Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

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Con District 9 Neill Blomkamp riuscì a accendere un piccolo lume di speranza nella decadenza della fantascienza su celluloide del 2000, vittima della “Sindrome Di Avatar“: una produzione cinematografica pirotecnica succube del progresso tecnologico, in cui sceneggiatura e regia abdicavano, film dopo film, innanzi all’ effetto speciale, non più mera componente aggiuntiva di supporto ad esse, ma ormai sostitutivo della narrativa resa orpello vivente in funzione di esso.

District 9 finalmente reinventava il filone di un genere fantascientifico nato inizialmente apposta per reinventarsi e stupire, proponendo un film compromesso fra fittizio documentario e narrativa tradizionale in supporto di una storia di integrazione interplanetaria perfettamente presentata: un’ ottima pellicola.

Questo però è lampante non essere il nuovissimo Elysium, a cui il mordente del predecessore manca, crollando di nuovo nella visual trap Cameroniana.

Quella che di fatti si presenta essere, durante la prima parte del film, una Orwelliana ma originale storia di fanta-conflitti anti-umanizzanti è demolita con una precisione certosina nella seconda metà della pellicola.

La massa proletaria umana vive segregata nella favelas planetaria terrestre: lavora, è sporca, si ammala, invecchia e muore.

Qualche migliaio di kilometri più in su nel cielo i nababbi aristocratici vivono negli agi della base spaziale Elysium: governa, è pulita, non si ammala, non invecchia e non muore (grazie alla complicità di capsule-panacea, tipo quelle dei Sayan).

Spietati scafisti intergalattici organizzano viaggi della speranza su navette-gommoni in direzione di questa terra promessa, finendo per lo più bombardati dai Leghisti locali, evidentemente molto sensibili al tema dell’ immigrazione clandestina.

Nel frattempo Matt Damon lavora, sul pianeta azzurro, in una fabbricona di robot tirando a campare, ma il secondo tempo è in agguato e, dopo l’intervallo, l’eroe pelato resta vittima di un incidente sul lavoro e si cucca una dose di radiazioni tale da far sbiancare Hulk: la diagnosi spietata gli lascia si e no 5 giorni di vita.

Ed è così che in 5 minuti il protagonista si trova impiantate due braccia pneumatiche da Mazinga, un chip nel cervello contenente 6000 terabite di libretto di istruzioni “come ribaltare il governo centrale restartando Elysium” e una flotta di spietati mercenari, al soldo del suddetto governo centrale comprensibilmente turbato, alle calcagna.

Ed è qui che compare il vero leit motiv dei restanti 40 minuti di film: le legnate.

Legnate sulla Terra, legnate nelle navette-gommone, legnate su Elysium, Legnate a Matt Damon e ai cattivi, Legnate a uomini, donne, vecchi, vecchie e bambini.

Certo però legnate splendidamente condite da 115 milioni di dollari di budget, palesemente investiti nella loro parte più grande in effetti speciali.

Roba coatta, insomma.

E intanto il cuore piange realizzando come un film che “però, le premesse per la figata ci sono tutte!” viene ridotto ad un “e vabbè, almeno ho passato una serata fuori casa” nell’ arco di una pausa pop-corn e che ancora un regista è caduto vittima dello slow motion che ti fa vedere i pezzettini di carne e robot deflagrati dai proiettili, della telecamera peripatetica, delle techno-mazzate e del superfluo: perchè, caro mio, il tuo mestiere è e deve essere innanzitutto quello di fare un film che possa presentarmi una trama valida supportata da una regia che mi faccia capire le cose senza annoiarmi, poi dopo sei libero di dedicarti a compiacerti dell’ orpello tecnologico e grafico, visto che quest’ultimo non è autosufficiente, a differenza del resto.

Peccato Blomkamp, peccato.

Valutazione: 6.5 / 10

Punti di forza: Premessa narrativa, citazioni, Design e Grafica

Punti deboli: Azione tracotante al punto da danneggiare la sceneggiatura, finale pessimo

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