Testo di – GIULIA BOCCHIO

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« Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni »  è certamente una delle frasi più celebri della rivalutata e riscoperta artista messicana Frida Kahlo, vissuta in un periodo in cui l’attivismo all’interno del Partito Comunista della sua nazione e le ferventi manifestazioni politiche erano parte integrante del messaggio artistico di quei luoghi, in cui i movimenti d’avanguardia che l’Europa stava sperimentando erano ancora acerbi e semi sconosciuti.

In maniera del tutto sorprendente e inconsapevole, dunque già di per sé avanguardista, il suo stile pittorico è ricco di colorismi, dettagli, oggetti e soggetti che non solo ricalcano il sentimento novecentesco dell’immagine che erompe sulla tela in maniera esuberante e totale ma è anche un inno all’inestricabile importanza che hanno le radici culturali nella formazione di un’identità e di un’originarietà che l’arte può raccontare e far riaffiorare.

Il vivido folklore e tutti i simboli della cultura popolare messicana si fondono alla sensibilità e soprattutto agli angosciosi tormenti che l’artista portava nella mente e nel corpo, un corpo martoriato da un grave incidente avvenuto nel 1925 e che, giovanissima, la costrinse a un lungo immobilismo forzato. Ecco che il corpo, il suo corpo, divenne la sua prima musa, il suo modello, il suo inno per raccontare la femminilità e la verità profonda dell’essere donna.

Una verità che il già celebre Diego Rivera colse immediatamente, quando una volta ripresasi, Frida gli sottopose le prime tele. Da lì nacque il travagliato amore fra i due artisti, un sodalizio fatto di quadri, attivismo, reciproca ispirazione ma anche tradimenti e viaggi (in quegli anni a Diego, divenuto suo marito, furono commissionati alcuni lavori negli Stati Uniti, come il muro all’interno del Rockfeller Center di New York, ma presto revocati) in un costante rimando fra passioni carnali e artistiche.

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Di Rivera Frida assorbì gli impeti e quei rimandi naif che le ispirarono opere che avevano a che vedere con le tradizioni precolombiane, il tutto per affermare la propria identità messicana ma anche di donna. Frida Kahlo rappresenta a tutti gli effetti una svolta inedita per la figura della donna nell’arte e per l’arte, che non ha vincoli concettuali né riserve espressive ove anche la libertà dolorosa della sua autoaffermazione è parte integrante del suo messaggio autoriale.

La mostra che il Mudec dedica a Frida Kahlo, Frida. Oltre il mito, manifesta già dal titolo il messaggio che il curatore Diego Sileo intende esprimere attraverso un percorso pittorico definito di rottura e per l’appunto “oltre il mito”, oltre tutto quello che di Frida è stato già detto, scritto e girato. Oltre quell’aura di figura tra il romantico e il  “pop” che le manifestazioni degli ultimi decenni e le reinterpretazioni della sua iconografia le hanno impresso. Frida oltre quella semplificata e semplificante patina di artista donna che va di moda e che deve piacere in virtù del suo personaggio dall’indole travagliata e tragica, il cui esito è il rischio di ridurre queste fascinazioni al mero mainstream delle mostre che incalzano e che ripetono didascalie sempre identiche. Il tutto per ricollocare finalmente la pittrice nella giusta cornice del suo tempo e dei significati che lei stessa gli diede.

Il Messico e l’influsso del suo territorio variopinto ma fatto di contrasti, la rilettura concettuale delle sue opere e dei suoi scritti personali nonché esposizioni inedite prevenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection (le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo) accompagneranno i visitatori sala dopo sala.

Inaugurata ormai il 1 febbraio, sarà possibile visitare la mostra sino al 3 giugno 2018: info e biglietti su http://www.mudec.it/ita/frida/

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