Testo di — FRANCESCA BERNASCHI.

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Di quella serata nulla era stato programmato: né che si sarebbe andati al cinema e neppure che non si sarebbero trovati i biglietti causa sold out.

È stato questo l’inizio della inaspettata notte al museo della famiglia Bernaschi, una famiglia romana qualunque (ogni riferimento a persone realmente esistenti –non- è puramente casuale).
D’accordo, non disperiamoci, niente cinema, ma siamo a Roma, vuoi che non ci sia nulla di interessante da fare di sabato sera, in periodo festivo? Basta saper cercare.

C’è voluto solo il tempo necessario per digitare la richiesta su Google, perché il signor Bernaschi trovasse una soluzione: a Roma c’era la notte bianca dei musei.
Tutti i luoghi culto dell’arte indicati nell’elenco sarebbero stati aperti fino a mezzanotte e l’ingresso gratuito.
Che sia stato per accondiscendenza dei genitori o per la caparbietà della ragazza non è dato saperlo, ma fra le Cripta Balbi, preferita dai coniugi, e la Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM), per la quale insisteva la figlia della coppia, alla fine si era optato per la seconda.

E via, partirono!
Da piazza Cavour a viale delle Belle Arti, dove si trova la GNAM, di sera, senza traffico, evento più unico che raro nella Capitale, non si impiega più di dieci minuti, un quarto d’ora massimo, semafori rossi inclusi.
La fortuna doveva essere proprio dalla parte della famiglia Bernaschi, perché riuscirono persino a trovare parcheggio senza dover circumnavigare la zona: nella macchina si gridava al miracolo.

Gli entusiasmi si placarono, se non addirittura svanirono, alla vista della coda fuori dal museo. Copriva tutta la lunghezza delle scale e proseguiva in strada, bloccando anche i binari del tram.
A suo modo, però, anche quello spettacolo aveva la sua bellezza, quella tipica delle cose che non ti aspetti.
Tutta quella gente era in fila per l’arte, per la cultura.
Nonostante la temperatura fosse piuttosto bassa, il cuore si scaldava vedendo la scia di cappotti colorati, sciarpe a fantasia e cappelli di tutte le forme che pian piano si lasciavano avvolgere dal caldo abbraccio del museo.

Una volta dentro c’era così tanto da vedere che chiunque faceva fatica a seguire un ordine logico o la numerazione delle sale; un labirinto di quadri disseminato di statue aspettava di essere scoperto.
Ma ciò che lo rendeva speciale, quella sera, era proprio chi riempiva quei corridoi e girovagava per le sale: le persone.
Perché in un museo non è interessante solamente ammirare le opere dei grandi artisti. Per i veri intenditori c’è anche un certo gusto nel sentire cosa pensano gli altri visitatori, ci si arricchisce doppiamente: culturalmente ed umanamente.

Quando andiamo per musei paghiamo per bearci della visita di meraviglie dipinte e scolpite e senza pagare alcun prezzo cogliamo tutte le sfumature o gli spigoli della gente.

SCIENZA CONTRO OSCURANTISMO – GIACOMO BALLA

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“Sembra il collage che la professoressa di arte, alle medie, ci aveva fatto fare una volta”
“E ancora te lo ricordi?!”
“E certo, è stata l’unica volta che ho preso un 10 e lode in vita mia!”
Chissà come avrebbe valutato “l’originale” di quel collage la stessa professoressa di arte, chi lo sa! Certo è che la tecnica utilizzata dall’artista torinese è ben diversa dal collage. Si tratta di tempera verniciata a olio su tavola e di legno: sì, anche di legno perché l’opera di espande verso l’esterno con la cornice intagliata.
Si è voluto rappresentare una delle tematiche cardine del futurismo: la svolta del moderno grazie all’ausilio della scienza.
Un significato da 10 e lode.

LE TRE ETA’ – GUSTAV KLIMT

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“Mammaaaaa! Mammaaaa! Guarda, questo è quello lì famoso! ‘L’abbraccio’!”
“No, amore mio, questo è –aspetta che non vedo- eh, sì, questo è ‘Le tre età’, quello che dici tu è ‘Il bacio’, sempre di Klimt. Però bravo, ci sei andato vicino!”
“Le tre età” è un quadro che in qualche modo tocca corde precise dell’anima di qualsiasi donna: infanzia, maternità e vecchiaia.  In una tela di 180 x180 sintetizza gran parte dell’animo femminile: spontaneità, senso di protezione e cura del prossimo, saggezza.

CONCETTO SPAZIALE – LUCIO FONTANA

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“Giovi, guarda! Questo ero buono a farlo pure io! Prendevo il coltello della bistecca e tagliavo”
Forse da ragazzini di 13 anni non ci si poteva aspettare di meglio (ma di peggio sì). Nonostante quello fosse un quadro “facile”, mica come gli affreschi della Cappella Sistina, i due ragazzini erano rimasti in silenzio religioso, con le spade Jedi fra le mani ad ammirare il concetto spaziale di Fontana.
Avranno capito che non c’entra nulla con Guerre Stellari?
“Conta l’idea, basta un taglio” era così che l’artista stesso descriveva la serie di opere su questo stesso filo conduttore: tagli netti e decisi nello spazio che non è vuoto, ma materia.

ROSSO PLASTICA – ALBERTO BURRI

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“Cì, ma che è ‘sta porcheria? Te l’avevo detto che dovevamo anda’ ai Musei Capitolini, lì ce stanno l’opere vere!”
“Gino, smettila, non fare il vecchio barboso!”
“Cinzia, noi siamo vecchi!”
“Ma sarai vecchio te!”
Così, il classico “tra moglie e marito non mettere il dito” in questo caso andrebbe riadattato ad un più appropriato “tra moglie e marito non  mettere un Burri”.
Magari il signor Gino, dopo aver saputo quanto lavoro c’è dietro “’sta porcheria”, si sarebbe espresso in maniera differente, o almeno avrebbe tenuto il suo parere per sé.
Rosso Plastica è una delle opere che compone la serie “Combustioni”: applicando una serie di fogli di plastica sulla tela, l’artista andava, col fuoco, a lavorarvi sopra in maniera accurata e meticolosa; niente è lasciato al caso, neppure la scelta del colore che dona una certa drammaticità alla composizione.

FONTANA – MARCEL DUCHAMP

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Era lì, fermo e immobile.
Passavano i minuti e rimaneva lì, pareva che il tempo si fosse fermato soltanto per lui.
Accigliato e proteso in avanti si sforzava di capire che cosa ci fosse dietro. Si tormentava le mani dietro la schiena: non ne veniva a capo. Più la guardava e meno capiva. Sospirò rassegnato ed andò via. Nonostante tutta la concentrazione, proprio non aveva capito il senso di quella latrina capovolta: sarebbe rimasta per sempre un mistero, l’ennesimo, da annoverarsi con i classici “cosa vogliono le donne” e “perché non azzecco mai una puntata alle scommesse”.
Quello che probabilmente l’uomo non sa è che quello è stato il ready-made che Duchamp ha presentato alla giuria della Society of Independent Artists con la falsa firma di R.Mutt: la giuria, non sapendo bene come valutare quell’opera così bizzarra decise di non esporla. Sfortunatamente, al termine dell’esposizione il pezzo originale andò smarrito e nel 1964 Duchamp autorizzò la sua duplicazione.
Così Duchamp è riuscito a lasciar perplessa non solo la giuria della Society of Independent Artists ma anche quel povero uomo.

La visita alla Galleria era durata circa due ore, compreso il tempo in cui la nostra famiglia protagonista aveva passato ad ascoltare il piccolo concerto che vedeva impegnati un flautista e un’arpista. Il dubbio iniziale riguardo la scelta del museo dei signori Bernaschi era svanito, a vantaggio dell’entusiasmo della figlia.

7 Risposte

  1. Claudia

    Scusate, ma voi scrivete articoli di giornale o diari di 19enni che escono al sabato sera per una serata diversa?
    Un “Periodico di approfondimento culturale” non è un diario, né un blog, né una lettera per un’amica lontana. E’ un periodico. E nei periodici si leggono articoli.
    Gli articoli, presente quelli in cui non si parla quasi mai in prima persona, non si raccontano esperienze personali ma si fa cronaca? Ok, è un periodico culturale, quindi magari parlando di arte si può lasciar intendere quali sono state le emozioni davanti ad una tela, ma il parcheggio e il cinema pieno sono elementi su cui soffermarsi?
    Io, francamente, rivedrei un po’ il formato degli articoli. O il criterio di selezione. Oppure smetterei di parlare di periodico.

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  2. Francesca Bernaschi

    Ciao Claudia,
    Innanzitutto non credo ci sia bisogno di essere così aggressivi, in secondo luogo poi è stato fatto un semplice esperimento: scrivere di una mostra in maniera un po’ diversa ed ironica.
    Se scorri le altre sezioni e leggi anche alcuni degli altri articoli noterai come siano molto più da periodico culturale.
    Di inventato non c’è nulla nell’articolo: tutto è accaduto davvero, commenti compresi. Ho semplicemente voluto riportare la realtà dei fatti, le reazioni più disparate che la gente ha di fronte ad un quadro. Non penso non ti sia mai capitato di sentire commenti simili.
    Comunque ti ringrazio per l’interessamento ed il commento, anche le critiche (costruttive e non quelle volte a minare l’immagine del giornale o di chi vi collabora) sono sempre ben accette e motivo di crescita personale.
    Buona serata!

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  3. Claudia

    Io seguo il sito praticamente da quando è nato e all’inizio mi piaceva molto. Ultimamente l’articolo sugli Humans of… è stato davvero degno di lode, anche alcuni tuoi articoli mi piacciono molto, ma secondo me questo pezzo in particolare (così come altri) è un bel pezzo, sì, ma non per un periodico.
    Se io vado una giornata al parco e scrivo un reportage sulla mia giornata, quello non è un articolo di giornale, anche se è tutto vero. La prospettiva diversa sulla mostra, i dialoghi che riporti…Va bene tutto, ma davvero ci sono degli elementi che non rendono il tuo pezzo un articolo giornalistico nel vero senso del termine (il cinema pieno, il signor Bernaschi che cerca su internet, il parcheggio e l’esultanza per la rapidità nell’averlo trovato, l’entusiasmo della figlia dei Bernaschi per la scelta).
    Io studio giornalismo e purtroppo o per fortuna tendo a dare più peso del lettore medio agli aspetti tecnici della scrittura, non sto certo dicendo che io sono il Dio della scrittura e tu un’incapace, ma ti invito (e questa è una critica costruttiva) a prendere un manuale di giornalismo e analizzare le parti costitutive di un articolo, nonché le linee guida nella stesura di un pezzo che deve essere, per sua natura, oggettivo. O, quando non può esserlo, deve lasciar trapelare il pensiero dell’autore (o dell’autrice), ma senza digressioni su elementi che al lettore non danno nulla di più, se prendiamo come campione il lettore che non conosce te personalmente e che, quindi, non può provare le stesse emozioni che può provare invece un amico o una mamma. Le persone a te vicine, al contrario del lettore medio, possono ricordare quella volta in cui a Madrid tu non sei riuscita a trascinare tuo padre al Prado perché voleva andare a mangiare dei churros in quella cioccolateria in fondo alla strada e quindi cogliere la stranezza, l’eccezionalità dell’evento: tuo padre entusiasta di una serata in un museo! (chiaramente faccio un esempio stupido e niente di più)
    Sei evidentemente una ragazza che legge molto, che sa usare l’Italiano e a cui piace scrivere. Il mio consiglio è semplicemente quello di rispettare un po’ di più i canoni del giornalismo.
    Ti chiedo scusa se i miei toni sono sembrati aggressivi, ho risposto praticamente correndo verso il tram e ho buttato giù i pensieri così come mi passavano per la testa, senza neanche rileggere.
    Buona serata a te!

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  4. Francesca Bernaschi

    Anche io, come te, sto ancora imparando (ma non possiedo un manuale di giornalismo per affinare la tecnica: a questo punto penso sia evidente la necessità dell’acquisto). Sinceramente pensavo di essere stata abbastanza oggettiva nella novità, credo che quello che sia fuoriviante sia l’utilizzo della mia famiglia come soggetto. E’ stato un azzardo, lo ammetto. Comunque tutto quello che ho riportato è accaduto davvero, i dialoghi non sono inventati, e li ho utilizzati per dare punti di vista veri, per raccontare quello che la gente pensa quando si trova davanti a delle opere di arte moderna.
    Ripeto, è stato un esperimento, evidentemente mal riuscito, ma pur sempre un esperimento. Pazienza, andrà meglio la prossima volta!
    A questo punto non mi resta che ringraziarti per i consigli che seguirò in futuro e per aver capito che il tono era un po’ eccessivo.

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  5. Massimo

    Cito: “Acquisire consapevolezza di ciò che ci circonda è vivere senza limitarsi a una becera sopravvivenza.”

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