Testo di – DAVIDE LANDOLFI

 

ellie

 

 

Ellie Goulding sembra essere entrata nel trip delle riedizioni dei propri album e pare essere intenzionata a non uscirne più perché la stessa sorte di Lights, diventato poi Bright Lights, è toccata ad Halcyon ripubblicato, quasi un anno più tardi, in Halcyon Days.

Ma per capire appieno questa “nuova” fatica musicale è bene fare un passo indietro.

Halcyon è il secondo disco della Goulding e come tale rappresenta la consacrazione definitiva al successo, ma anche una prova durissima: si deve dimostrare al mondo intero quanto si vale e che non si è stati solo una meteora di passaggio.

Più dark, tribale e crudo del primo, Halcyon non propone nulla di nuovo o comunque nulla che non si potesse sentire già da tempo, ma a differenza delle altre produzioni eleva il tutto portandolo su un altro livello accompagnando l’ascoltatore in una dimensione onirica fatta di ombre, acqua, uccelli, speranza. Nonostante l’uso massiccio del synth, il disco è pervaso da un’incredibile senso di leggerezza che si esprime maggiormente nelle ballads, Explosions e Dead In The Water (quasi un lamento) su tutte. Leggerezza sapientemente miscelata a suoni tribali, che aprono le danze in Don’t Say A Word (disseminati per tutto il disco e che strizzano l’occhio alle produzioni tipiche di Florence e compagni) , martellanti, ne sono un esempio il primo singolo Anything Could Happen o Only You, e a influenze dubstep, molto in voga in questi ultimi periodi, in Figure 8.

Ma se da un lato si trova innovazione e sperimentazione, dall’altra rimane l’anima folk, quella di Lights, nella title-track Halcyon, o nella splendida My Blood che sembra racchiudere in sè tutte le varie direzioni prese all’interno delle varie canzoni, fino ad arrivare all’orientaleggiante Hanging On (cover dell’americano Active Child), senza dimenticare la semplicità disarmante di Joy e I Know You Care dove la Goulding esprime tutta la sua vulnerabilità. Un discorso a parte merita Atlantis che da sola vale quanto se non più del disco stesso: la voce si spinge in alto come non mai creando una sorta di canto celestiale nelle strofe, ma che si trasforma in un lamento martellante e ripetitivo nel ritornello immergendo l’ascoltatore in una dimensione mitica (Ellie come una novella Orfeo) e magica.

Apre la zona bonus track I Need Your Love di Calvin Harris dove Ellie appare come featuring. Canzone in puro stile Harris: elettronica, ma non troppo. Dopo una brevissima parentesi danzereccia si ritorna alle atmosfere dark nelle viscerali e ossessive Ritual e Without Your Love, che ricordano ancora una volta Florence + The Machine e il suo ultimo Ceremonials, mentre in In My City sembrano riportate in vita le sonorità caratterizzanti il suo precedente Lights: la cosiddetta folktronica.

Se a livello musicale Halcyon non apporta modifiche al panorama musicale già esistente, lo stesso non si può dire dell’importanza che va a ricoprire per la carriera della Goulding: è l’album della maturazione, del cambiamento, della presa di coscienza dove i testi si fanno più intensi e sapientemente enfatizzati da melodie pure che mirano a potenziare quanto le parole sarebbero in grado di fare da sole.

Ellie è cresciuta ed è ben lontana dalla timidezza di Lights: con Halcyon ha finalmente spiccato il volo. Un volo di speranza, quella di lasciarsi alle spalle i tempi bui e di vivere finalmente giorni felici (Halcyon Days, appunto). Il disco, infatti, altro non rappresenta che la felicià: i toni sono più colorati, le melodie più pop e commerciali tanto che alcune delle 10 tracce presenti all’interno del progetto sono state prodotte dai dj più in voga del momento.

Apre questa riedizione il primo singolo Burn che mantiene le influenze che caratterizzano Halcyon elevandole al colore, all’allegria con dei beat martellanti e zuccherosi. Zucchero che si ritrova nella successiva Goodness Graciuous dove a funzionare sono il synth super electro-pop e uno dei ritornelli più catchy mai cantati dalla Goulding per poi arrivare a una svolta decisamente dance in You, My Everything dove già si cominciano a respirare le atmosfere cupe e dark che poi esploderanno in Hearts Without Chains: i toni maliconici tengono insieme piano e suoni lievemente elettronici. Prima collaborazione (Madeon) in Stay Awake che è anche la prima vera up-tempo del progetto dove a prevalere sono la confusione e beat rumorosissimi e l’unica parola d’ordine sembra essere divertimento sfrenato proponendo una Ellie del tutto inedita, ma anche molto più commerciale rispetto ai precedenti lavori. La liberazione dai momenti bui arriva finalmente in Under Control dove il ritornello urlato, e quel “I got it under control” ripetuto fino allo sfinimento, fa presagire l’inizio di una nuova era, di una nuova vita frenitica e futuristica come Flashlight (featuring Dj Fresh) che strizza l’occhio alle sonorità dub-step già presenti in Halcyon. Chiudono il disco tre cover: la prima How Long Will I Love You (dei The Waterboys), che grazie al piano e alla voce regala un momento di intima dolcezza, la seconda Tessellate (degli Alt-J), dove i toni soul e il sax rendono la voce di Ellie calda, avvolgente e sensuale, e la terza Midas Touch (featuring Burns) –Midnight Star- più urban e r’n’b che nasconde in sé un’infinità di dettagli e cori in quella che è una continua scoperta di voci e suoni.

Halcyon Days non rimarrà sicuramente negli Annali in quanto altro non è che il continuamento pop di un’ Era discografica di tutto rispetto brutalmente interrotta a favore della svolta felice che però dura poco così come l’entusiamo per la pubblicazione di una riedizione di un disco che doveva rimanere unico nel suo genere e significato.

Considerando però solo le 10 canzoni di Halcyon Days si ha la conferma dell’estrema versatilità, vocalità e dell’esuberante talento di questa artista inglese che finalmente è riuscita ad imporsi sul mercato mondiale non con la sua performance migliore, ma sicuramente con la sua performance più felice.

 

Valutazione: 8- 

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