Testo di – LORENZO VERCESI

 

Dell’astro lucente e argentato della notte hanno parlato i poeti di ogni epoca. Abbiamo un cuore vuoto che è fatto per riempirsi di luce. E questa luce gentile, candida, leggera, quasi timida di cui brilla la luna è stata fin dai tempi antichi un punto di riferimento fisso, un rifugio e una meta per gli sguardi di ciascun uomo. “Tramontata è la luna / e le Pleiadi a mezzo della notte / anche giovinezza già dilegua / e ora nel mio letto resto sola” scriveva Saffo mentre guardava il lino dell’alba ammantare lentamente il profilo del cielo, mangiandosi lentamente quel cerchio di luce amica.

Alla luna l’arte ha sempre offerto accorati tributi; hanno cercato di dirne la meraviglia, il sottile incanto, la leggiadra armonia, chi con in mano un pennello, chi con in testa dei versi. Oggi io voglio prendervi per mano e condurvi, da umile e virgiliana guida, attraverso alcune tele che hanno tentato, nella piena e terrena consapevolezza della fallacia dell’uomo, di raccontarne la poesia.

A

1609, Adam Elsheimer, “Fuga dall’Egitto

Due cieli, due lune, due opposti sentimenti che   lacerano l’animo di chi fugge. C’è una luna dal volto imperioso che emerge dalla boscaglia, è vivida e forte come una lanterna accesa, ma nella calma della notte non invade il segreto del fuggitivo, quasi intendesse proteggere il suo cammino, quasi volesse vegliare sul suo destino. Luna madre, luna sorella, luna di speranza.

B

1819, Caspar Friedrich, “Due uomini contemplano la luna

La via è ferma, l’anima è in pura contemplazione. Piove dal cielo notturno un giallo inchiostrato, privo di regalità solare e la luna mostra il suo sorriso obliquo. “Non puoi indicare una stella a qualcuno senza che l’altra tua mano gli si posi sulla spalla” scriveva Yzhar nel suo: “Midnight Convoy”. Per la luna vale lo stesso: ogni sua contemplazione è meraviglia se si è in due.

Luna indicante, luna solitaria, luna viaggiante

c

1650,  Aert van der Neer, “Paesaggio con plenilunio

Aggressione di nubi e pianto di cielo. Da un frammento strappato alla crudezza del grigio si profila una parentesi di luna: è un istante, una virgola, un tratto di incanto che appare e svanisce nel battito d’un soffio. Scende sulla laguna deserta un fascio lunare, tiepido, come una carezza primaverile. Desolata piange la tenera luna: non può durare a lungo, tanto da togliere dal cuore di piombo della terra ogni peso. Luna lacrima, luna petalo, luna sospiro.

d

1966,  René Magritte, “L’heureux donateur

Sagome. Ritagli. Profili. Frastagli. Sembra  una di quelle notti he non sono, “ci sono notti che non accadono” scrisse Alda Merini, ma questa è una notte che accade due volte. C’è un dentro che ha l’odore d’un vecchio scrigno e polvere e contiene ogni smania di luce. C’è un fuori che in realtà è dentro che sa di vuoto e di malinconia. Due pezzi, due profili, due anime, invertite. E dove sta la luna? Nel mezzo, piccola, ridotta a un tratto di falce, ma solida e sicura nel centro, dove la notte di dentro si unisce alla notte di fuori. A volte ci sono bui che non siamo in grado di tenerci dentro; a volte c’è luce che non riusciamo a lasciare fuori da noi. Quella luna è dentro o fuori? Nessuna delle due, lei è, cuore della notte, batte zitta.

Luna presenza, luna perno, luna confine

e

1909, Giacomo Balla, “Lampada ad arco

Due lune. Luna d’elettricità, potente, dinamica, sfolgorante, artificiale. Luna di cielo, elettrica, vertiginosa, impeto, patema. L’incontro è esplosione di molteplicità. Leggerezza. Rapidità. La notte si nasconde dietro al duetto d’archi di queste luci, così coese, ma così diverse. “S’illumina, la notte poi si illumina / si spengono i cartelli luminosi / e piove luce intorno a noi” scrive Colapesce in una sua canzone.

È unione, alleanza connubio: τέχνη e Φυσις che si tengono per mano nell’inesistente notte che piano si arrende alla brillanza.

Luna scintilla, luna lanternacea, luna violino

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