Testo di GIULIA BERTA

“E’ morto.” Due parole che siamo irrimediabilmente destinati a sentirci dire almeno una volta nella vita. Fin dal nostro primo giorno queste due parole sono scritte nei nostri timpani, eppure non ci abituiamo mai all’idea. Ci illudiamo che le persone che amiamo siano immortali, riusciamo perfino a crederci, ma prima o poi la morte ci presenta il conto. Questo conto viene presentato a Orfeo al Teatro Gobetti di Torino, dal 15 al 20 marzo. Attraverso la voce di un ottimo Michele Rondino, Antonio Ranieri ne Il Giovane Favoloso e giovane Montalbano nell’omonima fiction, prende vita il dramma di Orfeo. Un dramma che è lo stesso di tutti noi, quello di chi resta. Chitarre, violini e delicatissime arpe accompagnano il ragazzo lungo il suo cammino per riportare in vita Euridice, un cammino che da discesa nell’Ade diventa una discesa in se stesso e nell’abisso del suo dolore. Dell’Orfeo eroe che sfida Cerbero per la sua amata qui non c’è traccia: solo l’uomo viene portato sul palco, un uomo alle prese con l’evento insieme più comune e più terribile del mondo.

In questo risiede d’altronde il dramma della morte, nella sua ineluttabilità: in Orfeo che proclama che terrà in vita Euridice con il suo pensiero c’è la volontà del sopravvissuto di cristallizzare la propria vita per ridare linfa a quella dell’altro; nel mare che i due amanti ammiravano, continuamente rievocato, c’è ogni luogo della memoria che fino a ieri procurava gioia e il cui solo ricordo oggi ci spezza. In Euridice (Francesca Fracassi) che, disperata, supplica Orfeo di voltarsi e di lasciarla andare c’è il mai spento impulso alla vita, che coviamo dentro di noi e che ci permette di ricominciare a vivere dopo il lutto.

la morte di Euridice

La talentuosa autrice Valeria Parella spoglia la vicenda di Orfeo e Euridice dei suoi caratteri mitici e ci restituisce una vicenda moderna e senza tempo, vecchia come il mondo eppure sempre nuova, perché, se la Morte è sempre la stessa, sempre diverso è chi muore, e soprattutto sempre diverso è chi rimane. Orfeo che danza stringendo il vestito di Euridice siamo noi che rileggiamo gli ultimi messaggi, impariamo a memoria i numeri di telefono, guardiamo e riguardiamo fino alla nausea vecchi filmati per sentire ancora una volta la voce di chi non è più. Orfeo che rifiuta la morte dell’amata siamo noi, destinati un giorno ad apparecchiare la tavola per una persona in più. Il nostro dramma privato sale sul palco insieme al coro e si mescola al grido di dolore del giovane, che riflettendosi nello specchio spera di trovare in sé una scintilla di lei.

Ma lei non c’è più, la discesa di Orfeo nell’Ade è un’impresa tanto eroica quanto inutile. Allo sfortunato giovane resta solo un pugno di cenere che è effettivamente Euridice, ma non conserva più nulla di lei: non il suo sorriso, non i suoi occhi, non il calore del suo abbraccio. Eppure quella cenere un tempo era pelle, capelli, occhi, un tempo era il corpo di Euridice: e così ad Orfeo non resta che spalmarsi addosso quella cenere, sperando di rivivere un ultimo abbraccio.

Questa è l’ultima beffa della Morte: ciò che ci resta di chi è passato è solo la parte più insignificante, e il sipario cala su Orfeo steso tra le ceneri di Euridice. Cala su di noi stesi di fronte ad una lapide, in quella corrispondenza di amorosi sensi che è l’essenza di chi rimane e ricorda chi non è rimasto.

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