Testo di: Marco Ferrario

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Come esiste una storia dei testi esiste una storia della loro interpretazione. Lo stesso testo può e spesso di fatto viene letto in maniera anche radicalmente differente a seconda dell’età in cui si trova ad essere letto, e vi sono anche età in cui un testo non viene letto non perché non lo si conosca ma perché quei pochi che lo hanno letto o fingono di non conoscerlo e lo sospingono con fare innocente nel baratro dell’oblio, lo travisano, lo reinterpretano, lo condannano, o tutte e quattro le cose insieme, con differente graduatoria consequenziale, per ovvie ragioni. Sembra un discorso banale, ma non lo è, ed esistono casi di autori oggi assurti nell’Olimpo del Classico che hanno subito un destino simile. Un caso emblematico è quello degli autori di quella poesia che definiamo lirica.

Nel VI secolo avanti Cristo spentasi la Musa di Archiloco giunge da Efeso una nuova, invadente voce, quella di Ipponatte. Se il giambografo di Paro aveva alternato agli insulti a Neobule (promessagli e poi sottrattagli dal padre) appassionati accordi in onore di Dioniso, irridenti parodie dell’eroe omerico, dissacranti racconti di viltà in battaglia, suoi e dei suoi commilitoni, il ventaglio poetico di Ipponatte appare ristretto ad un solo genere, seppur declinato in tutte le possibili sfumature, quello dello ψόγος, ovvero il biasimo, l’insulto, l’offesa. Come Archiloco anche Ipponatte ebbe un nemico acerrimo, anzi dei, il pittore Atenide e lo scultore Bupalo. Colpevoli entrambi di avere ritratto il poeta in modo eccessivamente realistico (pare fosse alquanto brutto), egli si vendicò sommergendo i due malcapitati con i propri versi sino a costringerli al suicidio. All’insulto si aggiunga la preghiera assai poco devota ad Hermes di far dono al poeta di un paio di calzari nuovi, essendone lui ormai privo causa logoramento, o quella a Pluto di un’elemosina di duemila stateri, una cifra in realtà eccezionale; aggiungete il biasimo della povertà e della propria condizione e si sarà ottenuto nella sua completezza il quadro del poeta maledetto in stile Scapigliatura o, meglio ancora, Baudelaire.

Un’ obiezione a questa modalità di lettura dei frammenti del poeta la pone, prima di qualsiasi altro argomento, il nome del nostro autore: Ipponatte significa “signore dei cavalli”. Occorre poi considerare che in alcune lingue indoeuropee, tra cui sanscrito e greco, i nomi di persona sono nomi “trasparenti”, spesso augurali o denotanti una qualità del portatore di quel nome o di un suo parente: Telemaco “colui che combatte da lontano” allude alla destrezza di Odisseo nel maneggiare quell’arma, Megapente, “grande dolore” tradisce, oltre allo scarso tatto di Menelao nei riguardi del figlio, la fuga di Elena verso Troia. Bastano questi pochi dati per mettere il lettore sull’avviso a diffidare da una lettura strettamente autobiografica di quella che si è soliti definire lirica greca arcaica, ma lo stesso potrebbe dirsi per buona parte della poesia medioevale, Da Routebeuf a Cavalcanti ai poeti realistico-giocosi a Petrarca. Per il pubblico figlio del movimento romantico, di Shelley, di Byron o di Hölderlin la lirica è veridica per statuto di genere, e quando il poeta dice “io” siamo portati a credere che egli stia parlando in prima persona e stia parlando, il più delle volte, di sé: siamo insomma portati a leggere “Meriggiare pallido e assorto” convinti di trovarvi qualcosa del giovane Montale e rimarremmo assai delusi se scoprissimo una figura radicalmente diversa da quella che traspare nei versi di “Ossi di seppia“. Nell’antichità le cose andavano diversamente. La poesia che siamo soliti definire lirica in passato era anche, non esclusivamente, ma in una proporzione cospicua, Rollenlyrik. Questo significa che l’io del testo non corrisponda necessariamente all’io del poeta. Di questo espediente si avvale, solo per portare un esempio lampante, il siracusano Teocrito. Nell’epoca della docta poesis, dell’arte allusiva, il poeta siceliota nelle Incantatrici mette in scena un rito di magia simpatetica ad opera di una certa Simeta per riconquistare il proprio uomo. È evidente che chi parla nel testo non è la stessa persona di colui che lo ha scritto bensì, con termine tecnico, una persona loquens. Di personae loquentes è possibile incontrarne molte nella poesia preromantica e se la cosa non deve stupire di per sé, tanto meno lo deve nel contesto di una poesia quale quella dell’antichità classica, così fortemente codificata.

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Nel caso particolare della lirica greca arcaica il componimento, lungi dall’esprimere uno sfogo intimistico, il wordsworthiano “libero traboccare di sentimenti potenti” esprime con forte istanza un “noi”, quello della comunità che si deve riconoscere nei versi del poeta e nelle tematiche oggetto del canto. A questo si deve aggiungere che l’intera tradizione letteraria greca vive di quella che potrebbe essere definita innovazione nella tradizione. Un testo letterario antico si comprende analizzando il dialetto nel quale è scritto ed il metro, se si tratta di poesia, nel quale è composto. Queste due coordinate identificano il genere letterario, che risente di propri codici dai quali il poeta antico non può neppure immaginare di distaccarsi. Un poema epico scritto in distici elegiaci, per esempio, non è un poema epico originale, semplicemente non è un poema epico. Questo non vuol dire che la tradizione letteraria greca e in seguito quella romana siano privi di originalità, semplicemente si tratta di un’originalità diversa da quella codificata dal pensiero romantico. Il grande poeta antico si inserisce nel solco di una tradizione e ci apporta le proprie modifiche, più o meno evidenti, più o meno polemiche, ed è questa continua innovazione praticata con l’occhio costantemente rivolto ad un modello che permette di individuare le grandi voci della letteratura antica. Ipponatte è senza dubbio una di queste.

Se ci spostiamo a Mitilene nell’isola di Lesbo, tra il VII ed il VI secolo a. C. ci imbattiamo nella figura di Alceo, tra le più note e celebrate personalità della cultura greca. Si sono specchiati in lui i rivoluzionari di ogni tempo e i suoi carmi sono stati letti quali prodotti di un’anima byroniana ante litteram, il canto di un fiero oppositore della tirannia; ma anche in questo caso occorrono almeno due precisazioni. La prima riguarda la natura della lirica di Alceo. Questo genere di poesia veniva eccitata nel simposio dai membri di un’eteria, un gruppo di sodali accomunati dall’appartenenza a quello che modernamente potremmo chiamare “partito politico”, con la precisazione che a livello di potenti famiglie aristocratiche, come quella cui apparteneva Alceo, le differenze non erano mai così radicali da non permettere intese di qualche tipo, presto o tardi. Il poeta cantava quindi per un uditorio che condivideva un progetto di azione, spesso la presa del potere e questo ci permette di focalizzarci su un secondo punto, quello della “lotta alla tirannide”. Il fenomeno della tirannide arcaica è strettamente legato da un lato alla crescente importanza ricoperta dalla classe oplitica che, forte del proprio potere contrattuale, sostiene una figura, spesso di estrazione aristocratica, che prenda il potere e favorisca i suoi interessi. In questo modo Pisistrato prese il potere ad Atene, solo per citare un nome dei più noti. Il cambio della guardia ai vertici di una πόλις tuttavia non ha mai avuto il significato del termine rivoluzione nel senso in cui lo intendiamo oggi pensando alla rivoluzione francese o a quella russa. Rivoluzione significava presa del potere da parte di un’eteria aristocratica ai danni di un’altra. La voce di Alceo è quindi la voce di uno sconfitto: se possedessimo i carmi di Pittaco, così come possediamo quelli di Solone, potremmo ascoltare la voce dei vincitori. Il fatto che si siano conservati i testi di un perdente che dovette prendere la via dell’esilio significa che gli antichi ritennero la lira del poeta lesbico meglio accordata che non quella dei suoi rivali.

Chi detiene però la corona di Frainteso dei Fraintesi ci sembra essere una donna, anch’ella eolica come Alceo, Saffo. L’eponima canzone leopardiana fornisce interessanti delucidazioni per comprendere il modo in cui sono stati letti i frammenti della decima musa, come la chiamarono gli alessandrini. Saffo è la prima voce femminile della letteratura greca ed è una voce di un tale nitore e di una potenza così travolgente che difficilmente si può restare inerti ascoltandola, anche perché ella canta nei modi più intensi e con le sfumature più delicate l’amore, forse il più universale dei sentimenti. Anche e forse sopra tutto in questo caso gli equivoci sono in agguato: Saffo si rivolge a giovani fanciulle e lo fa con un’intensità di accenti che a volte risulta davvero difficile interpretare come “maniera”. Ma non è solo il sentimento ad essere oggetto di possibili interpretazioni in chiave decadente, c’è anche l’atmosfera. I frammenti della poetessa ci mostrano in modo prepotente ambienti opulenti e raffinati, suppellettili pregiate, profumi, abiti preziosi, calzature di lusso. Una volta sommati tutti questi tasselli hanno prodotto l’immagine di una lasciva viziosa adagiata tra le sue mollezze lesbiche (in più sensi) in un ozio indolente. Vale anche per la nostra poetessa l’invito a diffidare di letture di questo genere come di quelle leopardiane sulla scorta del suo “Ultimo canto di Saffo”, testo foriero di informazioni assai più sul recanatese che non sull’artista eolica. Ella era una sacerdotessa di Afrodite, come mostra (o dovrebbe mostrare) senza possibilità di equivoco la celeberrima ode alla dea, ed il suo ruolo all’interno del tiaso non era quello di una semplice educanda, bensì quello di una ministra di culto; certo, il tiaso era anche un’istituzione preposta alla formazione, se mi è concesso il termine, delle giovani altolocate lesbie, ma non solo, che si apprestavano ad andare spose: ma non è possibile scindere la figura di Saffo sacerdotessa di una divinità da quello di istitutrice senza distorcere la prospettiva con cui si guarda a quella realtà, ovvero applicare le nostre categorie ad un mondo che diverge radicalmente da quello in cui viviamo, con buona pace degli esteti da trivio, per dirla con il sempre accomodante Contini. Quando leggiamo i carmi di Saffo non ascoltiamo la voce della poetessa, non almeno in prima battuta. Possiamo anche immaginare che i sentimenti di cui si tratta siano stati provati anche da lei, ma il punto è che quei testi non sono stati scritti per esprimere un sentimento interiore e non vanno letti con lo stesso spirito con cui siamo portati a leggere una poesia moderna. Ancora una volta il “libero traboccare di sentimenti potenti” di matrice wordsworthiana deve essere messo da parte in favore di una chiave interpretativa di taglio storico-filologico. I carmi saffici erano composti per esprimere i sentimenti consoni alla circostanza per la quale venivano scritti e probabilmente recitati, ogni testo veniva steso in vista di una determinata fase della vita all’interno del tiaso. Troviamo allora carmi di allontanamento che celebrano il distacco dalla comunità di una giovane pronta ad andare sposa, testi di polemica contro delle rivali a capo di altri tiasi (Andromeda, Gorgo) e poesie che celebrano la raffinatezza dell’ambiente entro il quale le giovani sono educate e la qualità dell’insegnamento impartito. Lo scialo di lusso e dovizia che trapela da alcuni frammenti non ci offre uno scorcio su un appartamento stile impero della Parigi di Baudedelaire ma piuttosto celebra l’ αβροσύνα, potremmo dire la versione al femminile (ché Saffo appartiene all’universo della donna greca di età arcaica e non se ne distacca) della καλοκαγαθία di memoria omerica, e non è un caso che il riuso della lingua del cieco di Chio sia assai frequente anche nei testi saffici.

Goethe ebbe a dire che tutta la poesia è poesia di occasione; un simile giudizio vale a maggior ragione per la lirica greca arcaica. Essere consci di questo non significa sminuire la qualità di questi testi, bensì riappropriarsi della circostanza (questa potrebbe essere una buona riformulazione dell’occasione goethiana) in cui essi furono scritti e delle finalità che perseguivano i loro autori, vale a dire una possibilità in più di leggerli con cognizione di causa, e quindi di apprezzarli per quello che sono e come meritano.

 

 

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