Testo di – DAVIDE PARLATO

fellini

“L’arte è qualche cosa che ci conforta, che ci rassicura, che ci racconta della vita in termini estremamente protettivi, ci fa riflettere sulla vita che di per sé sarebbe soltanto un cuore che batte, uno stomaco che digerisce, dei polmoni che respirano, degli occhi che si riempiono di immagini di per sé prive di senso. Credo che l’arte sia proprio il tentativo più riuscito di inculcare nell’uomo l’indispensabilità di avere un sentimento religioso che l’arte, qualunque arte, esprime.”

In occasione del ventennale della scomparsa di Federico Fellini, che ricorrerà il 31 del prossimo mese, la Fondazione Cineteca Italiana ricorda questo impagabile personaggio del cinema italiano e internazionale con una rassegna di tutti i suoi lungometraggi,che si è aperta, a Milano, da circa una settimana presso lo Spazio Oberdan e che si protrarrà fino al 6 Ottobre. Questo evento è un’occasione straordinaria per conoscere (per i neofiti del regista emiliano) o per riassaporare, in quel tempio sacro che è il cinema (per gli appassionati del cinema felliniano), i grandi capolavori del maestro. Nel trambusto di una cinematografia contemporanea, agghindatissima e fracassona, un’occasione del genere non può essere sprecata per chi nel cinema non vede il solo intrattenimento serale o momentaneo, ma una qualche porta, un qualche passaggio, uno specchio nella cui trasparenza convessa penetrare nel tentativo ci capire ciò che vi è di riflesso e di così sfuggevole, diafano, inconcepibile. È il mito del limbo, del limite, del sublime per eccellenza, è il sostare presso quella scatola animata che è l’opera cinematografica, presso la cui superficie è forse possibile cogliere qualche scintilla vitale in grado di strutturare il caos della realtà: perché il cinema, l’arte per Fellini è proprio un approdo verso un tentativo di un qualche rassicurante senso, negato al meccanicismo dell’esistenza umana.

In riferimento a Fellini nell’introduzione ho parlato, impropriamente, di “personaggio”. Questo non è proprio il termine adatto per descrivere un regista che ,di certo unico nel panorama del cinema italiano, è stato persona proprio nell’accezione latina del termine: maschera, simulacro, macchina da presa, oggetto scenico entro cui le vicende delle sue narrazioni fluivano incessantemente, giocavano alla vita, prendevano forma. Insomma il tempio entro cui uno spirito “religioso” di gaia bellezza si trasformava in opera d’arte.

Una speranza.

Un conato.

Un’esuberante necessità di fronte ad un puzzle da incominciare. Un forte amore per la vita nella sua varietà, nella sua stravaganza, nel suo essere teatro del bizzarro vaudeville umano, della assennata commedia dell’esistenza. L’azione umana, nella lente convessa del regista, diventa azione cinematografica, nello sforzo di estrarre, nell’esasperazione della narrazione, un qualche filo d’Arianna che ci conduca, in snodi difficili e tortuosi, dalle donne della propria vita, alla scoperta della femminilità autentica, fino alla riscoperta della genitalità materna nel feticcio femmineo, e al più duro dei ritorni: quello dal padre, la figura più importante, meno presente, più impossibile da conciliare con l’esistenza personale dell’uomo nella sua individualità relitta.

Sembra quasi un percorso junghiano quello del Fellini-persona. Ma l’inconscio felliniano, rispetto agli archetipi di Jung, è un qualcosa di mostruosamente ridondante, ingigantito, passato sotto l’occhio di una cinepresa che, in qualche modo insoddisfatta o sottostimolata dall’apprendistato neorealista, ora riscopre il mondo attraverso un codice di significato unico nel suo genere, iperrealista.

Felliniano.

Donne felliniane, seni felliniani, padri felliniani, uomini distrutti felliniani: non esiste un aggettivo migliore per descrivere un linguaggio cinematografico (artistico in prima misura) assolutamente unico e, in effetti, è un aggettivo così pregante da essere entrato anche nel linguaggio più quotidiano, tanta è stata l’influenza del regista in una cultura non tanto italiana quanto europea.

Un’ epopea del ritorno. Può quindi essere questa l’operazione del cinema di Fellini. Una stravagante, emozionate, burlesca, drammatica ricerca della connessione fra l’uomo statua e la vita, in un ritorno sensistico, emotivo, catartico verso le figure che più ci hanno e più ci formano giorno dopo giorno. Un viaggio di ritorno che non ha confini spaziotemporali, ma si dipana, orizzontalmente, nell’ infinito tentativo di soddisfare un’ infinta tensione interiore: la potenza spirituale, ieratica, religiosa, in tuto il suo manifestarsi nelle forme iconiche della mente, in ogni simulacro dell’esistenza. Non archetipi, ma icone: immagini forti, anche, volendo, eterne e antichissime ma soprattutto personali, legate al ricordo, al passato. L’atmosfera sognante del cinema di Fellini è proprio questa continua reminiscenza del passato, inondata dalla straripante spiritualità di un io sperso, solo, spesso sconfitto.

Infanzia, sogno, desiderio sessuale infantile e caricaturale, amore materno, l’ombra possente e ingombrante del padre: tutti temi cari al cinema di Fellini, serviti da un’estetica inimitabile e dalla potenza devastante, capace di suscitare emozioni fortissime nel suo espandere i confini dell’esperienza sensibile verso l’esperienza impossibile: il sogno, il monstrum psico-fisico. È questa l’atmosfera già nei primi film, ancora vicini ad un’estetica neorealista, come I vitelloni e La dolce vita. È questa l’atmosfera dei film sempre più vicini all’estetica del Fellini maturo, come Otto e ½. È questo il mondo, nella sua più enorme e difficile portata, delle visioni oniriche del Casanova e del Satyricon, fino al capolavoro del regista, capace di compendiare un’intera carriera cinematografica, un tentativo lungo come una vita di ricapitolare la propria esistenza e estrarvi, finalmente, il conforto di un ritorno in se stessi: Amarcord.

Un’epopea del ritorno. Un telaio magico di ricordi. L’abile mano spolettatrice in grado di riordinare la propria vita e di strutturarla in un disegno quanto mai vivido e mai finito, chiuso, definito. La ricerca della pace, tramite l’Arte.

Per informazioni sulla rassegna presso lo Spazio Oberdan consultare il link: http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/federico-fellini-suoni-e-visioni/

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata