Testo di – CAMILLA MASTRANTUONO

Avete presente quando una serie di congiunture astrali sembrano complottare alle vostre spalle per farvi trovare al posto giusto esattamente nel momento giusto? Ecco, è quello che mi è capitato visitando il Louisiana Museum of Modern Art.

Situato sulla costa dell’Øresund, a Fredensborg, distante soli 35 chilometri da Copenaghen, giace nascosto e indisturbato questo eden perduto, capolavoro della perfetta compenetrazione tra architettura quasi organica, arte silente e natura possente: ospitata al suo interno una ingente collezione di opere d’arte ascrivibili al contemporaneo ed in particolare dalla seconda guerra in poi.

Sin dal primo istante in cui vi accingete a metterci piede, tutti quanti i cinque sensi saranno gentilmente invitati a prendere parte a questo fantastico tour.
Anzitutto la vista, costantemente esagitata da stimoli provenienti da ogni dove, a fatica si scuote dalla contemplazione dell’oceano intento ad abbracciare la Svezia mentre è già costretta ad inciampare tra le inaspettate sculture ambientali di Mirò e Calder, che danno il benvenuto in questo giardino di matti al limite tra l’incontaminato del verde e l’artificiosità dei soggetti ritratti.

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Non vedrete l’ora di correre o ruzzolare giù inseguendo il declivio che si staglia dritto di fronte al mare e poter respirare, una volta giunti al fondo, la brezza e lasciarvi pervadere dal puro e inconfondibile odore salmastro, con il vento del nord che prende a risuonare dentro le vostre orecchie; non vorrete trattenervi dall’accarezzare le vecchie cortecce degli alberi dell’oasi naturale che circonda e quasi ingloba la apparentemente minuscola villa scrigno di queste perle dell’arte contemporanea.

Per un attimo sembra di toccare il cielo con un dito.
È davvero impossibile fare a meno di guardare verso l’alto e sorridere, godendo della bellezza che la verginità della natura e tanta arte umana sono stati in grado insieme di generare. Solo dopo esservi smarriti in mezzo al bosco sarete realmente pronti per esplorare le pareti delle sale o dei lunghi corridoi abitate da quadri, installazioni o statuette avvezze a divorare lo sguardo e a sprigionare l’estasi della contemplazione.

Un perpetuo ed imperituro dialogo tra esterno ed interno scandisce la visita al Louisiana. Tutto quanto il contemplabile è spesso dislocato in modo da far ballare la vostra vista al di qua ed al di là delle pareti di vetro che lo contengono e al tempo stesso lo separano dall’esterno… O dall’interno, a voi scegliere da quale parte di questa quarta dimensione collocarvi prima.

Assimilabile ad un organismo che da solo vive e si sostenta, un “piccolo mondo” direbbe Tasso, ma al tempo stesso un ricchissimo pianeta, la disposizione del museo è congeniata in modo tale che ciascun elaborato risulti l’esatta prosecuzione di quello gli riposa accanto, sempre in avvolgente ed inarrestabile armonia con tutto il resto fuori.

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Ad alcune sezioni più “storiche” ospitanti artisti tra i più apprezzati dello scorso secolo come Picasso, Klein, Giacometti, Lichtenstein, Warhol e Rauschernberg, se ne accompagnano altre, prettamente monografiche, che permettono di approfondire la conoscenza di pittori danesi ed infine un’ampia zona dedicata ad esposizioni temporanee: forse la più innovativa, inaspettata e quanto mai piacevole da scoprire.

Nello specifico sono rimasta singolarmente affascinata dall’esposizione fotografica di Jeff Wall, fotografo canadese la cui peculiarità è presentare fotografie di matrice realistica, forse quasi iperrealistica, in formato gigante, retro illuminate da un altrettanto grande light box.

Oltre alla maestria degli accostamenti tra ambiente, luoghi degradati e quanto mai insoliti o deserti lussuosi contesti urbani, personaggi semplici ma veri diventano a loro stessa insaputa fortunati protagonisti, ritrovando la smagliante miseria o la lussuosa alienazione della loro condizione intrappolata in uno scatto. Molto eloquenti soprattutto i titoli, latori del significato autentico e del motivo che dovette muovere il fotografo a catturare quel particolare istante e per renderci partecipi. Dopo alcuni brividi leggeri alla pelle accompagnati da un quasi senso di estraniamento, penso che a ciascuna fotografia sia conferita la peculiare dote di porsi in dialogo con l’intimità di ogni visitatore suscitando profonda suggestione.

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“Limpida concretezza” mi scappa dalla bocca a voler compendiare quanto visto con gli occhi della mente e del cuore. Una giornata meravigliosa dunque in divina comunione con l’arte e la natura in cui non risulta minimamente contemplabile l’ipotesi di non rimanere a bocca aperta.

Se dunque tra i vostri viaggi estivi Copenaghen e la Danimarca compaiono tra le mete, non potete assolutamente perdere questa straordinaria occasione, come del resto vi suggerirebbe anche Patricia Schultz dopo averlo citato in 1,000 Places to See Before You Die.

Per maggiori informazioni potete visitare: http://en.louisiana.dk/.

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