testo di – VALENTINA ZIBONI

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Sono gli anni del boom economico, dei divi del cinema, delle automobili che sfrecciano in Via Veneto. Sono anni d’oro, ben riassunti dalla celebre scena della bellissima Anita Ekberg alla Fontana di Trevi.

La dolce vita ha creato un immaginario, portando l’Italia nel mondo, e tutt’oggi resta un film iconico e incredibilmente moderno.

 

La dolce vita è un film del 1960 diretto da Federico Fellini. È uno dei massimi capolavori del cinema italiano e mondiale, un’opera di una bellezza inarrivabile, ma anche di una complessità ostacolante. Molti sono stati frenati dall’assenza di trama, tipica peraltro del regista romagnolo, altri ne hanno subito la lunghezza e altri ancora sono ostili nei confronti del bianco e nero, apparentemente così distante dalla cinematografia classica. Di conseguenza, tutti conoscono questo film, entrato ormai nell’immaginario a indicare una vera e propria epoca, ma solo una minoranza lo ha visto percependone la grandiosità. Più in generale, mi sono recentemente accorta di come la mia generazione sappia veramente poco del cinema italiano degli anni d’oro, espressione di artisti come Rossellini, De Sica e Fellini. Ancora una volta, noi italiani rischiamo di dimenticare che immensa eredità abbiamo e quale onore sia possederla. Ancora una volta, tendiamo a guardare fuori dai nostri confini quando siamo stati artefici di una magia culturale immensa, che ha influenzato gli anni a venire. Forse dovremmo smettere di rincorrere ciò che non ci appartiene e iniziare a dare il giusto valore e prestigio a ciò che siamo.

 

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Il titolo è il primo elemento interessante: è piacevole e richiama alla nostra mente emozioni positive. Il film passa alla storia, infatti, come la testimonianza di un’epoca felice, scintillante e goduriosa. Siamo nella Roma degli anni ’60, nella Roma di Via Veneto e dei divi del cinema. Una vita mondana, superficiale, spensierata. Ma è veramente così? In realtà, non si tratta della messa in scena di una vita dolce ma semmai di una vita addolcita, o meglio edulcorata, attraverso frivolezze in grado di nascondere un’immensa malinconia che fluisce e trapassa anche allo spettatore. Se ne esce distrutti da una visione attenta de La dolce vita perché Fellini tocca abilmente la profondità del nostro animo, svelando le bugie che ognuno di noi dice a sé stesso. Per non sentire il vuoto che ci attanaglia, colmiamo le nostre giornate di una mondanità vacua, di attività effimere, consumando relazioni così leggere da volare facilmente via. Tutto questo per alleggerirci dal peso che incombe su di noi di un’inadeguatezza costante, noi che non siamo all’altezza, forse, della felicità che tanto sogniamo, di quei momenti autentici con cui dovremmo, invece, riempire ogni attimo prezioso. Noi che, circondati costantemente da ogni tipo di bellezza, come può essere la magnifica Roma, le passiamo accanto, dandola per scontata.

 

Chi è il protagonista, Marcello Rubini? È un giornalista che si occupa di cronaca mondana, in costante movimento tra un locale e l’altro alla ricerca di scoop. Un uomo apparentemente semplice, soddisfatto dai piccoli piaceri e dalla bellezza fragile delle donne che incontra. Pian piano, lo si conosce ed ecco che ci appare realmente. È un uomo insoddisfatto, professionalmente e sentimentalmente: nel primo caso perché rivela avere ambizioni intellettuali ben più alte che, per paura o casualità, non è stato in grado di raggiungere; nel secondo caso, perché è fidanzato con una donna, Emma, dalla quale non riesce a separarsi nonostante sia un rapporto nato morto. Queste due componenti sono, a mio avviso, due importanti chiavi di lettura del film.

L’insoddisfazione professionale si esemplifica nel rapporto che Marcello ha con Steiner, un amico che vede poco ma a cui è stranamente molto legato, forse perché questi rappresenta proprio chi avrebbe voluto essere: un intellettuale di alto borgo, dalla famiglia perfetta e la cui casa è luogo d’incontro di molte figure interessanti e stimolanti. Eppure, sarà proprio questo alter ego mai realizzato ad evidenziare la prima crepa di una storia apparentemente scintillante: Steiner muore suicida dopo aver ucciso i suoi due bimbi; è una fine tragica e brutale proprio perché ci svela con tutta franchezza quanto sia labile il confine tra vita e morte, quanto sia infida la menzogna che viene costantemente raccontata agli altri quando si finge di star bene, ma dentro si muore.

 

“Qualche volta la notte questa oscurità, questo silenzio, mi pesano. È la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa: mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno. Penso a cosa vedranno i miei figli domani, “il mondo sarà meraviglioso” dicono, ma da che punto di vista se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto. Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato…Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori del tempo, distaccati…”

                                                                                                                                         Steiner

 

L’insoddisfazione sentimentale di Marcello, ravvisabile nel suo rapporto con Emma, nasce dall’incapacità di scegliere, e forse è proprio quest’incapacità il male che pervade tutto il film: possiamo avere tutto, vogliamo tutto, ma alla fine non riusciamo ad afferrare niente. Emma è una bella donna, fedele e completamente devota al fidanzato; eppure, a Marcello non basta: egli è soffocato dalla sua semplicità, nauseato dalla sua mediocrità.

 

 

“Tu dici sempre che sono io la pazza, che vivo come in sogno, che sono fuori dalla realtà…ma sei tu, sei tu che sei fuori strada! Ma non capisci che la cosa più importante della vita tu l’hai già trovata? Una donna che ti vuole bene sul serio, che darebbe la vita per te come se fossi l’unico al mondo! Tu sciupi tutto, sei sempre inquieto, sempre scontento. Marcello, quando due persone si vogliono bene, tutto il resto non conta. Di che cosa vuoi aver paura? Dì.”

“Di te. Del tuo egoismo. Dello squallore desolante dei tuoi ideali. Non lo vedi che quello ce mi proponi è una vita da lombrico, non sai parlare d’altro che di cucine e di camere da letto! Ma un uomo che accetta di vivere così, lo capisci che è un uomo finito?! È veramente un verme! Io non ci credo a questo tuo amore aggressivo, vischioso, materno: non lo voglio, non mi serve! Questo non è amore, è abbrutimento! Come te lo devo dire che non posso vivere così?! Che non ci voglio più stare con te?! Voglio star solo!”

Emma e Marcello

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Così, Marcello, incapace di amarla, ma neanche di lasciarla andare, colma le lacune di questo rapporto consumato tradendola con donne bellissime e affascinanti, muse ispiratrici di una mente avida di quell’emozione pura che tanto desidera, creature eteree che lo incuriosiscono e lo seducono.

La prima che si incontra è Maddalena: bellissima, ricca e annoiata da una realtà da cui non si riesce a nascondere; una donna che vorrebbe essere altro, migliore, ma che ricade continuamente nel degrado morale che lei stessa si è creata.

Sylvia è la meravigliosa attrice svedese che Marcello conosce subito dopo e di cui si innamora per la sua genuinità e per la sua fanciullesca energia: pare una creatura sovrannaturale perché depurata dalle scorie umane, priva di qualsiasi peso che la attanagli a questo mondo terreno. Marcello ne è estasiato, folgorato, e, invidioso, vorrebbe essere come lei, o perlomeno possederla.

 

“Massì ha ragione lei.

Sto sbagliando tutto.

Stiamo sbagliando tutto.”

                        Marcello               

 

Il film finisce aprendosi a diversi interpretazioni: giunto in spiaggia dopo un’altra notte mondana, Marcello siede a guardare il mare. Oltre un lieve varco scavato dall’acqua, quasi a sottolineare una distanza non solo fisica ma anche sostanziale, appare Paola, la ragazzina quindicenne che aveva conosciuto qualche tempo prima. I due cercano di comunicare, ma non si sentono, forse proprio perché sono creature diverse: dolce e genuina, la fanciulla dai capelli dorati e il nasino piccolo ricorda quasi una visione angelica, un ultimo tentativo di risollevare moralmente la figura logorata del protagonista. Tuttavia, al sorriso di Paola, Marcello risponde incupendosi e abbassando la testa, per poi andarsene; il film si chiude sul viso della ragazza che, serena, volge lo sguardo allo spettatore.

 

Si potrebbe parlare di ogni singola scena de La dolce vita e non sarebbe ancora abbastanza: ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni sguardo di uno dei personaggi converge a ricreare non solo un’opera artistica nel senso più puro del termine, ma soprattutto un’analisi socio-culturale dissacrante di un’epoca che inizia negli anni ’60 ma giunge fino ai giorni nostri. Una rappresentazione grottesca dell’uomo moderno in cui stentiamo a riconoscerci, mentendo un’altra volta a noi stessi. Lo specchio frantumato di una realtà, in cui ognuno giura di non vedersi riflesso.

 

“E non fare quella faccia! Cosa credi? Che noi siamo meglio? E se non altro, loro, certe cose le sanno fare con eleganza.”

Maddalena

 

 

 

 

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