Testo di – FEDERICA ORIGGI

 

 

istanbul

Ci sono libri che ti colpiscono dal fuori. Così, degli incredibili e inspiegabili colpi di fulmine verso opere di cui prima nemmeno sospettavamo l’esistenza. Un’attrazione irresistibile e irrefrenabile, verso cosa poi? Forse la copertina, forse il titolo, forse il nome dell’autore, forse l’inconfondibile profumo dell’inchiostro e della carta. O forse nessuna di queste cose. Fatto sta che succede di innamorarsi, e proprio come accade per le persone, anche per i romanzi spesso non esiste un apparente motivo.

Così mi successe la prima volta che presi in mano un libro di Elif Şafak (da noi nota come Elif Shafak): la copertina rigida su cui campeggiava una melagrana infilzata da uno dei minareti della Moschea Blu colse subito la mia attenzione, e così fece il titolo, provocatorio. Fu amore a prima vista per “La bastarda di Istanbul”, cui seguì una lettura vorace, senza sosta. Proprio come si fa con i dolci più succulenti e tentatori provavo a contenermi, limitarmi, e leggere solo 1 o 2 capitoli al giorno, per non terminare subito la storia. Ma non ne fui assolutamente capace e il romanzo in meno di una settimana era già finito. Raccontava di colori, profumi, tradizioni, di culture diverse che si intrecciano, incrociano e si rincorrono lungo il filo degli anni, di una Turchia patriarcale ma costruita sulle spalle delle sue donne, di amori e storie proibite. E l’autrice ad ogni parola mi trasportava sempre di più nell’Istanbul di cui il titolo, e i profumi non erano più solo parole, e i sapori non più solo aggettivi. Forse fu proprio questo a farmi innamorare definitivamente: Elif Shafak fu capace di costruire via via una tela, un po’ Penelope e un po’ Sherazade, tenendomi incollata al filo della storia, trasportandomi in un luogo che fino a quel momento non conoscevo.

Ovviamente, dopo il primo romanzo mi affezionai. Io poi non appartengo (ahimè) alla categoria di quelli che comprano i libri (per il semplice fatto che prosciugherei le mie finanze e che in breve tempo sarei costretta a traslocare per mancanza di spazio vitale) ma per i romanzi della Shafak mi concedo sempre la coccola di andare in libreria e comprare l’ultimo nato, e non in edizione economica, ma con copertina rigida e tutti i crismi. Quindi alla Bastarda di Istanbul seguirono “Il palazzo delle pulci”, “Le quaranta porte”, “Latte nero”, tutti divorati in una media di massimo 7 giorni.

“La casa dei quattro venti” è l’ultimo arrivato, comprato poco fa e ovviamente già letto. In questo romanzo le protagoniste sono Pembe e Jamila, gemelle nate in un piccolo villaggio curdo nel 1945. La storia si articola in un susseguirsi di viaggi nel tempo, dalla loro infanzia fino all’età adulta, dall’innocenza al senso di colpa, in un alternarsi di luoghi diversi, da Londra ad Abu Dhabi, e di voci diverse, da quelle delle gemelle stesse fino a quelle dei figli di Pembe. La Shafak ci guida nella vita di queste donne, ci illude, ci fa sperare, ci preoccupa, trascinandoci all’interno del romanzo fin dalle prime pagine, legandoci fino alla fine in un romanzo che si districa piano piano, prendendosi i suoi tempi, invitandoci alla calma. I personaggi ci accolgono nei loro pensieri, e noi non riusciamo a giudicarli, ad arrabbiarci per le loro scelte sbagliate. E fino all’ultimo vogliamo capire cosa veramente sia successo, il perché di piccole briciole sparse dalla penna sapiente dell’autrice, che istillano dubbi su un finale apparentemente scontato.

Insomma, “la casa dei quattro venti” è davvero un romanzo che merita di essere letto. Lo stile leggero della Shafak, la sua ironia e la critica, non esplicita ma presente nei confronti del razzismo, del maschilismo, dell’ignoranza, la sua abilità di mischiare voci e vite senza creare confusione, le sue donne dai profumi indimenticabili, quel fascino delle cose che non conosciamo, delle vite che si nascondono dietro i veli delle donne mediorientali.  E’ un romanzo da leggere, come lo sono tutti i suoi altri libri dopo tutto.

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