Testo di – FEDERICO SCARFò

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Non bisogna mai sottovalutare il cinema. Mai. Quando sono andato a vedere “Gone Girl” – e visto che penso di essere un purista della traduzione, ignorerò il terribile titolo italiano, “L’Amore Bugiardo”, che lo fa sembrare una serie tv anni ’90 per casalinghe – mi stavo lamentando perchè durava due ore e mezza. Sono uscito con la testa che fumava. Molti tratti di questo film fanno pensare, rimuginare, e questo nonostante una trama che perde pathos dopo lo scadente colpo di scena alla fine del primo terzo e la durata che, per intenderci, supera quella di “American Hustle”.

La storia inizia con Ben Affleck, un professore di scrittura creativa, che scopre che sua moglie è sparita da casa all’alba del loro quinto anniversario di matrimonio. Le conversazioni lasciano intendere che la storia tra loro non andasse affatto bene, e il film rimesta nel loro passato da felici sposini, lasciandoci con un dubbio atroce: che Ben, o Nick Dunne, se preferite, abbia ucciso la moglie e nascosto il corpo, fingendo un rapimento? I flashback, di cui la moglie, Rosamund Pike appunto, è protagonista, e le narrazioni dal suo diario evocano un uomo violento, stanco e rancoroso, il classico marito porco che picchia la moglie. Anche le indagini della polizia indicano le stesse cose e Nick sta per essere incastrato. Scopriamo pure che lui da un annetto aveva una storia con una sua studentessa, cosa che contribuisce a rendercelo odioso e colpevole. La violenza psicologica della situazione e il dubbio palpabile che si avvertono dal tono del film – sarà stato lui? – sono elementi sfruttati molto bene nella prima parte, tanto da tenere incollati alla sedia.

Ma a questo punto la narrazione prende una nuova piega. La protagonista diventa la moglie, la cui sparizione è in realtà un suo complotto per far giustiziare Nick. Infatti ella, umiliata dal fatto che il marito non la amasse più e si fosse trovato un’amante, aveva inscenato il proprio omicidio, in modo che la colpa ricadesse su di lui, ed era svanita nel nulla.

Questo colpo di scena un po’ trito mi ha spaventato: il tema della sospensione del giudizio sul marito, la tensione che si stava accumulando, il gioco della testimonianza dal passato mi piacevano, avevano forza.

Ma il film recupera: nonostante l’efficacia della trama subisca un brutto colpo e il sollevamento della tensione stuporosa dagli spettatori non abbia quel sapore glorioso da climax finale che si desidererebbe, la trattazione della vicenda e dei personaggi prosegue e riesce come un’analisi affascinante.

Di cosa? Di tante cose. Innanzitutto, una forte critica al ruolo dei media nella giustizia. All’interno di una vicenda che si presenta inizialmente come fortemente personale, il ritratto stereotipico di un matrimonio fallimentare, la televisione, i talk show, i telegiornali si inseriscono con violenza e presunzione. Ed è la presunzione del falso e del vero che i media possiedono: l’immagine di Nick è continuamente proposta e riproposta al grande pubblico con cambi d’abito allo stesso tempo fondamentali per la sua situazione giudiziaria e paradossali – da potenziale omicida, a colpevole di fatto, deprecabile fedifrago e sporco criminale, a marito e padre amorevole. In effetti, dopo il colpo di scena, la guerra di Nick per evitare il braccio della morte è soprattutto mediatica, e ci si ritrova a tifare, ben più che per la scoperta di indizi che lo scagionino, per un giudizio più lasco del grande pubblico.

Un aspetto del film legato a filo doppio a questo, e di gran lunga il suo lato più controverso è la forte componente antifemminista. La moglie, Rosamund, o Amy, è una calcolatrice perversa, capace di manipolare gli uomini – è un caso che nell’unica sezione del film in cui ha a che fare direttamente con un’altra donna finisca male, rapinata e picchiata? – e di sfruttare ogni arma che nei miseri stereotipi sessisti si mette in mano al gentil sesso. Finge violenze domestiche, una gravidanza, la persecuzione da parte del marito, persino l’imprigionamento in una sorta di roccaforte del bondage e dello stupro, e arriva persino a uccidere un uomo, condendo il tutto con intrighi, seduzioni e recite a base di lacrime… E ne esce candida come una giunchiglia.

La sua figura fa rabbia agli uomini, perchè conferma quella visione antiquata e sessista della donna intrigante, pericolosa e perlopiù sostenuta dai media in quanto vittima della supposta violenza del maschio. E fa rabbia alle donne, perchè proietta un’immagine pericolosa e deviata del ruolo di moglie, madre, ma soprattutto di femmina all’interno di una società che può essere veterofemminista fino alla nausea. Con il costante fraintendimento sul ruolo e sul significato dell’attivismo femminista che si spande a macchia d’olio di questi giorni, penso che questo film – e probabilmente il libro da cui è tratto – si ponga in una posizione interessante e non banale.

Infine, il tema del ruolo. Superati i ruoli socialmente sovrapponibili di maschio, femmina, moglie, marito, vittima, omicida, ci troviamo di fronte a un gioco del ruolo dell’uomo e della donna, intesi come individui. L’incomprensione e il conseguente trasformismo formano una barriera ancora più intricata tra i protagonisti principali. La trasformazione del rapporto da un idilliaco sposalizio a un’odiosa infernale convivenza non è graduale, è violenta e immediata come il sollevamento di un velo, come la decisione di smettere di essere come si è stati per troppo tempo.

Il film fa una panoramica sulla banalizzazione dell’individuo, sulla schizofrenia artificiale causata da label non solo esterni, ma più spesso autoimposti come cilici. Amy non è semplicemente una scheggia di paure sessiste venute alla luce, è un individuo che ha vissuto troppo a lungo sotto l’ombra di un marchio, sotto al quale ha mosso, ispirato e sostenuto il marito, ed è emerso, alla fine, come il “gemello malvagio” di se stessa, guidata alla pazzia da quei gesti che, indirizzati com’erano al velo che la ricopriva, risultavano continue, tragiche, deliranti incomprensioni.

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