theatre). Insieme Matthew McConaughey e Jared Leto hanno perso più di 33 kili, ben 20 il primo, per prepararsi alla premiata performance e fare in modo che i rispettivi costumi di scena accomunati da un destino apparentemente segnato dal virus dell’ HIV, la punizione di Dio ai sodomiti, calzassero a pennello.

Il film è la storia di due grandi battaglie, a tratti un po’ ruffiane, ma nel complesso affrontate in maniera egregia: quella combattuta da due malati terminali per conquistare un trattamento atossico e efficace in un mondo di medici burattini asserviti a case farmaceutiche senza scrupoli votate al solo Dio Denaro, e quella di due Persone contro il cosmo dei pregiudizi che, trent’anni fa come oggi, avvolgevano e ancora avvolgono i temi dell’ omo e della transessualità.

Al Cow-Boy McConaughey, schiavo dei più deprecabili luoghi comuni omofobi che sembrano caratterizzare ogni singolo pensiero limitato di una vita votata al machismo repubblicano vecchio stampo e di un pot pourri di tossicodipendenze, viene accertato il virus dell’ HIV in stadio avanzato, una diagnosi che pare non lasciare scampo se non la speranza di essere selezionato per la sperimentazione dell’ AZT, potente antivirale “approvato” dalla Food and Drug Administration. Quest’ultimo è un ente governativo, vero antagonista della pellicola, soggiogato alla volontà delle case farmaceutiche che, ben consce dell’effettiva azione deleteria per l’organismo umano del farmaco/veleno in questione, se ne fanno comunque fiere promotrici nella crociata del profitto.

d1

Incappato però, lungo il suo percorso di disfacimento e poi redenzione morale e fisica, in un santone omeopatico messicano e nel divino (mi si passi questo aggettivo dovuto alla straordinaria performance recitativa, perfettamente alla pari con quella del protagonista) Jared Leto, transgender tossicodipendente e sieropositiva verso la quale inizialmente proverà quel triste cocktail di repulsione e ostilità che troppo spesso regola l’approccio dell’ uomo medio al “diverso”, McConaughey diventerà paladino dei diritti del malato in una guerra per introdurre e distribuire su territorio USA terapie alternative a quella, unica e tossica, voluta e “approvata” dal Governo e dalla FDA.

È un film che reputo rischioso, da guardare con attenzione e spirito critico: i medici non sono sempre il male, anzi, non lo sono a prescindere e questo è un messaggio che viene stravolto dalla pellicola la cui morale si traduce, sotto questo aspetto, in un pericolosissimo “inno all’ omeopatia e all’ autoterapia”.

Purtroppo ho avuto e ho dei cari malati di patologie complesse contro le quali, spesso, la speranza e la “cura alternativa” sembrano le sole soluzioni.

Mi permetto quindi di dissentire parzialmente, o per lo meno di invitare lo spettatore a una riflessione critica sul tema: attenzione a scherzare col fuoco e a rifuggire la medicina tradizionale, specie in presenza patologie di gravità conclamata nel trattamento delle quali la scienza compie ogni giorno rilevanti passi avanti, non sempre basta un barattolo di vitamine per allontanare una malattia autoimmune, un cancro o la bestia nera di turno.

La seconda grande lotta del film, contro il pregiudizio nella ricerca di quella che troppo spesso viene presentata come un’ utopia romantica di uguaglianza quando invece dovrebbe corrispondere alla normale quotidianità umana, e più che egregiamente condotta dalla vera e propria arte recitativa dei due attori protagonisti, che conduce, senza barocchismi né eccessivi arruffianamenti di sorta, lo spettatore in un viaggio lungo la “redenzione” di un coglione col cappello da cowboy. Il tema è di per sé già stato affrontato miliardi di volte dalla cinematografia di ogni dove e, ad essere onesti, sotto questo aspetto il film non brilla certo per originalità. Ma dall’ altro lato della medaglia ci sono due attori sublimi che affrontano gli ego dei protagonisti in modo impeccabile conducendo, complici di una regia a tratti molto riuscita, lo spettatore attraverso le due interiorità proiettate sullo schermo in un viaggio attraverso la sua stessa coscienza, per scoprire il pregiudizio ipocrita e bastardo che ancora alberga in ognuno di noi.

Ed è qui che viene fuori la mia personale ottusità, nell’ uno improprio del “noi”, un noi che sembra creare già di per sé demarcazioni a discapito di “altri”: è forse questa la più interessante delle battaglie del film di Jean-Marc Vallée, una lotta che non dovrebbe avere senso di esistere e che invece lascia sgomenti realizzare che è ferma allo stesso punto da più di 30 anni.

Dallas Buyers Club è la storia di un grande egoista che si troverà a lottare per tutto il mondo, ad affrontare e vincere sé stesso, elevandosi a Uomo in lotta per il mondo: una storia commovente ed umana della lotta per la sopravvivenza attraverso l’emancipazione da sé stessi.

Film-Toronto Preview

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata