Testo di- CAMILLA ABBRUZZESE

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Se chiudete gli occhi e provate a riascoltare con la mente una canzone di Edith Piaf, come “La vie en rose”, sarà facile riuscire a immaginarvi protagonisti di un’altra epoca in bianco e nero, in un bistrot nell’Ile de Paris, all’ora del tramonto, con le foglie incendiate in autunno, accompagnati da un buon libro e una bevanda calda.

È questa l’atmosfera che si può rivivere nei book bar, i locali che stanno spopolando sempre più nelle città metropolitane. Partiti da New York sono giunti nel nostro continente, in Inghilterra e anche in Italia. E ogni città li ridipinge di un’aura propria, a seconda delle tradizioni che ne hanno intessuto la storia e a seconda di occhi, volti e mani che ci passano la vita ogni giorno e ne respirano la quotidiana abitudine.

Il caffè letterario aveva costituito, nel 1700, una conquista illuminista, un nuovo modo di intendere la cultura. Non era più il sapere prevalentemente ecclesiastico del Medioevo, con epicentro nella piazza, non era nemmeno il sapere aristocratico e linguisticamente inaccessibile delle corti rinascimentali o dei salotti reali. Il caffè era la constatazione illuminista della volontà di produrre una cultura libera da catene religiose o tiranniche: grandi animi come Voltaire, Rousseau, Verri, Defoe, Swift, Verga e Diderot, hanno riscaldato le panche di questi luoghi culturalmente immensi e splendidi, dibattendo, meravigliandosi e creando, in tal modo (talvolta anche inconsapevolmente), pura arte.

Era finita l’epoca della taverna e il culto dionisiaco di ebbrezze e trasalimenti, per dare inizio ad una realtà riflessiva e intellettuale, quella del caffè, in cui si incontrano il dibattito e la partecipazione silenziosa dei lettori.

Ricreare un contesto simile nelle città metropolitane tecnologicamente avanzate come le nostre è un fenomeno che fa sorridere.

Probabilmente perché innanzitutto rappresenta il ritorno ad un’atmosfera più domestica: non più il bar (che deriva dall’inglese “to bar” = “sbarrare”, per indicare il bancone che divide l’area riservata al barista da quella del consumatore), ma ci si re immerge in una situazione molto più familiare, staccata dal contesto abitativo, eppure vissuta come una seconda casa da vivere in complementarità con la città. Passare del tempo tra mura zeppe di libri dalle pagine ingiallite, sorseggiando una bevanda calda o un bicchiere di vino, contornati da interni caldi, languidi, arricchiti con fiori di campo e una musica che si diffonde nell’aria, è un toccasana per l’anima e il cuore, scioglie le preoccupazioni e addolcisce i sensi.

Ma ancor di più, un esperimento del genere significa dare un valore aggiunto alla lettura, darle un colore speciale, una possibilità di riapprezzare la calma che un’attività del genere richiede.

 “Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro?” dice Baricco e credo abbia riassunto già tutto.

Una città che riempie un caffè libreria è una città fatta di persone e non di individui. Indica la presenza di cuori che battono oltre a organi che funzionano e cellule che si riproducono.

Se esistono angoli di paradiso come questi possiamo ancora pensare di trovare, tra un marciapiede e un semaforo di una metropoli immensa, qualcuno che ancora abbia la capacità di fermarsi davanti a qualcosa per sorridere, che guardi oltre i colori di una tela e veda le stelle come fossero vere  e il cielo blu come nei ricordi migliori che ha. Che sappia sentire tutto immensamente. Sentire gonfiare il cuore guardando le onde del mare o il cielo viola al tramonto.

È come constatare che esiste ancora qualcuno che non solo vuole leggere un libro, ma vuole innamorarsi di ogni riga, prendersi del tempo per concedere a tutta quella magia intrappolata in un Times New Roman di venire fuori interamente per farsi travolgere. E questo significa portarselo a spasso quel libro, fargli respirare  la stessa aria che inglobano i nostri polmoni, farlo diventare un tutt’uno con la nostra metropoli, quella di cui tastiamo l’asfalto e quella interiore che ci siamo costruiti dentro. Per farlo aderire perfettamente al bisogno di sogni da sfamare come se ne avessimo una sete mai saziabile.

Scegliere un posto per andare a leggere il proprio libro e scegliere un book bar significa portare il nostro libro ad un appuntamento, dargli il tempo di stupirci e farci innamorare, lasciare che le incombenze del lavoro rimangano polverose in ufficio perché noi ci stiamo concedendo un’ora d’amore.

È un consiglio e un augurio.

E cosa c’è di più amorevole del tempo di un libro con un caffè, una musica in sottofondo, gli scaffali zeppi intorno e lo sguardo che a metà pagina si alza, osserva fuori la città passare e pensa che ha trovato il trucco per fermarla in un’istantanea?

Siate le vostre polaroid, fate fiorire le vostre vite, fermate il tempo e riflettete. Ci sono luoghi come officine della bellezza. Armatevi di sogni, accendete la miccia e lasciatevi esplodere come si fa con i tramonti: fino a quel momento non saprete neanche voi quanta polvere magica avete dentro.

 

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