Testo di – GIORGIA PIZZIGHINI

verga_giovanni_ritratto_N

L’articolo nasce da un interesse quasi morboso per la tecnica realista nella sua essenza, compenetrazione intellettuale tra l’osservazione prettamente scientifica della realtà e la sensibilità artistica insita nel movimento, e dalla immensa stima per quegli intellettuali ottocenteschi che si ritrovarono a dover scrivere dei capolavori letterari logici o addirittura scientifici, costretti cioè a ingabbiare l’uomo e il “divario tra la realtà com’è, quale si presenta ai nostri occhi, e come dovrebbe essere” (C. Di Martino) in tanti piccoli e ordinati quadretti. Il lume di questa analisi è stata una frase dell’onorevole critico De Sanctis, che con la sua nota efficacia è riuscito a dare una perfetta definizione di arte realista : “Il motto di un’arte seria è questo: parlare poco e far parlare le cose, sunt lacrimae rerum. Dateci le lacrime delle cose e risparmiateci le vostre.

Verga, sotto questo punto di vista, ha indiscutibilmente un grande merito: essere riuscito a plasmare la sua arte in modo da farla parlare, tanto che sembra “essersi fatta da sola” per ribellarsi al suo stesso declassamento. Le opere verghiane migliori, rigorosamente “ingabbiate” in un impianto positivo (dopotutto, cosa ci espone Verga, se non fatti e dialoghi?), provocano la società, la solleticano, le insinuano un atroce dubbio: l’uomo può veramente essere così senza cuore? Non è che Verga lo chieda esplicitamente, anzi, non c’è neanche un’allusione velata al problema. Solo gli artisti, forse, sono in grado di ascoltare le proteste che l’arte verghiana, nascostamente, sussurra, digrignando i denti: “Non accusate l’arte, che ha solo la colpa di avere più cuore di voi, di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri“. L’arte di Verga obbliga alla riflessione, senza scampo.

Come nella dialettica umana non c’è sintesi, non c’è conciliazione, così in quella intellettuale: scienza e arte non si troveranno mai senza punzecchiarsi vicendevolmente. Verga, nonostante questo, sulla scia dei naturalisti, ci arriva molto vicino; le fa compenetrare e il loro prodotto, “I Malavoglia” si mostra in tutta la sua drammaticità. L’autore trionfa silenziosamente, utilizzando gli stessi strumenti scientifici elaborati dalla borghesia contro di questa e servendosi della propria esclusione come di un punto di osservazione da cui muovere per scoprire il meccanismo dell’emarginazione e dell’oppressione.

Dunque l’autore siciliano si cala nei personaggi, entra “nella loro pelle”, vede il dramma intellettuale trasformarsi in dramma esistenziale sotto attraverso i loro occhi, ma non esprime giudizi, non “crea ideologicamente un mondo“, come dice Pirandello, guarda e impara dalle sue stesse creazioni. “Ed è così che il dramma di Jeli, allora, può diventare la consapevolezza di Malpelo” (Luperini, “L’orgoglio e la disperata rassegnazione”): l’evoluzione stilistica corrisponde all’evoluzione umana. Verga era, inizialmente, uno scapigliato, senza patria, senza un lavoro stabile, un esule letterario a Milano, coperto e protetto dall’orgoglio un po’ bohemien, come Jeli e come il primo ‘Ntoni, ribelli con aria di sfida. Nel finale dei Malavoglia Verga infatti fa fissare lo sguardo quasi vacuo di ‘Ntoni prima sul mare, che “imbianca” sotto la luce dell’alba, sulla piazza, poi sui “Tre re” e sulle altre barche, infine sulla bottega di Pizzuto. Il mare e le barche dettano la vita di ‘Ntoni, marinaio, ma non per scelta. La piazza, simbolo dell’attività sociale, gli impone uno stile di vita provinciale e pusillanime, all’insegna dei pettegolezzi e delle ubriacature frequenti, mentre la “bottega” è segno degli affari, dei “negotia”, dei soldi che tanto hanno fatto dannare tutti gli ‘Ntoni Malavoglia. Tutto nell’Addio verghiano, parla di simboli precari ma destinati a durare per sempre nella società siciliana. Successivamente, una volta “adulto, che sapeva ogni cosa” (Martinelli) proprio come il suo ‘Ntoni, anche Verga acquista consapevolezza, senza per questo accettare acriticamente la realtà oggettiva, ma assumendola “come nostra necessaria prospettiva di vita per farsi paradossalmente forti proprio di tale accettazione” (Luperini). Io trovo dunque, che Verga sia eroico: quando si rende conto che “l’uomo idillico appare ormai ridicolo” fa trasformare il suo ultimo personaggio “Mastro Don Gesualdo”, in un “rapace egoista”(Bachtin).

Eppure lui, Giovanni Verga, un “rapace egoista” non lo diventerà mai, mai sarà un “Mastro Don Gesualdo”: Verga si incarnerà perfettamente solo in Malpelo, impegnato a scuotere Ranocchio dal suo torpore ingenuo esattamente come lui, Giovanni Verga, ha provato a scuotere l’umanità dall’ottimismo fallace della scienza, scrivendo un’esortazione nel modo più difficile possibile: senza narratore onnisciente, solo attraverso “il fatto nudo e schietto”.

Proprio questa passione per Verga e la sua letteratura mi ha spinto ad una riflessione sulla realtà odierna, perchè in fondo, Verga, pur essendo accusato da molti di essere un disagiato sociale e un povero diavolo siciliano, la sua dichiarazione d’intenti, l’ha scritta proprio a Milano, mentre si destreggiava tra un salotto e l’altro cercando di capire le tendenze del mercato.

Lui è esattamente come noi, che cerchiamo, tra un aperitivo e l’altro, di capire cosa vuole la società e scopriamo che lei, come un’ anziana signora rigida, vorrebbe uomini possibilmente omologati, informati, a sangue freddo, superficiali quel poco che basta per non rendersi conto del valore che si nasconde oltre ai paraocchi quasi “cavallini” . Paraocchi in cui tutti prima o poi ci troveremo imbrigliati, finchè una notte non alzeremo gli occhi dal nostro Black Russian e ci accorgeremo con stupore che alle cinque di notte, oltre ai nostri occhi appanati e cascanti, si vede ancora qualche stella.

E quelle stelle sono le stesse di cui Malpelo, minatore-bambino vissuto duecento anni fa, si accorgeva verso la fine della sua adolescenza, perchè prima la rena rossa, forse, gli aveva reso difficile guardare fuori da una cava buia e pericolosa.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata