Testo di – GIULIA BELTRAMINO

 

Vorrei che visualizzaste con chiarezza le differenze che intercorrono fra la giornata standard di ciascuno di voi, fatta di stress, studio/lavoro, tanta caffeina e in cui, con le dovute eccezioni, ci si spalma sul divano a guardare qualche arcana sorta di programma contenitore, e quella di un ipotetico vostro clone proiettato nel passato di, diciamo, seicento anni fa.

Tardo Medioevo.

Cosa notate di diverso? Eh già, proprio lo stile di vita, le abitudini, le tradizioni, i diritti e doveri, la sfera sociale, politica ed economica, ma soprattutto la cultura: il soggetto sopracitato riceve ogni giorno una tale mole di informazioni, nozioni e concettistica assortita che un altrettanto tremebondo individuo collocato nel Medioevo non immaginerebbe nemmeno nei suoi sogni più reconditi. É stimato che ogni giorno ci sono sottoposte più immagini di quante ne potesse guardare una qualsiasi persona, nel 1415, in tutta la sua -seppur breve- vita.

Il fenomeno prende il nome di “bombardamento mediatico” e la principale delle sue conseguenze è che l’uomo moderno si abitua a vedere talmente tante immagini che raramente ne osserva una con genuina attenzione.

La cosa più sconcertante, in tutto questo, è che non si può essere esentati, non ci si può sottrarre a questa overdose d’informazioni, se non rifugiandosi in un eremo, in un sottomarino, o facendo a meno di qualsiasi forma di contatto con l’avanguardistico mondo che ci circonda. Da mane a sera siamo sommersi di notizie, spot, sport, pop-up, post-it, ping, tweet, parole, video, pubblicità, testimonianze, interviste, consigli più o meno bonari, più o meno utili, più o meno scontati; anneghiamo nell’indifferenza generale, agogniamo un contatto umano che si affievolisce quanto più ci si espone alla totalizzante esperienza dell’iperconnettività che ormai è diventata un caso sociale e infine, ipocritamente, conduciamo lunghe arringhe contro questa realtà ormai estremamente attuale e preoccupante, senza davvero proporre nessuna soluzione al problema.

Ma questo articolo non vuole essere l’ennesima critica al moderno modello dell’ “Uomo-Smartphone”, la centesima invettiva contro i social o cosa per loro, poiché su questi concetti, a questo punto, ci si è talmente accaniti da farli risultare ormai logori e abusati; questo articolo parla di qualcuno che, oltre a prendere atto della cosa, si è inventato anche una soluzione: fare del bombardamento mediatico… Arte.

Come?

Come a fatto David Mach, scozzese, autore della personale “Precious Lights” a Torino fino a fine giugno, presso la Società promotrice delle Belle Arti del Valentino

Mach ha prodotto sessantaquattro opere fra sculture, quadri e collage, dando vita ad enormi gigantografie a tema biblico; ma non dovete immaginare aureole, stucchi dorati e mani giunte perché le opere di Mach sono veri e propri mosaici composti di tutte quelle immagini drammatiche e ironiche, comiche, accattivanti e banali quotidianamente sotto il nostro naso, trasformate in una babele di figurine (passatemi il gioco di parole) che popolano, quasi come in una sorta di presepe postmoderno, i suoi collage.

L’idea di base delle opere è quella del DVD in pausa: l’artista si trasforma in regista e letteralmente dirige un ipotetico film fatto d’istantanee che vedono protagonisti individui ordinari, indistinti, dal bambinetto paffuto sul triciclo agli sfollati di Haiti, da coppette che si godono un picnic su verdissimi prati a scimmie e macachi che si arrampicano e giocano fra le rovine, da turisti grassocci armati di fotocamere rigorosamente usa e getta e corredati dagli immancabili sandali con calzini annessi, a manifestanti che propugnano la nobile causa del “non comprate armi, comprate la birra”, individui rigorosamente immersi in uno scenario estremamente ingombro di ogni sorta di paccottiglia assortita, ma anche denaro, fiori, rane e immondizia trovano la loro collocazione nell’eclettico tumulto che caratterizza lo stile di Mach.

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Fra le opere che maggiormente colpiscono vi è “Golgotha”, una statua/scultura/installazione composta da centinaia di grucce metalliche appendiabiti alta circa cinque metri, che rappresenta un cristo in croce trafitto da decine di quelle che Mach definisce “antenne che trasmettono la sofferenza del mondo”.

Le gigantografie sono ambientate in diverse città quali Belfast ed Edimburgo, luoghi familiari per l’artista scozzese, ma anche in città più conosciute quali Atene, Parigi, Tokyo, Istanbul, Dublino e Seattle, o il luoghi-icona quali Disneyland o l’Avana, dove è significativamente ambientata la serie dell’Inferno.

Affrontata in chiave estremamente laica (l’artista non è credente e vede la Bibbia come un vero e proprio racconto epico) la personale è un travolgente racconto contemporaneo che si presenta come una risposta, come una soluzione alla bulimia abbuffata d’impulsi che ci vede protagonisti ogni singolo giorno della nostra congestionatissima vita.

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DETTAGLI ESPOSIZIONE:

 

Dove: Viale Balsamo Crivelli,11 (Torino)

Orari di apertura: da lunedì a domenica, h. 10,30 – 19,00

Costo biglietti: intero € 8,00, ridotto € 5,00

Durata della mostra: dal 24 aprile al 28 giugno 2015

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