Testo di – VIRGINIA BISCONTI

 

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Si accendano le luci, un ultimo ritocco alla scenografia. Si chiamino gli attori, che siano in ben fila dietro le quinte, ognuno al proprio posto. Si sente una voce concitata: “Svelti che si va in scena! Alzate il sipario!”. Il pubblico attende, pronto a riempirsi gli occhi di stupore ma…Il palco è inaspettatamente vuoto, gli attori si sono già congedati, la luce sta sfumando, la scenografia si disfa mestamente. Nessuno spettacolo andrà in scena, non oggi.

 

L’Italia da’ il proprio addio ad un’attrice, drammaturga e politica che delle italiane è stata la voce, gli occhi ed il sorriso. Franca Rame, con un inchino e senza troppo rumore, ci ha salutato ieri, spegnendosi a Milano, all’età di 84 anni. E come italiana, ma soprattutto come donna, non posso non ricordarla.

 

Essere donne, in Italia, è da sempre stato un po’ come recitare un ruolo marginale nel copione della vita quotidiana. Nessuno ha mai fatto mistero di quanto poco rosea fosse la condizione delle donne nel nostro paese, a prescindere dalle fantomatiche quote a noi espressamente dedicate. Eppure personalità come quelle di Franca Rame, sembrano volerci ricordare quanto sia importante vantarsi di essere quel sesso debole, sì, ma solo sulla carta.

 

Perché è tutto fuorché debole, una donna che nel ‘73, ha la forza di denunciare lo stupro e di farlo tramite il proprio mestiere: recitando un monologo. Perché è ammirevole l’energia della Senatrice Rame che scuote la testa ed abbandona la politica: coerente e determinata, ferma sui propri ideali. Perché il talento, il valore, il coraggio e la passione di una donna come la Rame, raramente emergono negli occhi di qualsiasi altro uomo. E pensare che ogni donna, potenzialmente, si porta dentro la stessa forza, la stessa passione, lo stesso coraggio.

 

Se solo mi chiedessero cosa significa essere donne in Italia, potrei rispondere che non ci sono così tante soubrette come si crede. Direi che: “No, non è vero che le donne sono tutte convinte che per far carriera bisogna esporre il proprio corpo, piuttosto che il proprio cervello!”. Vorrei davvero poter rispondere che le politicanti siliconate, prive di qualsiasi ideale, sono solo una minoranza. Vorrei poter dire che, nel mio paese, le donne sono più di carne sbattuta in copertine dozzinali. Direi senza dubbio alcuno che, in Italia, le donne non devono dimostrare nulla a nessuno. Anzi come tutti, possono limitarsi a mostrare le proprie capacità.

 

Se me lo chiedessero, mentirei consapevolmente e deliberatamente. Perché ci sono ancora molte di noi che non sembrano fiere d’esser donne, vuoi perché convinte sia più facile star in copertina che spezzarsi la schiena sui libri, adagiandosi sul proprio aspetto esteriore, piuttosto che investire sulle proprie capacità. Mentirei perché, per le tante veline che sgambettano nei nostri schermi, ci sono ancora poche Rita Levi Montalcini, poche Maria Montessori, poche Oriana Fallaci. Mentirei soprattutto perché, oggi come non mai, mi sento di arrecare un torto a donne, come Franca Rame, che hanno fatto della propria vita una lotta.

 

Perché Franca Rame è stata l’espressione di quell’orgoglio femminista, di quella consapevolezza e di quella fierezza nell’esser donna, che non smette di aver bisogno di una viva voce. Franca Rame ci ha insegnato come essere cittadine, madri, sorelle e soprattutto come essere italiane. Eppure, proprio come a scuola, alcune sembrano essere state le eterne assenti a questa fondamentale lezione di vita. Altre fanno orecchie da mercante, e si limitano a scaldar le sedie, spesso quelle parlamentari.

 

Ma per ogni sorriso di plastica, per ogni fondoschiena tirato su e per ogni push-up, c’è ancora la voce di chi sceglie di dire di no. La voce di quelle donne che hanno interiorizzato i messaggi di Franca Rame. Donne la cui voce è animata da fiammeggianti ideali come la Anna Maria Cancellieri, come la Susanna Camusso, segretaria CGL. Voci di donne pronte alla denuncia senza nessuna rinuncia, come quelle  della Milena Gabanelli o della Lilly Gruber. Donne di successo come la Monica Mondardini, amministratore delegato del Gruppo Editoriale l’Espresso, o la Laura Cioli, al comando di Sky Italia. Di tutte queste donne, sono sicura, Franca sarebbe orgogliosa.

 

Ora, il palco sembra essere deserto. Sembrano esserci solo bambole di plastica, costruite in serie, venute fuori da un’ironica fotocopiatrice: burattine che vedono i propri stessi fili. Ma, come spesso succede, è necessario guardar bene alla realtà che ci circonda, andare oltre la pièce teatrale, affrontare la catarsi aristotelica.

E se nel 1963, Betty Naomi Friedan scriveva:

 

Una ragazza non dovrebbe aspettarsi speciali privilegi per il suo sesso, ma neppure dovrebbe adattarsi al pregiudizio e alla discriminazione. Deve imparare a competere… non in quanto donna, ma in quanto essere umano.”

 

Oggi sarebbe sorpresa anche lei, da tanta lungimiranza. Forse aveva indovinato, già da allora, che le donne, non solo avrebbero imparato a competere ma, come è oggi,  sarebbero state le fuoriclasse della competizione. Ed in Italia, bisogna ricordarlo, ciò è possibile anche per merito di Franca Rame. Quindi: grazie, Franca.

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