Testo di – LORENZO VERCESI

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Immaginate una storia che racconti tutto. E immaginate un narratore che sia in grado di parlarvene come se avesse visto o sentito ogni cosa, quasi fosse lui stesso il demiurgo che l’ha plasmato. Se non avete mai letto niente di simile fate un salto in libreria e chiedete di un libro intitolato: “Specchi”. L’autore è uruguaiano, se guardate una sua foto gli leggerete certamente negli occhi il respiro di luce e sangue che illumina spesso lo sguardo dei sudamericani. Eduardo Galeano non è scrittore, lui è testimone. E le sue testimonianze, intrise di dolore, ironia e poesia, affondano le proprie radici in quella sua terra, per così tanti anni deturpata e sottomessa, per troppo tempo affogata nell’oblio.

“Specchi” è una storia universale dell’uomo; prende vita dagli albori dell’esistenza e cammina fra i sentieri dei secoli e fra gli anfratti delle epoche, macinando quei chilometri che l’evoluzione della mentalità e dell’anima dell’essere umano hanno percorso nel corso della storia. Ma non c’è soltanto questo. “Specchi” è anche un contenitore di volti, di sguardi, di parole, di discorsi, di lotte, di sopravvivenze, di antiche leggende e antichi miti, di mani, di piedi e di cuori che tutti insieme raccontano la sostanza del mondo e delle cose, indagata dal punto vista dell’Uomo, vero protagonista di questa ricerca, di questo viaggio nel profondo della sua natura. È proprio questa che emerge in tutte le sue innumerevoli forme: si narra di poeti, navigatori, banchieri, indovini, maghi, streghe, fattucchiere, ereditiere, cercatori di diamanti, inventori, scienziati, artisti, negrieri, donne, eroi, sconfitti, vittime. Eduardo Galeano si è tuffato a capofitto in questo intreccio di schegge, frammenti che insieme formano il mosaico universale dell’umanità.

Le parole dunque diventano lo strumento per dar fuoco a queste figure spente, nascoste nella memoria di pochi, perse nel labirinto tortuoso del tempo. Le parole restituiscono polpa a questi scheletri marciti, a questo pulviscolo informe che aleggia nell’atmosfera del passato e ne divengono la testimonianza, il resoconto, l’inno, in alcuni casi anche la condanna. Scrivere, in questa prospettiva, vuol dire far rivivere, resuscitare dalla morte non fisica, restituire l’antica luce per porci in ascolto, in contemplazione, per non dimenticarci che l’uomo è angelo e bestia, carne e spirito, polvere e luna. E dentro a questo fiume di donne, uomini e anime scorre la corrente della poesia e della bellezza, quasi agisse da fluidificante, da sostanza collante per tenere insieme tutti questi pezzetti di umanità. Siamo figli del tempo e della storia, “siamo nani sulle spalle di giganti” aveva detto qualcuno. Forse Galeano correggerebbe così questa affermazione: “Siamo giganti sulle spalle di giganti”, sì, perché altro non siamo che fango e anima, ma dentro di noi risiede grandezza e: “Siamo nati per rendere manifesta la gloria che è in noi”, forse Mandela aveva letto Galeano prima di pronunciare questa frase.

Un frammento di questa lunga storia è intitolato: “Inventario generale del mondo”; vi si parla di un povero marinaio cui venne affidato un compito molto particolare e oneroso: fare un inventario generale del mondo. Così scrive Galeano: “La missione affidatagli era monumentale. Arthur lavorò giorno e notte, ogni giorno, ogni notte, finché nell’inverno del 1989, quando era nel pieno dell’attività, la morte lo prese per i capelli e lo portò via. L’inventario del mondo era incompiuto, era fatto di rottami, vetri rotti, scope calve, ciabattine camminate, bottiglie bevute, lenzuola dormite, ruote viaggiate, vele navigate, bandiere vinte, lettere lette, parole dimenticate e acque piovute. Arthur aveva lavorato con la spazzatura. Perché la vita vissuta era tutta spazzatura, e dalla spazzatura veniva tutto quel che nel mondo c’era o c’era stato. Niente di intatto meritava di figurarci. Le cose intatte erano morte senza nascere. La vita pulsava solo in ciò che aveva cicatrici.

Specchi è una storia per farci ritornare nell’oscurità dell’Ade, a recuperare la nostra Euridice perduta. E chissà se questa volta, conoscendo l’errore del povero Orfeo, non riusciremo a riportarla in vita, nel mondo che abitiamo ed amiamo. Il libro chiude con parole di speranza e di conforto, elevando il suo ultimo elogio alla bellezza, innalzando il suo ultimo inno alla vita: “Quand’ero bambino, ero convinto che sulla luna andasse a finire tutto quello che si perdeva sulla terra. Tuttavia gli astronauti non hanno trovato né sogni pericolosi, né promesse tradite, né speranze in frantumi. Se non sono sulla luna, dove sono?

Non è che sulla terra non sono andati perduti?

Non è che sulla terra di sono nascosti?”

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