Testo di — DAVIDE LANDOLFI

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In Your Hands segna il ritorno di una delle cantanti inglesi più fresche del panorama pop/soul odierno: Eliza Doolittle.

Il debutto, Eliza Doolittle (2010), l’aveva un po’ penalizzata a causa delle somiglianze con alcune colleghe, Lily Allen e la defunta Amy Winehouse, non facendo emergere del tutto il personaggio Eliza Doolittle.
Il suono pop mischiato a richiami souful era stato una vera ventata d’aria fresca, da segnalare infatti l’enorme successo di singoli come Pack Up o Skinny Genes (diventata un tormentone nel nostro Paese grazie ad uno spot pubblicitario), che però non è bastato per imporla sulla scena musicale.

Con un disco di debutto esploso immediatamente dopo la sua pubblicazione e passato, poi,  quasi inosservato e un ritorno a tre anni di distanza, Eliza Doolittle si ritrova esattamente al punto di partenza, ma questa volta la musica è cambiata.

Rimasta fedele allo stile frizzantino e catchy dell’esordio, In Your Hands mostra i segni di una maturazione eccellente, ma soprattutto un disco che ha qualcosa da raccontare.
Nei precedenti tre anni, la Doolittle ha attraversato una rottura sentimentale che è riflessa in questa seconda fatica musicale, ma bandita la solita solfa post-relazione alla 21 di Adele.

In Your Hands, infatti, racconta il prima, il mentre e il dopo in una serie di up & down amorosi che scorrono fra beat r’n’b o più sfacciatamente soul.

Il disco si apre con gli immancabili piano e hands-clap in Waste Of Time che sono diventati un marchio di fabbrica dell’intera visione artistica della Doolittle, ma questi suoni, apparentemente, allegri e innocenti, nascondono dei testi taglienti “What a waste of time, precious little time, I’ll waste some of yours babe if you waste some of mine”, maturi appunto. Come Hush o Let It Rain, che mostra quello che è l’intento del disco “I found my way with bad directions. I’ve done my best, and I learned my lessons”.

Ma non è sempre tutto oro quello che luccica: i toni diventano più cupi e martellanti nella souful Bad Packing, primo accenno della parte negativa di una relazione e di tutto quello che ne segue.
Atmosfere sognanti ed oniriche nella splendida No Man Can che eleva i sentimenti dell’innamorato fino a toccare le vette più alte, così come in Walking On Water, ma è con la title-track, In Your Hands, che la Doolittle reggiunge l’apice della sua discografia.

La miglior ballad degli ultimi tempi e i cori di sottofondo, lievemente accennati, disarmano e proiettano in un turbine d’amore senza precedenti. La potenza evocativa di In Your Hands, vale tutto il disco e tutte le produzioni Doolittle passate, presenti e future.

Impossibile non rimanere contagiati dalla radio friendly Checkmate e impossibile non paragonare Make Up Sex con le produzioni Lily Allen con cui la Doolittle pare giocare, ora, molto più consapevolmente di un tempo.
Oltre alle influenze soul, non mancano quelle jazz in Don’t Call It Love o in One In A Bed che dimostrano ancora una volta l’estrema versatilità di questa artista inglese che fonde suoni importanti con la leggerezza e la spensieratezza del pop come in Big When I Was Little, primo singolo di questa seconda era discografica, che non mostra sostanziali differenze rispetto a singoli come Pack Up o comunque rispetto a quanto fatto fino adesso.

Il disco conclude il suo corso così come lo ha inziato, ma con un punto di vista più adulto “I need to chill against the rubbish cans and learn to live with dirty hands, I tried to put my make-up on, but I’m not fooling anyone” con la splendida Rubbish Cans dall’allure tremendamente ‘60ies.

Quello che stupisce di questo In Your Hands è il modo in cui la fine di una relazione viene affrontata: Eliza non si piange addosso, non annoia con una serie di ballad strappa lacrime (che la collega Adele impari!), capisce gli sbagli, conserva il buono e passa oltre con i soliti beat spumeggianti che quasi fanno dimenticare la realtà, a volte cruda, dei testi.

Eliza Doolittle, non si discosta quindi dagli esordi e non va a tradire se stessa a favore delle mode o del soldo facile proseguendo sulla strada battuta tre anni fa e andando a proporre, non certo la svolta, ma un lavoro coerente, ma soprattutto puro ed onesto.

Voto: 8.75

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