Testo di – DAVIDE PARLATO

 

David Lynch by Miles Aldridge for L'Uomo Vogue 2007

Dietro ogni grande uomo c’è un piccolo uomo. In realtà il mito del piccolo uomo è senza ombra di dubbio solo un mito: non esiste il piccolo uomo. Quello che noi chiamiamo così, nel mondo dei grandi, per facilità, per convenzione – per paura – non è altro che un bambino: quanto ci terrorizza pensare di essere stati dei bambini, di essere stati quello che non siamo ora, di essere stati altro. Dietro ad un sessantottenne David Keith Lynch c’è un piccolo Lynch, o meglio, un bambino: DKL, ma i suoi genitori lo chiamavano DK. Molto tempo dopo si accorsero della natura di quel soprannome: decay sarà per sempre condizionato da quell’appellativo nel suo appassionato amore per ciò che muore, per ciò che va in malora e per la ricerca delle verità nel decadimento – le metamorfosi della psiche umana e del mondo interiore.

Come rendere omaggio ad uno dei registi che più hanno segnato la mia vita in onore del suo compleanno? Potevo pensare ad un affresco della sua carriera registica, di quel cinema che è un viaggio che porta direttamente verso gli oscuri meandri della follia, attraversando con terribile pazienza tutte le porte dalla bocca dell’esofago alle latebre viscerali più profonde. Quel viaggio che da Eraserhead ed il suo funambolico dimenarsi fra il sogno e l’imbarazzante responsabilità della vita porta all’esperimento di Blue Velvet, che dal caos passionale di Wild at heart porta ai fotogrammi  freudiani di Lost highway e Mullholland Dr., fino a Inland Empire, l’apoteosi del cinema pittorico lynchano e superba antologia dello sfascio.

Ma in realtà ho deciso di omaggiare il nostro regista con ben altra dedica: esplorando quell’universo giovanile fatto di paure, desolazioni, sinfonie industriali e tensioni che ha portato il bambino Lynch a diventare il grande Lynch. Questo che parte è un elogio a DK.

DK voleva fare l’artista: tutto cominciò quando conobbe in Virginia il vicino della sua ragazza Toby Keeler, figlio di Bushnell Keeler, che di mestiere faceva il pittore. Dipingere diventò il suo grande desiderio. Esploratore di boschi, a contatto con la natura dell’est americano, difficile a credersi, DK frequentò per molto tempo l’ambiente dello scautismo, ottenendo il massimo grado americano di Eagle Scout: c’è forse un qualcosa che dissona in questo con ciò che sarà il suo futuro, ma forse DK attraversava solo uno stadio della sua metamorfosi: quello dell’ometto, del bravo bambino, destinato inevitabilmente a trasformarsi in un’artista. Destinato a recarsi in Europa sulle orme di Oscar Kokoschka e a trovarsi insofferente alla insopportabile pulizia della città di Salisburgo, che lascerà in breve tempo per ritornare alla sua devastata America postindustriale.

È stato uno dei miei quadri. Non ricordo quale ma si trattava di un dipinto quasi completamente nero. C’era una figura che occupava il centro della tela. Quindi mentre stavo osservando la figura nel quadro ho avvertito un leggero spostamento d’aria e ho colto un piccolo movimento. E ho desiderato che il quadro fosse realmente in grado di muoversi, almeno per un po’.” DK presso la Pennsylvania Academy of Fine Arts di Boston scopre il cinema: e vuole realizzare in quel contesto la sua arte, la sua esplorazione. E il risultato è Six men getting sick (six times), creato nel 1966: una scultura composta da sei calchi facciali in gesso dello stesso su cui è proiettata in loop per sei volte una serie di disegni, macchie, schizzi di colore che raffigurano la progressiva nausea dei calchi stessi, che, infine, rigettano secchiate di colore colante di baconiana memoria: gli uomini dell’opera sono collegati con un tubo al loro stomaco, loro sono questo – un tubo e una sacca stomacale. La quale, inevitabilmente, riversa il suo rosso malessere. Una sirena in sottofondo categorizza il tempo, lo inscrive in una dimensione onirica che già fa capolino nella prima opera del nostro piccolo regista.

DK ha trovato la sua strada – e la prosegue, addentrandosi in una dimensione sempre più sperimentale della settima arte con un altro cortometraggio. Con The Alphabet (1968) siamo davanti a qualcosa di compendiosamente devastante: il giovane regista affronta il tema dell’educazione e tra lo smalto vomitato del suo ego rigettante c’è stavolta il doloroso affrontare dell’educazione da parte del bambino, il parto linguistico e l’inseminazione semantica. “Please, remember you’re dealing with the human form” sussurra spettralmente un paio di labbra rosse: è un monito di un dolore che è il germoglio del male dell’uomo, il tormento della parola e del simbolo – lo strazio della violazione di uno spazio interiore (quello del bambino) con la tagliente staffilata della filastrocca scolastica. Un salto indietro, una morte, una metamorfosi: DK ritorna al suo decadimento interno di fanciullo straziato e il tutto si conclude, ancora una volta, con una logorante nausea purpurea.

L’opera piace alla critica: e DK invia una nuova sceneggiatura all’American Film Institute e l’ente, entusiasta, gli invia una sovvenzione per realizzare il suo nuovo progetto: un nuovo corto – The Grandmother (1970). È la vera retrospezione-introspezione lynchana, che scava nelle viscere del passato e dell’inconscio per giungere ad una prima vera rielaborazione sistematica della propria esperienza di infanzia. La nascita, la morte, la rinascita e la sofferenza dell’inutile rozzezza del linguaggio sono temi che si incrociano in questo piccolo capolavoro. Un bambino, maltrattato dai genitori, logorato dal loro costante rinfacciargli le sue debolezze. Una speranza: far crescere da un seme una nonna che si prenda cura di lui con la dolcezza e la pazienza di una cara levatrice. Ancora una volta è la anatomica idraulica umana a prendere il sopravvento sulla vita: e la debolezza del bambino si configura come il lago di urina nel quale il fanciullo si ritrova ad affogare. Riprese inquietanti intervallate da animazioni  lugubri e epifaniche di continui mutamenti portano il fruitore dell’opera a compiere un viaggio nel di dentro: nella morte di un’età per l’incominciamento di un’altra, rinnovata umanità.

Dietro ad un grande uomo c’è un bambino. DK muore e dalle sue spoglie cresce un rigoglioso albero, rigoglioso di un genio artistico unico nel suo genere.

 È il 1971 e l’AFI concederà nuovamente a David Lynch una sovvenzione per realizzare il suo primo lungometraggio. Il suo titolo è Eraserhead. È l’inizio di un cammino di un uomo, di un grande uomo – la rinascita.

Collegamenti per le opera menzionate:

SIX MEN GETTING SICK (SIX TIMES)

THE ALPHABET

THE GRADMOTHER

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