Testo di – Ennio Terrasi Borghesan

Si ringraziano Virginia Stagni e B Students TV

Nel 1970 il basket europeo e il basket NBA erano due pianeti tutt’altro che paralleli come lo sono oggi.
In America si era appena chiuso il mitologico decennio dei Boston Celtics, capaci di vincere 9 titoli su 10 del decennio trascorso, un dominio inarrestabile interrotto soltanto dai Sixers di Wilt Chamberlain, l’antieroe per eccellenza se paragonato a storici giocatori dei Celtics come Bill Russell, Bob Cousy e Johnny Havlicek.

In Europa al dominio sovietico si contrapponevano i quattro titoli europei in dieci anni del Real Madrid, con l’eccezione rappresentata dall’Olimpia Milano di Cesare Rubini e Bill Bradley.

Il 1970 fu l’inizio del cambiamento per il basket europeo. Quel cambiamento ha un nome e un cognome ben preciso: Dino Meneghin.

Meneghin con Revolart

Meneghin con Revolart

 

Dino Meneghin nasce nel 1950 nel piccolo paese veneto di Alano di Piave. Debutta in Serie A alla giovanissima età di 16 anni con la sua prima grande squadra, la mitica Ignis Varese.

A soli 19 anni vince il suo primo scudetto con la società lombarda, ma la consacrazione a livello europeo arriva proprio nel 1970.

Quell’anno il cestista veneto diventa il primo giocatore europeo della storia ad essere scelto al Draft NBA, per la precisione dagli Atlanta Hawks. Dino non giocherà mai oltreoceano, ma questo episodio segna la prima tappa di un processo di globalizzazione della National Basketball Association che oggi, probabilmente, ha raggiunto il suo apice.

Il 1970 di Meneghin non è però solo un anno di riconoscimenti personali. Varese fa il pokerissimo (Campionato, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale) aprendo un decennio probabilmente irripetibile nella storia del basket italiano (ed europeo): sei scudetti in nove finali (consecutive); tre coppe Italia; cinque Coppe dei Campioni in 10 finali, anche queste consecutive (record assoluto); due coppe Intercontinentali (1973 oltre a quella del 1970). Ai trofei con Varese si aggiungono anche due bronzi Europei con la Nazionale ed un beffardo quarto posto alle Olimpiadi di Monaco.

La decade successiva di Meneghin sarà egualmente florida di successi, anche con l’Italia: nel 1980 arriva la prima, storica, medaglia italiana ai Giochi Olimpici di Mosca, dove gli azzurri eliminano la favoritissima nazionale di casa in una delle partite più sorprendenti della storia della pallacanestro olimpica; nel 1983 l’Italia conquista la prima medaglia d’oro della sua storia agli Europei, imponendosi nella finale di Nantes sulla Spagna.

Nel 1980 Meneghin passa da Varese a Milano. Per fare un paragone calcistico, è come se Javier Zanetti, nel pieno della sua carriera, passasse dall’Inter al Milan. Qualcosa di incredibile.

Meneghin nel 1980 ha 30 anni, ma viene dato in ampia parabola discendente, visto anche il precoce inizio di carriera. Ciò che gli cambia la vita è l’incontro con Dan Peterson, il nano di ghiaccio allenatore dell’Olimpia.

Perché gli anni ’80 non sono solo “Milano da bere”, ma anche “da basket”

Perché gli anni ’80 non sono solo “Milano da bere”, ma anche “da basket”

Peterson da a Meneghin quello spirito di preservazione e gestione del proprio gioco e livello fisico che gli permetterà di giocare in Serie A fino a 44 anni.

Dino, insieme a campioni assoluti come Mike D’Antoni e Bob McAdoo, già MVP della NBA e vincitore di due titoli con i Lakers di Magic Johnson, guiderà Milano a cinque scudetti in otto finali nel decennio, conditi da due Coppe dei Campioni consecutive e una coppa Intercontinentale.

Gli anni ’90 di Meneghin vedono le sue ultime esperienze, divise fra Milano e Trieste, in cui si toglie anche la soddisfazione di poter giocare contro il figlio Andrea (tra i leader della Nazionale che, nel 1999, conquisterà la seconda medaglia d’oro europea della storia italiana).

Nel 2003 avviene il definitivo riconoscimento della leggenda di Meneghin: la nomina nella Naismith Basketball Hall of Fame di Springfield, il massimo riconoscimento in assoluto nel mondo della pallacanestro. Dino Meneghin è uno dei tre italiani ad essere stato eletto nella Hall of Fame, insieme a Cesare Rubini e Sandro Gamba, ed è l’unico nostro connazionale ad essere stato nominato come giocatore.

Quel giorno, nel 2003, ad introdurre Meneghin fu proprio Bob McAdoo. Con poche parole che simboleggiano la Leggenda di un uomo di sport, di un giocatore tra i più grandi di sempre nella storia della pallacanestro europeo: “Ho avuto il privilegio di giocare con grandi giocatori nella mia carriera. Walt Frazier, Bob Lanier, Dave Cowens, Magic Johnson, Kareem Abdul Jabbar, Julius Erving, Moses Malone, Charles Barkley. E nell’ultima fermata della mia carriera in Italia, con Dino Meneghin. Dino appartiene al livello di questi giocatori. Prima di giocare in Italia, avevo saputo di lui, della sua leggenda e della sua reputazione. A lui ho persino ceduto la mia classica maglia n° 11. Dino Meneghin ha avuto una carriera straordinaria. Nessun altro in Europa, eccetto i suoi compagni, ha raggiunto i suoi risultati. In campo faceva tutto quello che era necessario per vincere, punti, rimbalzi, difesa, passaggi. È stato il più grande vincente del basket europeo. Sono orgoglioso di introdurre il più grande giocatore italiano di sempre, Dino Meneghin.

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