Testo di Lorenzo Vercesi

 

Il dialetto comasco è un dialetto scortese. Le prime volte sembra quasi arrogante, con tutte quelle sue U prepotenti, con quelle sue parole dure e pietrose, danze di consonanti e di onomatopee. Mio padre ne masticava un po’ e ogni tanto in macchina metteva su quel suo vecchio disco. Io non capivo e mi arrabbiavo, lui con dolcezza mi guardava e mi spiegava quelle parole strane, quei suoni che io sentivo così scontrosi. Ce l’ho avuto nelle orecchie fin da bambino questo dialetto scorbutico. A volte lo prendevo a ridere, mi sembrava tutto così buffo e sgraziato, come pronunciato da un vecchio solo e sdentato. Ricordo bene un pezzo sul leggendario Guglielmo Tell, la voce di chi cantava impersonava il figlioletto dell’eroe svizzero, terrorizzato dalla prova cui il padre mezzo ubriaco voleva sottoporsi. “Sun’t el fiöö del Guglielmo Tell” diceva all’inizio della canzone e  non avevo bisogno di paterne traduzioni per capirlo.

 

Qualche anno dopo ho ripreso in mano questi vecchi ricordi che sembravano appartenere ad un tempo ormai andato. Amo fare delle casuali incursioni su Youtube, amo imbattermi in cantautori sconosciuti e sentire che hanno da dire, anche solo per la durata di un pezzo. Quella sera il cursore cadde proprio su Davide Van de Sfroos, per me nient’affatto sconosciuto. “Ma è Van de Sfroos, quello che sentivo in macchina da piccolo! Vediamo un po’… Guglielmo Tell, eccola qui!” e tutto un mondo si riapriva. Ascoltai diversi pezzi, inizialmente più per risentirli che per ascoltarli davvero. Poi il sito mi condusse ad un pezzo che mi incuriosì all’istante. “Loena de picch”, luna di picche. Da buon amante della poesia il titolo bastò già a convincermi a cliccare sul video e ascoltare la canzone. Fu l’inizio della meraviglia.

 

Ci sono cuori che battono poesia e musica. E chi sceglie di aprire il proprio petto come uno scrigno per farle sentire agli altri, sarà cantautore. Abbiamo le orecchie piene di fracasso e fuliggine che la vita vi scivola dentro giorno dopo giorno. Certe parole sono come acqua che scorre, lavano via dalla nostra testa la polvere del vivere, “l’arte spazza via dall’anima la polvere depositata dalla vita di tutti i giorni” scrisse un giorno Picasso e con quanta ragione!

A Van de Sfroos sono bastati 4 accordi per dar vita alla magia. Sono solo 4, ma così tremendamente in armonia con le essenze dell’anima da rendere noi ascoltatori stessi piccoli carillon emananti musica e versi. E se siete fortunati sarà un connubio ben difficile da non amare.

 

Van de Sfroos è un uomo gentile ed educato, quasi un padre paziente, e la sua voce ha un che di primula; mastica e ride una poesia sottile, ad andamento lento e lieto, quasi una serenata sotto lo sguardo di una luna “che sculta tucc e parla cun nissoen”, che ascolta tutti e non parla con nessuno, quando: “il plenilunio lustra la stazione” e c’è un cielo “di tessuto e silicone”.

C’è tanta umiltà nei suoi lavori, un’umiltà da pastore, un contegno da poeta di haiku. Ad una musica che ha ben poco di raffinato e complesso, dal soffio allegro dei ritmi popolari e il piglio danzante delle atmosfere folk, si accompagna una poesia che è letteratura, ma lo è senza boria e senza tronfi compiacimenti: lo è di una semplicità disarmante e al tempo stesso di una rara profondità. La lingua è quella dei vecchi da osteria dell’alta comasca, cresciuta fra tre di picche, quarti di bianco e qualche risata e usata per le storie che narrano un paese e i suoi incastri d’umanità. È una lingua che sa ascoltarti ascoltare, sfiorandoti appena la fronte con le sue dita d’arpa e mandorle, sgraziata come un violino ubriaco, ma dolce e vera come un cenno d’amore. È scortese, non piallata, quasi cacofonica, ma è solo una scorza, un rivestimento di facciata, un barocchismo fingente, ma in fondo benevolo che cela al suo interno una linfa azzurra, lunare, una poesia genuina e rigogliosa che dà voce a vite di tutti i giorni, esistenze comuni, volti non regali e storie nascoste.

 

Ascoltare questa meraviglia è mare aperto, viaggio infinito verso orizzonti di luce e vento, passando per la polvere dei sentieri, il gorgo del cuore in subbuglio, l’inquieto vivere di mille anime intrecciate, verso “quel luogo dietro i luoghi / dove non basterà il mare” che in fondo, forse, tutti noi, in qualche modo, stiamo cercando.

 

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