Testo di – LEANDRO BONAN

 

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Nel 1928, la scultrice Gertrude V. Whitney decise di donare la sua collezione di oltre 500 opere al Metropolitan Museum di New York, ma l’allora direttore del museo rifiutò il lascito, adducendo problemi di spazio. Ciò non scoraggiò l’artista, che decise, in risposta, di fondare un suo museo, il Whitney Museum of American Art, inaugurato solo tre anni più tardi. Ad oggi il museo conta più di 21,000 opere di circa 3,000 artisti diversi ed una biblioteca di 30,000 volumi.

In questo tempio dell’arte americana si trovano 3,153 lavori di Edward Hopper, il maggior esponente del Realismo d’Oltreoceano e quasi certamente anche il più famoso e significativo tra i pittori statunitensi. Nessun altro luogo, nemmeno un museo a lui interamente dedicato, avrebbe potuto rendere più giustizia alla sua vita e alla sua idea dell’arte del Museo Whitney, perché Edward Hopper è principalmente e inequivocabilmente un pittore americano.

Degli Stati Uniti è infatti intrisa la sua intera produzione artistica, al punto che tutti i suoi quadri, i suoi bozzetti, i suoi schizzi, sono in musei o collezioni statunitensi. Tutti eccetto due dipinti, curiosamente esposti al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Americana è anche la levità con cui dipinge: egli è libero, a differenza dei colleghi europei, di seguire il suo gusto personale, sia nella scelta dei soggetti sia nella tecnica, e trae giovamento dalla  giovinezza del suo paese, che compie un secolo solo sei anni prima della sua nascita. Non conosce, dunque, il senso d’inadeguatezza che provano i suoi pari Oltreoceano, dovendosi confrontare con secoli di arte eccelsa, e per questo gli è totalmente estraneo il disagio espresso dal suo quasi coetaneo Matisse, che nel suo diario scrive:

Penso che nulla sia più difficile per un vero pittore che dipingere una rosa, perché per dipingerla deve dimenticare tutte le rose che ha dipinto prima.”

E più rose sono state dipinte in passato, più è difficile non ripetere né se stessi né gli altri.

Quasi interamente americana, come  ambientazione, è anche la sua vita, iniziata a Nyack, un villaggio a pochi chilometri da New York, affacciato sul fiume Hudson, nel 1882. A 18 anni, appoggiato dai genitori, si iscrive alla celeberrima New York School of Art, dove ha come insegnante un pittore realista molto stimato all’epoca, Robert Henri, che gli insegna a ricercare i soggetti delle opere nella quotidianità. Lascia gli Stati Uniti solo in quattro occasioni, la prima nel 1906 e l’ultima nel 1910, ed ogni volta si reca a Parigi, di cui si innamora perdutamente. Lì  conosce gli Impressionisti ed impara ad apprezzarli, soprattutto Dégas, tanto che a distanza di vent’anni dipinge Automat (1927), che ritrae una giovane donna, sola, con lo  sguardo assente, che beve un caffè in piena notte. La posa della donna, il vuoto dei suoi occhi, la sua solitudine, ricordano immediatamente Assenzio, del celebre pittore francese.

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Entrambe le donne danno l’impressione di riflettere sulla loro vita, e la solitudine è un motivo portante dei due quadri. Dégas sceglie di sottolineare la mancanza di compagnia della bevitrice accostandola ad un uomo con il quale ella non ha evidentemente nulla a che fare, un avventore casuale e abbastanza malmesso, che ha lo sguardo distrattamente rivolto dalla parte opposta rispetto alla donna, non degnandola di alcuna attenzione. Hopper, invece, decide di far risaltare la solitudine della ragazza usando la luce: una luce innaturale, intensa ma priva di calore, che rende asettico e deprimente l’ambiente del locale, accentuando al contempo il contrasto con il buio esterno, altrettanto inospitale e freddo.  Unica nota calda, quasi sarcastica nella sua intensità, è costituita dal cesto di frutta che è alle spalle della ragazza, relegato solitario sullo sfondo.

La  Francia lo impressiona per i colori e la luminosità, per la pace e l’armonia che ispira, al punto che al ritorno fatica ad accettare la “sua” New York, caotica e scandita  inesorabilmente dai ritmi frenetici dell’economia e dell’industria. Tale accettazione sofferta della modernità si riflette in toto nelle sue opere: la realtà che tratteggia con grande attenzione scenica, catturando istantanee immobili e sospese nello spazio e nel tempo, non è quella del grande rinnovamento tecnologico, né, qualche anno più tardi, quella della Grande Depressione. Hopper non dipinge mai automobili né grattacieli, eppure è attivo proprio nel periodo di massimo sviluppo urbanistico della città: negli anni Trenta, infatti, vengono eretti l’Empire State Building, la Chrysler Tower e il Rockfeller Center, che rivoluzionano il panorama cittadino. Non che Hopper rifiutasse la modernità, ma la riesce ad apprezzare solo nelle piccole cose, nell’impatto che essa ha sulla quotidianità. Nei quadri di Hopper vengono per esempio raffigurate le pompe di benzina (Gas, 1940) e le lampade al neon (nel celeberrimo Nighthawks, o I Nottambuli, 1942) appena pochi anni dopo la loro introduzione sul mercato.

Mentre, quindi, la città si trasforma e si sviluppa, Edward si mantiene, dopo i viaggi parigini, lavorando come illustratore e grafico pubblicitario presso la C.C. Philips & Co., continuando a dipingere nel tempo libero. Una vita tranquilla, in fin dei conti, che ad un’indole pacifica come Hopper non spiace nemmeno troppo. Fino alla svolta del 1922. In due anni, dal ’22 al ’24, infatti, Edward vede la sua vita stravolgersi completamente: dopo una serie di mostre minori e collettive nell’atelier dell’ex-professore Henri, riceve per la prima volta le attenzioni della stampa, che pubblica un lungo articolo su di lui, e conosce, alla fine del 1922, Josephine V. Nivison, che diventa sua moglie due anni più tardi. Durante il fidanzamento prende finalmente parte alla prima mostra importante, al Brooklyn Museum; inizia a farsi un nome e le commissioni si fanno tanto costanti e cospicue da consentirgli, già nel 1924, di licenziarsi definitivamente dalla C.C. Philips & Co. per vivere con e della sua arte. Da lì in poi è un climax di successi, di cui i più importanti sono una mostra personale al MoMA nel 1933, l’esposizione alla Biennale di Venezia nel 1952 e un’ultima, grande retrospettiva al Whitney Museum nel 1964. La sua influenza nella cultura popolare diventa tanto forte da portare il geniale regista Alfred Hitchcock a basare la casa di Norman Bates in Psycho (1960) sul quadro The House by the Railroad (1925). Per chiunque abbia visto il film, la ricostruzione della casa è accuratissima, nello stile perfezionista che contraddistingueva l’eclettico regista. La fascinazione che il mondo del cinema prova per Hopper è tuttavia decisamente simmetrica: il pittore stesso tende a riportare sulla tela, più che la realtà, una rappresentazione drammatizzata ed essenziale di ciò che lo circonda, una messa in scena molto verosimile.

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Tale atteggiamento si può osservare nell’ultimo quadro dipinto prima di morire, Two Comedians (1966),  in cui l’anziano Hopper ritrae se stesso e la moglie  vestiti da Pierrot, mentre si inchinano a ringraziare un invisibile pubblico. La commedia della vita si avvia alla conclusione, e Hopper saluta con grazia, con la compagna di una vita, dopo aver espletato il proprio compito, dopo aver recitato il ruolo a lui attribuito, quello dell’artista tranquillo, mai sopra le righe, mai eccessivo, che con la placida determinazione dell’uomo americano ha lasciato un segno indelebile nella Storia dell’Arte. Si spegnerà l’anno successivo, nel 1967, nella sua New York, a 84 anni.

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