Testo di – Maria Vittoria Ceschi, la nostra inviata speciale

 

buuuu

Harambee in lingua swahili è una di quelle parole intraducibili, che per esser spiegate nella propria lingua madre necessitano di locuzioni e frasi assai meno dirette ed immediate. Fare uno sforzo tutti insieme, lavorare in gruppo, cooperare per un fine: queste sono alcune delle idee che richiama la parola. Un concetto vecchio come l‘uomo, ma che spesso viene dimenticato lasciando spazio ad atteggiamenti individualistici che poco pensano ad un agire comunitario.

Harambee non è un termine qualsiasi, assume un ulteriore potere e significato poiché è il motto ufficiale di uno stato indipendente, il Kenya. Essa quindi ha una rilevanza politica e sociale molto più importante, fungendo da bandiera in parola per una collettività intera. Nonostante il Kenya sia stato e sia un paese profondamente segnato da gravi divisioni interne (soprattutto etniche), che si sono acuite dopo l’arrivo dell’uomo occidentale e della sua filosofia di colonizzazione “divide et impera”, harambee  rimane e testimonia la voglia di un popolo che ha vissuto e continua a vivere in (e la) comunità. Certo, queste comunità forse non sono tra loro affatto integrate, ed i molteplici villaggi che abitano questo paese dell’Africa nera  non si sentono realmente parte di un organismo più grande che li abbraccia e li lega gli uni agli altri, ma l’idea c’è.  E le idee sono l’ingrediente primo ed essenziale per lo sviluppo di un progetto sensato, un harambee a livello paese, senza dimenticare i vari harambee nelle e delle singole comunità che rendono il Kenya estremamente variopinto e floridissimo di differenze culturali, le quali, non chiedono di essere appiattite, ma di poter dialogare tra loro. Questo è anche ciò che pensa uno dei più grandi scrittori kenyoti viventi Ngugi wa Thiong’o : “la ricchezza di una cultura globale comune sarà […] espressa nelle particolarità delle nostre differenti lingue e culture, proprio come in un giardino universale dai fiori multicolori.”

Ebbene, harambee, è stata anche l’idea che mi ha spinto a partire per Nyandiwa, un piccolo villaggio sulle sponde del Lago Vittoria, al confine con Uganda e Tanzania, a quattrocento chilometri circa dalla capitale Nairobi. Partecipare al lavoro comunitario del villaggio e offrire la mia persona al bene comune vedendo finalmente i resultati e i frutti dell’agire quotidiano, sono infatti esperienze che nella società contemporanea mancano. Agitati da un fare performante e non pensante, ci interroghiamo poco sul senso ultimo di ciò che facciamo, non rendendocene conto perché troppo distante temporalmente e materialmente. O addirittura eticamente. Ciò che cercherò di testimoniare sarà dunque proprio un ritorno ad una praxis comunitaria orientata al senso, dove c’è lo spazio per la riflessione che conduce ad azioni responsabili e sentite perché comprendenti il fine, e che dunque non ignorano le conseguenze.

Ed attraverso queste mie testimonianze che matureranno di volta in volta come in journal ottocentesco, voi pure, cari lettori, lavorerete assieme a me ed al villaggio giù a Nyandiwa. Quindi, anche il mio lavoro di diariste, non sarà un’ opera di distacco dalla società ed introspezione, ma al contrario le idee saranno libere di circolare tra me e gli altri. Alla fine, sarà proprio l’idea di harambee che vorrei portare, assieme a voi, a casa nostra e vorrei fosse il fine ultimo di questo progetto.

Perché in realtà… da idea nasce cosa.

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