Testo di – ANDREA RIZZO PINNA

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Nella storia della letteratura mondiale, alcuni autori sono stati capaci di spingersi oltre ogni tempo ed epoca, dipingendo con dovizia società utopiche e futuristiche non così diverse da quella in cui viviamo; uomini, artisti lungimiranti che hanno saputo dare forma alla propria fantasia, costruendo monumentali epopee di cui il lettore, o quantomeno colui in grado di coglierle e assaporarle, difficilmente si dimenticherà.

È questo il caso di Edwin Abbott Abbott, scrittore, teologo e pedagogo inglese dell’Ottocento.

Partendo dall’assunto che nell’universo esista una molteplicità di mondi dimensionali, Abbott compose una delle opere probabilmente più importanti per la conoscenza della società moderna, ovvero Flatland: A Romance of Many Dimensions.

Il romanzo narra le vicissitudini di un semplice quadrato, abitante e cittadino medio del mondo bidimensionale, che si lancia alla scoperta dei mondi trascendentali esistenti; è il quadrato stesso che introduce il lettore ad ogni nuova avventura, instaurando con esso un vero e proprio rapporto di fiducia. Il bizzarro protagonista descrive le varie classi sociali del suo mondo, le leggi che lo governano, la posizione della donna nella società e le grandi contraddizioni che lo caratterizzano.

Flatland non è una semplice favola sulla geometria, è una brillante riflessione teologica e filosofica, al tempo stesso satira e denuncia di un mondo corrotto, deturpato da pregiudizi e preconcetti stagnanti che ingabbiano l’essere umano, limitandone l’intelligenza e rendendolo così incapace di progredire.

Non è un caso che il protagonista sia un quadrato, simbolo della mente paralizzata dalla paura di conoscere più di quanto sia “necessario”. Il poligono prescelto sembra essere il ritratto farsesco dell’uomo vittoriano, schiavo del bigottismo e dell’ignoranza, divenuto arrogante e saccente poiché ha ormai perso la curiosità intellettuale che ne muoveva lo spirito.

Lo stile narrativo di Abbott è quanto mai ricco e fantasioso, e nella lettura del suo romanzo è possibile rilevare schemi e teoremi matematici come possibili interpretazioni del progresso e, alternativamente, dello sgretolamento di “certezze” in realtà dannose e controproducenti. L’autore descrive con ammirevole originalità una sorta di piramide sociale, in cui lo scopo ultimo dell’esistenza individuale è quello di raggiungere la forma perfetta del cerchio, rappresentazione geometrica del benessere fisico e mentale.

Non è sbagliato paragonare Flatland ad opere letterarie più popolari, ma non per questo superiori, come 1984 di George Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury o, ancora, il “chiassoso” Alice in Wonderland del matematico e scrittore Lewis Carroll. Per apprezzare il romanzo di Abbott non è necessario possedere capacità analitiche e numeriche, poiché i concetti espressi dall’autore tendono all’astrattismo senza mai perdere di vista la realtà tangibile, risultando quindi facilmente comprensibili ai più.

In conclusione, Flatland è un’opera di rara bellezza e di ancor più raro ingegno, con un finale amaro ma esemplificativo di quello che è il destino di coloro i quali riescono a scorgere, oltre il velo della comune illusione, un’esistenza non priva di dubbi su chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando: domande alle quali ognuno di noi dovrebbe cercare di fornire delle risposte, senza la presunzione di essere detentori di una verità assoluta.

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1 risposta

  1. alessio s

    Complimenti davvero un bell’articolo, scritto molte bene, mi è venuta voglia di leggere questo libro!

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