Testo di – VALENTINA ZIBONI

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Henri Cartier-Bresson fa parte di quella tipologia di artisti che nell’arte non vede solo la precisione tecnica e la qualità accademica. La sua fotografia va oltre, immergendosi in una realtà che è ben più complessa del visibile. È una realtà fatta dal connubio di spazio e tempo, uno spazio illimitato che giunge fino agli angoli più nascosti del pianeta e un tempo fatto di istanti, preziosi perché mai casuali.

Bresson nasce nel 1908 in Francia ed è considerato un pioniere del foto-giornalismo. Nel corso della sua vita viaggia moltissimo, alla scoperta di ogni sfaccettatura che questo mondo possiede. Documenta anni intensi, travagliati da guerre logoranti e conflitti, ora ideologici ora religiosi. Anni in cui la gente non viaggiava molto, l’informazione non era istantanea come lo è ora. Eppure, sarebbe sbagliato definirlo semplicemente un foto-giornalista: Bresson è stato un osservatore attento della realtà, e se parliamo di realtà, non parliamo solo di gesta eroiche e grandi momenti storici, ma di realtà nella sua semplicità. La raffinata qualità della fotografia di Bresson risiede, infatti, nella sua abilità di cogliere l’importanza del momento in atti del tutto naturali, spontanei, forse fin troppo trascurati.

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Eppure, niente è veramente semplice. Ogni nostro gesto, ogni nostra parola, accade in un preciso istante, in un preciso spazio. La bellezza della quotidianità risiede proprio nella sua capacità di apparire banale, ordinaria, quando invece nasconde un intreccio di coincidenze che si posano dolcemente tracciando le nostre giornate.

“Il tempo corre e fluisce e solo la nostra morte può raggiungerlo.

La fotografia è una mannaia che nell’eternità coglie l’istante che l’ha abbagliata”

La fotografia di Bresson intende cogliere quell’attimo nella sua purezza, nel suo avvenire. D’altronde, cosa è più maestoso che scovare l’intento che si fa azione?

“Sono un fascio di nervi in attesa del momento, e questo monta e poi esplode, è una gioia fisica, una danza, l’unione di tempo e spazio. Sì! Sì! Sì! Come la conclusione dell’Ulisse di Joyce. Vedere è tutto.”

 Colpisce, inoltre, la composizione tecnica delle sue fotografie: ognuna delle 140 foto esposte alla Villa Reale di Monza è perfettamente equilibrata, quasi come se l’armonia dell’accadere fosse stata colta celermente dall’occhio svelto dell’osservatore. Ogni elemento sembra posizionarsi nell’esatto punto in cui deve stare, donando coerenza al tutto.

Ciò appare ancor più esemplare se si pensa che Bresson non si occupava quasi mai dello sviluppo delle sue fotografie: ognuna ha colto un attimo, nella sua complessità geometrica ed emotiva, per cui interferire ne avrebbe svalutato l’essenza.

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Una sensibilità intellettuale unica e uno sguardo curioso e profondo hanno guidato una delle massime figure novecentesche del settore: Bresson ha innalzato la fotografia ad arte pregiata, senza privarla della sua naturale capacità di cogliere l’istante nel suo divenire. Una tecnica fotografica unica, pura, così descritta dalle sue parole:

“Fotografare significa trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto la cattura dell’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare significa riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo il significato di un evento e il rigoroso assetto delle forme visive che esprimono tale evento.

Significa allineare il cervello, l’occhio e il cuore verso un solo bersaglio. È un modo di vivere.”

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