Testo e Intervista di – GIUSEPPE ORIGO

 

fornaro

 

Federico Fornaro, classe 1962, è da quest’ anno Senatore della XVII Repubblica Italiana per il Partito Democratico.

Quello di poter intervistare un rappresentante di altissimo calibro delle istituzioni nazionali, una di quelle misteriose mani “dall’ altro lato dei finanziamenti” è, per chiunque operi nel nostro settore, un’ occasione di confronto di grandissimo rilievo, specie in un momento complesso come quello che il Nostro Stato sta attraversando in questi giorni di Rating disastrosi, di instabilità socio-politiche, di difficoltà diffuse trascendenti bandiere e categorie.

Quale miglior tema scegliere su cui imperniare le domande se non quello che per molti governi è stato tanto chiave di volta di intere campagne elettorali che tallone d’ Achille di discutibli azioni gestionali, su quello che, nel nostro paese forse più che in ogni altra parte del mondo, dovrebbe essere il punto centrale di ogni azione di governo e distribuzione dell’ investimento, sul leitmotif del nostro giornale: su Arte e Cultura?

Il nulla osta per l’intervista mi è dato durante un fortuito incontro a Castelletto D’Orba, piccolo comune collinare nella provincia di Alessandria di cui il Sen. Fornaro è sindaco dal 2004.

Inoltro le domande via mail l’indomani, ricevendo risposta pressoché immediata.

 

Come commenta un Senatore della Repubblica italiana il fatto che in Italia, innegabilmente fra i più eminenti bacini e catalizzatori di arte e cultura a livello mondiale, l’investimento pubblico in questi settori sia fra gli ultimi posti a livello europeo?

I livelli insufficienti negli investimenti pubblici in arte e cultura sono, purtroppo, una costante dell’azione dei tanti governi che si sono succeduti negli anni. Ci sono state, però, significative eccezioni. Una per tutte, l’intervento per il recupero della Reggia di Venaria, fortemente voluta dall’allora ministro Veltroni. In un quadro di finanza pubblica molto difficile, la strada da percorrere e’ quella di favorire investimenti privati, utilizzando lo strumento della fiscalità per una volta non in funzione punitiva ma premiante. Le fondazioni di origine bancarie sono state e possono essere un attore protagonista nella crescita di attenzione e di risorse dedicate.

La provincia di Alessandria ha più castelli pro-capite di quella della Loira ma io, appassionato e studioso di arte e cultura residente da 10 anni in zona, neanche lo sapevo; il museo degli Uffizi è stato valutato da critici e esperti (al soldo del quotidiano Times) come “il museo più bello del mondo” ma è solo al 23esimo posto per affluenza di visitatori; è noto il fatto che, a livello statale, si diano direttive di tenere coperte tombe etrusche piuttosto che riesumarle, reputando l’investimento necessario per mantenimento e restauri superiore ai possibili introiti derivati. Non pensa che questi e molti altri dei problemi legati al settore arte-cultura nel Bel Paese potrebbero essere risolti con un maggiore investimeno nel marketing di noi stessi?

Valorizzazione, promozione e investimenti sono intrinsecamente legati. Il marketing del “bene artistico e culturale italiano” e’ un obiettivo da perseguire con maggiore intensita’ e costanza, sfruttando l’immagine positiva – che per fortuna e’ ancora diffusa nel mondo – del Made in Italy.
Sotto questo profilo occorre razionalizzare e concentrare enti e risorse, finalizzando meglio le strategie di marketing con metodologie innovative che sfruttino anche le potenzialità della rete e del web 2.0.

Non crede che la ripartizione attuale del FUS, già di per se misero, possa rispecchiare la miopia governativa della nostra nazione in materia di arte e cultura? Una macrofetta di circa la metà del totale devoluta ai soli  enti lirici e la metà di questi solo per “La Scala” di Milano non rischia di sembrare, in un paese che di cultura ne ha nascosta un pò dietro ogni angolo, una divisione assolutamente iniqua?

Purtroppo quando la coperta e’ corta, qualsiasi distribuzione delle risorse pubbliche risulta insufficiente e discutibile. Credo,però, che la lirica sia uno dei simboli della nostra cultura nel mondo e La Scala e’ certamente uno dei luoghi del nostro Paese più conosciuti. Altro discorso e’ – mi si passi la battuta – la democratizzazione dell’accesso alla lirica, che nell’immaginario collettivo e’ legato troppo spesso, unicamente, al lusso delle prime della Scala.

Per portare un semplice esempio, originariamente, Disneyland Europa, invece che a Parigi, doveva nascere in provincia di Alessandria (secondo i progetti della sede principale dell’azienda), all’ ultimo però, data l’ostilità degli enti territoriali, si è deciso per l’attuale location francese. È innegabile evidenziare il fatto degli enormi risvolti economici positivi che l’apertura del parco sul territorio nazionale avrebbe portato con se, specie in una provincia come quella dell’ alessandrino, perennemente in bilico (come, dopotutto, molte altre in giro per l’Italia) sull’orlo del baratro del fallimento economico. Perché amministrazioni locali e statali sono state e, tutt’ora, sono così miopi nell’ investire nel Terziario? Perché, in fin dei conti, sembra che Tremonti non sia il solo a pensare che “coi libri non si mangia”?

Alessandria come possibile sede di Disneyland Europa fu oggetto all’epoca di un intenso dibattito pubblico. Resto convinto che la scelta degli statunitensi cadde su Parigi per la vicinanza proprio con una delle più affascinanti e importanti capitali europee. Non aiuto’ in quella fase la cronaca carenza infrastrutturale del nostro Paese (penso a come erano all’epoca gli aereoporti di Milano, Torino e Genova, ammodernati solo con i mondiali del ’90). Non credo, quindi, che vi sia stata una miope visione dello sviluppo del terziario, ma una più generale insufficienza di progettualità del sistema Italia, ovvero l’incapacita’ a “fare sistema”. Certamente la storia della Provincia di Alessandria sarebbe cambiata se fosse diventata la sede europea di Disney con benefici diffusi sia in termini economici sia di valorizzazione del nostro patrimonio ambientale e artistico, a cominciare dai Castelli.

Non pensa che l’ingresso di privati per sopperire alle carenze gestinonali dello stato coadiuvandolo nella conservazione e valorizzazione di monumenti, siti storico/archeologici e molti altri tasselli del mosaico in disfacimento del nostro patrimonio culturale potrebbero costituire un’ occasione di “salvare il salvabile”?

Con regolamenti e legislazione chiari nella tutela del bene e dell’interesse pubblico, l’arrivo di risorse private nella gestione di siti e musei potrebbe aiutare a superare i limiti e le difficoltà già ampiamente ricordati. In questo campo, occorre avere il coraggio di innovare, avendo però sempre presente di non dimenticare che il legittimo obiettivo del profitto privato non può sopravanzare quello più generale della collettività.

Una domanda un po’ interessata: nel Suo curriculum le voci riconducibili al cosmo “editoria” sono varie e oltre a una prolifica attività di saggista e l’iscrizione all’ albo dei giornalisti leggo di cariche importanti in Einaudi e Utet. Noi siamo un gruppo di giovani pressochè privi di esperienze in campo gestionale editoriale, alla costante ricerca di modi per valorizzare il nostro prodotto e fondi per poterlo portare avanti e far crescere. Si sente di poter dare qualche consiglio a un gruppo di giovani impegnati in una start-up nel mondo dell’ editoria in uno scenario complesso, per quanto riguarda le interconnessioni cultura/finanziamenti, come quello italiano?

Il consiglio e’ quello di credere in quello che si sta facendo, di tenere duro, di puntare sulla qualità, sull’innovazione continua. La rete può essere uno strumento non solo per comunicare ma anche per costruire modelli di business. La ricerca dei finanziamenti e degli sponsor non può essere, però, occasionale ma deve diventare una componente di primaria importanza a cui dedicare altrettanto impegno costante e duraturo al pari di quello della cura del prodotto editoriale.

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