Testo di – GIULIA BERTA

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Ursula Iguarán aspetta. Sa che, avendo lei sposato un suo cugino, la sua stirpe sarà segnata dalla nascita di un bambino con la coda da maiale. È da questa tremenda profezia che ha origine uno dei romanzi più noti del secolo scorso, Cent’anni di solitudine, un romanzo ampiamente discusso, amato, odiato, letto mille volte o abbandonato in un angolo dopo dieci pagine. Sì, perché Gabriel Garcia Marquez, giornalista colombiano premio Nobel per la letteratura nel 1982, o lo si ama o lo si odia. E spesso il motivo alla base di questi due sentimenti contrastanti è sempre lo stesso: l’attesa. Quell’aria di attesa lenta, costante, sospesa, che si respira non solo tra i membri della famiglia Buendìa, ma in ogni indimenticabile personaggio dei suoi libri. Quell’attesa straziante nella dinamica immobilità di individui che fanno di tutto, ma si ritrovano a non essersi mai mossi davvero.

Come il colonnello Aureliano Buendìa, che “promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati uno dopo l’altro in una sola notte, prima che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione, Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata a ammazzare un cavallo. Respinse l’Ordine del Merito che gli conferì il presidente della repubblica. Giunse a essere comandante generale delle forze rivoluzionarie, con giurisdizione e comando da una frontiera all’altra, e fu l’uomo più temuto dal governo, ma non permise mai che lo fotografassero”, per finire la sua vita a fabbricare pesciolini d’oro.

Oppure come Florentino Ariza de L’amore ai tempi del colera, che fece l’amore con cento e più donne amandone per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese solo una, Fermina Daza, la sua prima fidanzata di gioventù, il suo pesciolino d’oro. Il fatto che poi Florentino Ariza riesca finalmente a coronare il suo sogno non consola più di tanto, anzi conferisce nel suo poetico cinismo di un amore da vecchi un tono ancora più amaro che se questo amore non si fosse mai concretizzato. Florentino Ariza e Fermina Daza non sono Romeo e Giulietta, giovani, appassionati, feroci e incredibilmente belli anche – forse soprattutto – nella morte: invecchiano, si lasciano condizionare dalle imposizioni sociali, sfioriscono, si abbruttiscono nel fisico e nell’animo, eppure, in qualche modo si ritrovano. Si attendono, lei sposata con il ricco e famoso medico del paese, un matrimonio senza amore o meglio un matrimonio in cui l’amore andava inventato, lui passando di letto in letto, amando le più svariate donne e arrivando alla conclusione che “il cuore ha più stanze di un casino”.

Rivolgendo di nuovo lo sguardo verso la famiglia Buendìa, una delle più colossali e disperate famiglie che la letteratura abbia mai partorito, il mosaico di eroi dell’attesa si arricchisce di nuovi, indimenticabili volti: Rebeca, che dopo la morte del marito, folle dal dolore, si barrica in casa e non ne uscirà più; Amaranta, rifiutata in prima battuta dall’uomo che ama, lo rifiuta a sua volta e diventa la vergine custode di casa Buendìa; Pilar Ternera, domestica dei Buendìa, che si dà alla famiglia come amante, come madre e come confidente. Nella dicotomia tra santa e puttana, a cui pare che i personaggi femminili di Marquez non possano sottrarsi se non in rari casi, Pilar Ternera diventa quindi un baluardo di quel polo disprezzato e sottomesso, ma anche caldo, protettivo, tenero, in cui gli uomini di Marquez vanno a rifugiarsi dopo essere stati umiliati e esasperati dalle sante, pienamente incarnate dal personaggio di Fernanda, religiosissima donna di ricchi natali, altissimi principi e freddezza esasperante.

Ma forse il personaggio che più di ogni altro incarna l’attesa pura è José Arcadio Buendía, capostipite della famiglia: la sua determinazione di primo Buendìa di Macondo si spinge anche oltre alla morte, portandolo a diventare un fantasma e ad impazzire al punto che i nipoti sono costretti a legarlo ad un albero. Il realismo magico di Marquez, tra fantasmi impazziti e matrone che vivono centoquarant’anni si mostra qui nella maniera più sfacciata ed efficace; l’unico elemento che smuove i Buendìa paralizzati nel loro ripetere sempre gli stessi errori è il periodico arrivo della carovana degli zingari, guidati dal vecchissimo Melquìades, colui che possiede un libro in cui è scritta la sorte della prima famiglia di Macondo. La fine della loro stirpe, insomma, è già scritta, ed è scritto che loro continuino a vivere eternamente nello stesso modo, per cento e più anni, in un continuo loop sottolineato dall’incessante presenza della stessa manciata di nomi per tutti gli uomini e le donne di ogni generazione. La storia dei Buendìa è quella della ripetizione costante, dell’immobilità forzata, dell’attesa del giorno del giudizio, del percorrere continuamente lo stesso circolare percorso; ma questo percorso circolare non è l’Uroboro e non è l’eterno ritorno nietzschiano, ma è qualcosa che ha una fine. Fine che coincide però con l’annientamento dei Buendìa e della stessa Macondo, perché “le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

L’attesa diventa così cifra significativa e fondante dell’esistenza, e il significato della vita di queste tragiche, eroiche nullità non risiede mai nel presente, ma sempre in un futuro vagheggiato, desiderato o temuto, che si rivela costantemente perlomeno deludente se non tremendo. Quasi ci sembra meglio augurarci che i nostri beniamini del Caribe non raggiungano mai quello per cui attendono da sempre, che rimangano sempre i due eterni amanti di Occhi di Cane Azzurro, che si sognano ogni notte per dimenticarsi ogni giorno, sicuri che il mondo di lei non possa più girare senza l’obiettivo di scrivere ovunque e dire a chiunque Occhi di Cane Azzurro, nella speranza che un giorno qualcuno risponda.

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