Testo di – GIULIA BERTA

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Non voglio ascoltare notizie alla radio
Su come sarà il clima nel weekend. Parliamone.

Una volta
vivevano un paio di persone
Erano amici miei

Il clima, il clima in cui vivevano!
Santo cielo, il sole di quei sabati

[Gilbert Sorrentino, The morning roundup]

Oscure e disperate presenze si aggirano nelle sale del Castello di Rivoli. Sono gli avatar di Ed Atkins, ospitati da oggi fino al 29 gennaio in una mostra a cura di Carolyn Christov-Bakargiev. Una mostra che è solo una parte di un progetto più grande, teso all’ampliamento della collezione sia museale sia bibliografica del castello e al suo inserimento all’interno del circuito dei più frequentati musei di Torino e che nasce grazie alla collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che ospita infatti nello stesso periodo una delle opere maggiori di Atkins (a Rivoli ne sono esposte cinque). Una mostra che non è solo una mostra: infatti, l’artista non ha solo portato le sue opere finite, ma ha anche stilato una lista di volumi da lui amati e che hanno ispirato i suoi disturbanti filmati, volumi che sono andati ad ampliare la già molto vasta raccolta della biblioteca del Castello. Una raccolta di titoli molto diversi tra loro – che spazia da Allen Carr’s easy way to stop smoking, manualetto di autoaiuto per smettere di fumare che aveva goduto di un certo successo alcuni anni fa, a Safe Conduct: an autobiography and other writings del premio Nobel per la letteratura Boris Pasternak – e che, promette la Christov-Bakargiev, non sarà un unicum: infatti, il progetto è di portare, per ogni artista che sarà ospitato nelle sale del Castello, una lista di volumi suggeriti dallo stesso, in modo da realizzare una perfetta unione tra le opere e la loro genesi.

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D’altronde Atkins, che ha conosciuto la curatrice americana in occasione della biennale di Istanbul (occasione in cui tra l’altro è nata l’opera Hisser, acquisita all’interno della collezione permanente del Castello di Rivoli grazie alla donazione di Marco Rossi), ha pensato questa mostra specificatamente per gli spazi di questo sontuoso maniero del diciottesimo secolo: anche la collocazione nell’ultimo piano dell’edificio, proprio nel sottotetto, non è stata scelta per motivi pratici né tantomeno a caso. Infatti, se pensiamo all’intera struttura come ad un gigantesco corpo di pietra, l’ultimo piano ne è il cervello, un grosso cervello cavo antico-moderno, con travi di legno a vista e pareti freddamente bianche. Il luogo ideale insomma per le opere di Atkins, opere complesse, cariche sensorialmente e emotivamente, che inquietano, disgustano, spingono alla riflessione. L’arte non è qui consolazione né fonte di piacere: è un’indagine sulla desolazione dell’uomo moderno e delle sue frustrazioni, sulla vita e sulla morte, un’indagine disperata da cui non si esce con risposte, ma con nuove domande.

Figlio ribelle di un’epoca ipertecnologica, Atkins mostra la sua diffidenza per il mondo virtuale avvalendosi del suoi stessi strumenti: i suoi filmati sono una via di mezzo tra elaborazioni digitali e performance, a metà tra l’iperrealismo in HD e la più sfacciata e a tratti grottesca virtualità. L’artista stesso si filma mentre canta, recita, legge poesie ma, grazie al programma Faceshift e ad un modello Computer Generated di personaggio maschile acquistato su un sito specializzato nella creazione e vendita di avatar e texture digitali per videogiochi e progetti di realtà virtuale, quello che poi viene visto dal pubblico – l’opera finita – non è che un avatar che nulla ha a che fare con Atkins, nemmeno nelle fattezze fisiche; il personaggio nel video ha però preso in prestito da una persona reale le espressioni facciali e i movimenti, cioè le uniche manifestazioni tangibili della realtà interna di ognuno di noi. Ogni avatar non è quindi solo una pura immagine computerizzata, ma in un certo senso molto pratico lo è; ogni avatar è Atkins e contemporaneamente nessuno lo è veramente, in una perfetta fusione tra tecnologia e realtà che ci viene venduta oggi come la nuova America a cui tendere, ma che nella poetica dell’artista inglese non tarda a mostrare il suo lato più inquietante. I personaggi computerizzati sono esseri digitali che non hanno una vita propria, non hanno sentimenti o sensazioni tutte loro, ma i loro movimenti facciali e corporei sono “veri”, e l’associazione con l’uomo interamente calato nella realtà virtuale, per cui nulla è successo davvero se non è prima passato all’interno del tritacarne dell’elaborazione digitale e della pubblicazione social, viene spontanea. E d’altronde non è un caso se la prima opera esposta, Even Pricks, è incentrata su un gigantesco pollice che ricorda i like di Facebook: un semplice gesto come un pollice verso l’alto o verso il basso che un tempo decretava la morte o la sopravvivenza del gladiatore sconfitto ed oggi decreta, nella sua presenza o assenza, la nostra morte o sopravvivenza digitale, elevandoci a social star o cacciandoci nella più totale assenza di considerazione. L’animazione digitale, che dovrebbe avvicinarsi sempre di più al pieno realismo, è qui completamente surreale: il pollice si sgonfia e si rigonfia come un palloncino, penetra all’interno dei più svariati orifizi, invade tutto ciò che tocca, è una presenza scomoda da cui ci sentiamo violati.

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Se la presenza umana in Even Pricks è ridotta a inquadrature fugaci di occhi, nasi, ombelichi, organi genitali, essa è invece dominante nelle altre opere: ma si tratta di una presenza che è sempre un’assenza. I personaggi di Atkins sono soli, disperati, continuamente alla ricerca di un qualcosa – un contatto umano – che non raggiungono mai. Così, il bell’uomo dai capelli assurdamente lunghi di Warm Warm Warm Spring Bodies, inserito in uno spazio completamente irrealistico, talvolta mare profondo talvolta semplice e spoglio contorno bianco, ripete ossessivamente i versi della poesia di Gilbert Sorrentino The morning roundup, in un disperato tentativo di rivendicare una sua propria esistenza, esistenza che passa essenzialmente attraverso il sesso e la morte, elementi questi continuamente evocati ma mai raggiunti dal protagonista del video.

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Almeno il sesso viene invece raggiunto dal protagonista di Ribbons, un Fauno Barberini (scultura in marmo di un satiro ubriaco e addormentato) moderno, disperatamente solo e disperatamente alla ricerca di una donna; le sigarette e l’alcol che l’avatar consuma a fiumi altro non sono che un modo per alleviare la sua solitudine patetica. Il patetismo è anche d’altronde accentuato dal sonoro dell’opera: il canto da ubriaco dell’uomo è infatti interrotto da rumori di masticazione, di digestione, conati di vomito, deglutizioni. Atkins non fa sconti al suo personaggio, la cui corporeità è mostrata nel modo più grottesco possibile, e l’apice del patetismo è rappresentato dai glory holes di cui egli fa uso alla fine del video: la pulsione sessuale non è in Atkins spinta di unione con un’altra persona (e d’altronde non compaiono figure femminili in nessuna delle opere in mostra), ma anzi veicolo di alienazione completa.

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Proprio come succede in Hisser, la più recente opera esposta al Castello di Rivoli, che si ispira ad un fatto accaduto veramente: la morte di un uomo in Florida, inghiottito da una dolina insieme alla sua casa. Il “sibilatore” è un uomo dalla pelle tumefatta e arrossata, rappresentato negli ultimi attimi della sua vita. L’uomo dorme solo, si sveglia solo e solo si masturba proprio davanti alla foto del Fauno Barberini, insieme ad una del dipinto Ennui di Walter Sickert e ad alcune immagini del test di Rorschach. L’ultimo orgasmo della sua vita si realizza così nella più completa solitudine di una casa in cui nulla fa sospettare che viva qualcun altro: per quest’uomo completamente isolato dal mondo l’interazione umana non è nemmeno ricercata o desiderata, neanche nel momento dell’eccitazione. Il terremoto finale squassa e distrugge la stanza buia, trascinando anche l’avatar in una voragine mortale che non è disperazione quanto una sorta di liberazione estatica.

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D’altronde il tema della morte è onnipresente nell’opera di Atkins e si mostra appieno nell’inquietantissima Happy Birthday!!!, una malinconica e disperata riflessione sul lutto e sul ricordo che origina proprio da questa semplice coppia di parole. “Buon Compleanno” è infatti una formula standard, una formalità che nella nostra vita sociale è una consuetudine: ripetiamo queste parole tutti i giorni, a volte anche più volte al giorno, senza minimamente pensare al loro peso. Nella nascita è infatti intrinsecamente contenuta la morte, e il ricordo della nascita è contemporaneamente anche un memento mori che fingiamo di non notare.

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Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino è invece ospitata l’ultima opera dell’artista, Safe Conduct, forse tra tutte quella più cruda e impressionante: in uno spazio grigio e anonimo si muove un personaggio, vestito con una tuta sporca anch’essa grigia e anonima, alle prese con i classici controlli aeroportuali. La stessa sala espositiva ricorda un aeroporto: il filmato è infatti riprodotto su un trittico di schermi in posizione sopraelevata rispetto al pubblico, che ricorda i display su cui sono segnati gli arrivi e le partenze degli aerei. Ma ovviamente di classico questi controlli hanno solo l’ambiente freddo e asettico in cui vengono condotti: nelle vaschette ben note a tutti coloro che frequentano gli aeroporti ci finisce di tutto. Armi, frutta, un pollo arrosto, occhi, mani, cervelli o fegati: tutto ha lo stesso peso, tutto deve essere egualmente scandagliato, in una bulimica e ossessiva ricerca della sicurezza a tutti i costi. La sottile sensazione di disagio nel sottoporsi alle ispezioni, quella leggera inquietudine data da un sistema di controllo che contemporaneamente invade la nostra privacy e ci fa sentire noi stessi colpevoli, l’imbarazzo nel dover aprire la valigia di fronte a degli sconosciuti che ci osservano, vengono in Safe Conduct amplificati e portati alle estreme conseguenze: non sono solo i nostri oggetti personali che finiscono sul nastro trasportatore, siamo noi stessi, una versione di noi stessi che si riduce tutta alla nostra idoneità o meno di prendere un aereo, noi stessi ridotti ad una testa, delle mani, sangue, feci – tutti adeguatamente smontati per entrare negli spazi rigidamente predeterminati del metal detector. E l’incubo non finisce con questa procedura, ma continua anche sull’aereo – con il logo della compagnia British Airways bene in vista – anch’esso uno spazio asetticamente comodo, ma dove le cinture di sicurezza sono braccia umane.

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In definitiva, la personale di Atkins, vietata ai minori non accompagnati, è un grandioso incubo ipertecnologico, iperrealistico, delirante e grottesco, che crea personaggi istericamente sentimentali solo per prendersi gioco di loro e delle loro aspirazioni costantemente disattese, in una rappresentazione dell’essere umano desolante e antipoetica – in una parola, un appuntamento imperdibile.

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