Testo di – GIULIA CASTELNOVO

Correva l’anno 1961 e in quella che immagino un’intesa estate Newyorkese, Dan Flavin, dopo aver appena chiuso la sua prima mostra personale alla Judson Gallery, prese una decisione che cambiò per sempre il suo destino: iniziò ad immaginare di incorporare nelle sue sculture la luce elettrica e, una volta abbandonata del tutto la tela, arrivò a creare qualcosa che sconvolse il mondo dell’arte e lo consacrò pioniere del Minimalismo. Dedicò la sua carriera all’esplorazione critica della luce come strumento espressivo attraverso luci e tubi di neon dai colori fluorescenti di produzione industriale, medium esclusivi della sua produzione artistica fatta di esperienze suggestive e completamente nuove. La provenienza industriale, la banalità e in qualche modo la povertà estetica di questo materiale fanno subito pensare ai readymade di Duchamp, che l’artista conosceva e ammirava molto. Le sue opere però mostrano fin dall’inizio una vocazione tridimensionale per via dei legami profondi che instaurano con l’ambiente che le accoglie, creando giochi dinamici, di contrasti e di armonie. Flavin regala allo spettatore un’occasione unica di dialogo con la luce e il con suo potere emblematico con cui per secoli gli artisti si sono dovuti misurare.

Un esempio di assoluta simbiosi tra opere e spazi è la Villa Menafoglio Litta Panza di Biumo, a Varese, che possiede un’intera ala dedicata alle opere site-specific di Flavin nella sua collezione permanente. Nel 1976 l’artista venne invitato dallo stesso padrone della villa, il collezionista e mecenate Giuseppe Panza di Biumo, per lavorare al “Varese corridor” che occupa il corridoio e le sale al primo piano. Appena superata la porta che divide questa zona dal resto dell’esposizione inizia un’avventura stupefacente in cui lo spettatore è in balia di luci rosse, gialle, blu, verdi, bianche e viola che creano insieme qualcosa di unico che richiama inconsci e intensi sentimenti, da scoprire passo per passo. Il corpo e la mente vengono inondati dalla luce e dal colore che quindi si percepisce in una concretezza quasi impensabile, in un viaggio magico e intenso che non ci si aspetta. L’architettura, gli spazi, la disposizione delle opere: tutto è in funzione dell’energia luminosa e garantisce a chiunque una fruizione potente e a tratti spirituale. Le pareti sono disintegrate, lo spazio fisico è annientato e la fruizione va al di là delle barriere architettoniche perché il medium, la luce come elemento espressivo, sembra estendere le stanze verso l’infinito per creare uno spazio artistico autentico e totale.

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Il suo linguaggio non vuole essere complesso o ambiguo ma coincide con l’irradiamento e con il colore stesso, con la luce nella sua forma più pura e originaria; dirà infatti “It is what it is, and it ain’t nothin’ else… Everything is clearly, openly, plainly delivered”. Nessun enigma, nessun elemento superfluo: “Less is more”, il motto del minimalismo, risulta più chiaro che mai perché la semplicità spalanca impressioni nuove e suggestioni che non si dimenticano facilmente dopo la visita del “Varese corridor”.

E se la voglia di emozioni al neon diventa implacabile basta andare non troppo lontano da Varese per l’ultima delle numerosissime testimonianze dell’artista, solo due in Italia; A Milano la chiesa di S. Maria Annunciata in Chiesa Rossa ospita il progetto “Untitled” realizzato postumo dalla Fondazione Prada. Gli spazi dell’abside, della navata e del transetto sono inondati dal colore e dotati di una spiritualità nuova ma non per questo meno autentica. L’architettura della chiesa, immersa in una della tante vie trafficate di Milano, acquista un’energia rinnovata e sembra raccontare una storia di emozioni con i suoi colori. Quello di Flavin è un linguaggio immediato, minimal, ma non per questo banale: ha bisogno di spettatori pronti a lasciarsi guidare dai suoi neon alla riscoperta della luce e della sensorialità, disposti a lasciarsi affascinare dalla profonda semplicità e bellezza della luce. Il risultato, vi assicuro, sarà sorprendente.

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