Intervista a cura di – DIANA SALA

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Dal 20 maggio in anteprima a LABottega di Marina di Pietrasanta viene presentato FAMILY TREE, il nuovo progetto fotografico dell’artista milanese Donatella Izzo, a cura di Francesco Mutti: viene definita come “una serie di lavori che nascono dalla profonda analisi del concetto di anti-canone estetico e della percezione dell’individualità”.

In una precedente intervista a Donatella (http://revolart.it/quando-larte-e-ancora-poesia-la-fotografia-di-donatella-izzo/) avevo affermato che “è difficile non rimanere colpiti dai suoi lavori nei quali bellezza e tormento si mescolano e si fondono confondendo i limiti l’uno dell’altro nella creazione di un senso di sospensione così presente da divenire esso stesso vero protagonista dell’opera.”

Le sue immagini appaiono contraddittorie, dure, taglienti e indicano una dimensione del reale trasfigurata poiché la stessa artista ha dichiarato più volte un rapporto conflittuale con l’arte. Il suo legame con l’arte è infatti tormentato, passionale, convulso e malato poiché quasi ossessivo: ne vorrebbe fare a meno ma non ci riesce.

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Family Tree

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Vedendo questa nuova serie mi è tornata in mente una tua dichiarazione nell’intervista precedente in cui avevi detto “Ho sempre odiato la rappresentazione fine a se stessa. Mi è sempre interessato andare oltre la fisicità delle cose”. Come mai vuoi andare oltre la fisicità considerando l’epoca in cui viviamo, dove la fisicità, l’apparenza e il narcisismo sono ormai la chiave di lettura di ogni evento?

Io credo che sebbene la socializzazione abbia avuto un’evoluzione (o involuzione?) rapida e violenta grazie alle nuove forme di comunicazione, la psicologia umana non sia invece molto cambiata. Conosco persone brillantissime sui social dal profilo vincente, spavaldo, accattivante, con vite fotografate allegre, piene di interessi, invidiatissime: dal vivo fanno fatica a guardarti negli occhi da quanto sono timide e appena parlano ti arriva allo stomaco la loro insicurezza.

Insomma, Facebook per moltissimi è un avatar, una personalità proiettata di come vorrebbero essere… un effimero mondo nel quale inscenare una vita diversa da quella che in realtà vivono.

In tal senso mi piace scavare questa superficie, questa rappresentazione apparente, “ritracciare la verità nascosta dell’essere”.

Le immagini da te proposte in questa esposizione sono dominate dall’imperfezione e dal tormento tuttavia mi sono apparse più “umane” e realistiche di molte fotografie che oggi circolano. Intendi comunicare che dall’imperfezione nasce la perfezione?

L’imperfezione ci rende unici. E l’essere unici al mondo oggi e in qualsiasi momento storico, passato e futuro, è l’unica vera incredibile perfezione a cui dovremmo aspirare.

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Lucas_DonatellaIzzo

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Nella precedente intervista mi avevi detto che modificando così tanto la fotografia con la pittura ti sembrava di volerla nascondere e avevi scelto di abbandonare la pittura per mostrare l’essenza della fotografia. In questa esposizione invece essa è completamente nascosta. Come mai? Come inserisci questo progetto nel tuo percorso artistico?

Quello che è cambiato decisamente è che il risultato finale è una fotografia. La forza e la potenza della pittura divengono riproducibili, i dettagli ingranditi fino a farne perdere i connotati sono capaci di dare vita a nuove interpretazioni emotive. Ma vince la fotografia. Tutto viene ricatturato dall’occhio magico della macchina che restituisce la pittura in chiave digitale.

Il titolo “FAMILY TREE” rimanda alle origini. Intendi riferirti alle tue origini personali di donna, madre e artista o alle origini in generale, intese etimologicamente come il primo principio o manifestazione di qualche cosa?

La scelta del titolo è stata fatta dal curatore Francesco Mutti, a cui ho affidato l’interpretazione della mostra, che si inserisce nel tema di quest’anno della galleria stessa con il progetto “ORIGINE” intesa come mutamento, come nuovo stimolo visivo, come base di partenza ma anche come inevitabile epilogo.

Come mai hai abbandonato le nature morte, i luoghi abbandonati e ti sei dedicata interamente solo a ritratti (o meglio “anti–ritratti”) e autoritratti? Questi ritratti come riescono ad essere narrativi e rappresentativi della nostra società?

Non ho abbandonato il percorso precedente “The Dreamers” che è in continua evoluzione ed è stato da poco inserito anche in un progetto di Fondazione Fotografia di Modena. Solo che io sono uno di quegli artisti che deve sperimentare di continuo, ricercare fuori e dentro di sé, deve indagare. Volevo spostarmi sul ritratto perché mi da la possibilità di entrare a contatto delle persone che fotografo in maniera viscerale. In tal caso sono uno spaccato, un piccolo diario della nostra società e degli esseri che la popolano.

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La sensazione che ho avuto io, vedendo l’evoluzione delle tue opere, è stata di una domanda e ricerca continua di un equilibrio nel tempo. È effettivamente raggiungibile tale equilibrio?

Io sono ossessionata dal tempo che passa… non tanto dal mio… ma da quello delle persone a me care. Fotografo mia figlia per esempio in continuo… non vorrei perdermi neanche uno dei suoi sorrisi e delle sue espressioni perché sono unici. Ma il tempo inesorabile muta tutto. La fotografia però blocca un istante. È l’unica arma che possiedo per domarlo. Ma non vi è equilibrio. Sarà sempre lui in vantaggio…

Per concludere e ringraziarti vorrei porti un’ultima domanda: questa esposizione nasce più dalla voglia di creare un diario personale di ricordi per immagini o un’indagine psicologica riguardo la frammentazione di noi stessi cui siamo oggetto?

Sicuramente da un’indagine psicologica. È una mostra contro l’apparire perpetuo e corrotto dall’apparenza da tantissimi così tanto ricercato.

Ho ricevuto una chiamata qualche giorno fa da un signore che era in galleria a vedere i miei lavori. Li ha definiti come tanti ritratti di Dorian Gray. L’ho ringraziato.

 

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