Testo di – LINDA RUSCETTA

 

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E’ inevitabile, la città plasma la sensibilità dell’artista donandole parte del suo fascino e in cambio riceve sempre tanto: cosa sarebbe Gae Aulenti senza Milano? E cosa sarebbe Milano senza Gae Aulenti?

In verità parlo di un’artista di sangue tutt’altro che milanese: nata nel 1927 a Udine da genitori di origini pugliesi e napoletane, si trasferisce presto a Milano per gli studi al Politecnico, tanto che negli anni ‘50 è, esattamente come noi, una dei tanti studenti fuori sede, con una sola grande differenza: Gae è unica, senza dubbio unica nel suo genere, ma anche l’unica donna in un mondo che ripone la sua fiducia unicamente in menti maschili, ahinoi. Eppure oggi parliamo di lei come un “maestro” dell’architettura e del design italiano.

L’amore per l’architettura la accompagna per tutta la vita e alla base dei suoi lavori c’è la convinzione che un edificio non sia bello in valore assoluto, ma bello se nel luogo giusto. Il punto centrale è la  contestualizzazione architettonica: “Non si può fare la stessa cosa a San Francisco o a Parigi – diceva – serve un lavoro analitico molto attento prima di progettare: studiare la storia, la letteratura, la geografia, persino la poesia e la filosofia. Bisogna inventarsi le soluzioni volta per volta e i libri aiutano. Poi viene la sintesi, infine la parte profetica: la capacità di costruire cose che durino nel futuro. Se l’architettura si butta via, diventa un cumulo di macerie”. Della Aulenti architetto sono celebri i suoi interventi alla Gare d’Orsay di Parigi che viene trasformata nel museo delle arti del XIX secolo, la progettazione del Musée d’art moderne al Centre Pompidou di Parigi, la riorganizzazione dello spazio Oberdan di Milano e ancora di più per noi milanesi, o milanesi acquisiti, il restyling di piazzale Cadorna. Il progetto di rifacimento, finito nel 2000, rende stranamente “umano” uno dei luoghi più trafficati della città, grazie ad un’opera di pedonalizzazione realizzata attraverso le creazione di uno spazio segnato da un passaggio graduato dalle colonne. In più è stato definito il senso della piazza attraverso “Ago, filo e nodo” (di Claes Oldenburg e sua moglie Coosje Van Bruggen), un’ opera che concentra in sé i caratteri della città: il via-vai frenetico e l’operosità dei milanesi.

Della Aulenti designer, invece, si conosce molto poco, eppure il suo ruolo è stato fondamentale per il delinearsi del design come lo si intende oggi. Quando nel dopoguerra il design italiano cerca una strada autonoma per elevarsi dallo status di semplice styling molti architetti italiani, tra cui la Aulenti, affrontano il tema progettando oggetti per interni. E quando trovano negli imprenditori, quelli aperti alla modernizzazione, gli interlocutori a cui trasferire gli oggetti nella produzione industriale nasce uno stile unico al mondo. E dobbiamo ringraziare personaggi come la nostra Gae se l’Italia, o più precisamente Milano, sono considerate la patria del buon design; è solo grazie a lei se oggi troviamo al Moma di NY una sezione dedicata al nostro disegno industriale, in cui si mette in mostra quell’italianità che ci ha suggerito come al solito (senza finta modestia) un geniale equilibrio tra bellezza e funzionalità.

La Aulenti designer si sente un architetto di piccoli oggetti che, esattamente come gli edifici, appartengono ai loro luoghi, ossia a quegli spazi in cui assumono significato. E’ questo il caso della lampada Pipistrello prodotta da Martinelli, disegnata per un ambiente ben preciso, quello dello showroom Olivetti di Parigi nel 1966-68, e messe in produzione successivamente. Così come la King Sun per lo showroom di Buenos Aires del 1967-68, in cui le lampade, alternate alle macchine da scrivere, sono riflesse da specchi che impreziosiscono l’ambiente. Con la produzione dei pezzi singoli decontestualizzati, però, si riproduce sterilmente un oggetto che ha già vissuto la sua storia e che ha perso il suo fascino: sfido chiunque a guardare le immagini dello showroom e non rimanere sorprendentemente ammaliati da una scena così semplice, fatta di lampade di plastica, macchine da scrivere e specchi!

La sua attività di designer continua per tutta la vita, e non solo nell’ambito del design degli oggetti. Il richiamo della creatività le fa varcare nuovi confini: appassionata della progettazione degli spazi si è occupata anche di Interior design per abitazioni e showroom, di Exhibit design e di Scenic design. Nella sua eclettica carriera la si vede impegnata, infatti, nell’allestimento di numerose scenografie al Piccolo e alla Scala per Luca Ronconi tra cui “Il viaggio a Reims” di Giacomo Rossini nel 1984.

E in occasione della sua recente scomparsa, avvenuta nell’ottobre dello scorso anno, proprio Milano, la capitale mondiale del design, la compiange dedicandole una piazza “qualunque”, quella del grattacielo dell’Unicredit in zona Garibaldi: nessun altro luogo poteva essere più adatto a rappresentare la sua personalità. Piazza Gae Aulenti è il trait d’union tra la Milano storica, la Milano più antica e la città del futuro. Ma non è tutto: l’anima della piazza è illuminata dal Solar Tree, un esempio di lampada urbana, progettata da Ross Lovegrove per Artemide (l’azienda milanese tra i nomi più famosi del design nel mondo). E anche questa lampada si concilia perfettamente con la sua location, soprattutto per il carattere sostenibile della torre. Infatti si tratta di un albero tecnologico ricco di “frutti” ecologicamente intelligenti: bolle con Led che si illuminano di notte grazie alla luce solare accumulata durante il giorno dai pannelli fotovoltaici. Un gioiello di design sensibile alla tecnologia, estetica e ambiente e che rappresenta perfettamente i nuovi valori legati al rapporto tra uomo-luce e al tema dell’uso consapevole dell’energia e delle risorse ambientali.

Ma non è tutto, la sua città adottiva le ha persino dedicato una mostra alla Triennale, il tempio del design. “Gae Aulenti: gli oggetti, gli spazi” mette in mostra, fino all’8 settembre, le sue grandi opere dagli anni ’60 ad oggi. Si tratta di una bomba di innovazioni, tutte raccolte in un ambiente piccolissimo in cui esplode la creatività di quegli oggetti quotidiani che diventano opere d’arte.

Non basterebbero nemmeno mille pagine per elogiare una grande donna come la nostra Gae, ma bisogna sottolineare che Milano non sarebbe stata proprio la stessa senza di lei. E la città le è stata riconoscente donandole il nome di una piazza e dedicandole una mostra a pochi mesi dalla scomparsa…quale artista si sarebbe aspettato così tanto?

2 Risposte

  1. simona

    Articolo interessante e colgo l’occasione per complimentarmi per questo sito! veramente ben fatto e con tanti articoli utili!

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