Testo — DANIELE CAPUZZI

 

Architetture dell’invisibile è il motto della stagione in corso de I Pomeriggi musicali e non c’è miglior modo di comprenderne il significato se non attraverso una, invisibile, composizione musicale ispirata a una, altrettanto invisibile, città inventata. L’orchestra milanese ha commissionato ad Aberto Cara la composizione di Ottavia, un brano ispirato a una delle Città invisibili di Italo Calvino. Cosi la descrive lo scrittore:

“Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. […] Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. […] Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.”

Italo Calvino (1972), Città invisibili, Einaudi

Cara, presente in sala, introduce al pubblico la sua creatura: «la popolazione di Ottavia vive una gioia disperata, irrazionale, come appare alla vigilia di una catastrofe».

Le percussioni danno le prime pennellate al quadro musicale, gli ottoni si introducono con un tema dolce di cui si impossessano poi gli archi, che vengono ripresi però dalle percussioni. Gli episodi, schegge di musica, che si alternano, portano lo spettatore nell’intreccio di funi, carrucole e travi sospese per aria, impossibili da afferrare, lo fanno dondolare, lo destabilizzano. L’uso degli archi è funzionale a questa sensazione, mentre un pesante passo del tamburo che picchia ritmicamente, quasi fosse un basso ostinato per qualche istante, crea la giusta ansia di cadere nel vuoto. Almeno finché, dopo una pausa dell’orchestra intera, un ultimo colpo di tamburo ci scaglia nel burrone.

Foto 1

Il concerto per due pianoforti e orchestra, FP 61, di Poulenc concede fin da subito di apprendere la limpidezza del suono e l’agilità della mano della ventiduenne Beatrice Rana, che ha debuttato qualche mese fa anche sul palco del Teatro alla Scala, quanto il vigore e l’espressività del suo ex maestro Benedetto Lupo. Corrado Ferraris cuce a perfezione il ricamo dei solisti alla trama dell’orchestra; la sua bacchetta è un ago magico nel dialogo fra i pianoforti e fagotto, che passa poi il filo all’oboe nell’Allegro ma non troppo iniziale. Il Larghetto è sentimentale, a tratti classicheggiante, e non può che strappare un sopsiro. Frizzante ed energica l’interpretazione dell’Allegro molto di chiusura.

Punto di riferimento per i concerti con due pianoforti solisti è certamente il decimo di Mozart, K 365. Questa composizione è di grande grazia all’orecchio, l’esecuzione è pulita e brillante per il primo Allegro, soave ed eterea nell’Andante, di efficace vitalità il Rondeau.

Per rimanere in compagnia del più famoso enfant prodige della storia, la serata si conclude con la celeberrima Sinfonia n. 40 K 550. Ad esclusione del secondo movimento, Andante, i tempi incalzanti del direttore d’orchestra hanno penalizzato l’espressività di un capolavoro molto amato; un poco di indugio, almeno in qualche punto dove i respiri sono necessari forse più alla mente che all’orecchio, avrebbe reso l’esecuzione, nel complesso, più godibile.

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