Testo di – DARIA PICCOTTI

“Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”

(C. Beccaria, Dei delitti e delle pene,1764).

 

2-1

 

Nell’irrisolto dibattito sulla pena di morte tra chi la sostiene come giusta punizione e chi la considera un omicidio legalizzato, intervengono anche gli artisti con opere provocatorie e di forte impatto, allo scopo di richiamare l’attenzione del pubblico e favorirne una presa di posizione.

No Seconds. Un titolo lapidario e definitivo quello scelto dal fotografo neozelandese Henry Hargreaves per presentare il suo progetto di ricostruzione dell’ultimo pasto dei condannati a morte. Si tratta di una “tradizione” dei penitenziari americani che prevede la possibilità per i detenuti nel “braccio della morte” di ordinare le pietanze che preferiscono il giorno prima dell’esecuzione.

Un compassionevole ultimo desiderio o una macabra presa in giro? Atto di umanità o crudele infierire su un quasi-cadavere?

Questa è la provocazione lanciata da Hargreaves che, in una serie di 12 fotografie, presenta gli ultimi pasti ordinati da alcuni condannati a morte famosi, affiancando l’immagine accattivante da rivista patinata a una didascalia che ci informa della reale natura della pietanza.

Henry Hargreaves, interessato alla fotografia già dai tempi della scuola, se ne appassionò grazie a una fulgida carriera da modello, che lo rese, grazie a collaborazioni con fotografi del calibro di Stephen Meisel, Mario Testino e Richard Avedon,  il volto di grandi nomi del fashion come Prada Hermes e Lacoste. Interessato a sperimentare il lavoro “dall’altra parte dell’obiettivo”, decise allora di mettersi in proprio e, avendo acquisito un notevole bagaglio di conoscenze tecniche grazie al contatto diretto con fotografi professionisti, aprì uno studio personale nel quartiere Williamsburg di New York. Tra servizi per case di moda e riviste di successo, emerge in particolare la collaborazione con la casa d’aste Christie, per la quale scattò le immagini d’anteprima per un’asta di opere postimpressioniste, rivelatasi poi tra le più cospicue mai realizzate.

Affermatosi come professionista, si orienta sempre più al genere dello still life, che predilige per la possibilità di controllo dell’immagine, nella quale può tradurre l’idea che nasce nella sua mente. Oltre a servizi per riviste e siti di commercio on-line, realizza numerose serie sul cibo, tema che diventa la sua cifra stilistica e gli consente di portare nella fotografia l’altro versante del suo vissuto personale: le molteplici esperienze lavorative nel settore della ristorazione. Il pubblico è subito attratto dalle coloratissime immagini di serie come Burning Calories, Food of the Rainbow, Edible Subway, Bacon Alphabet, o Band Riders, in cui il piacere estetico funge da pretesto per riflessioni sociologiche e politiche di notevole spessore, elemento che diviene predominante in No Seconds.

Fin dal titolo, giocato sull’ambiguità del termine che indica sia la seconda portata di un pasto sia l’unità di misura temporale, Hargreaves pone l’accento sull’elemento di inesorabilità e assenza di via d’uscita insito nella pena capitale.

La serie, interamente visibile sul sito dell’artista (http://henryhargreaves.com/#no-seconds),  si ispira ad alcuni precedenti incentrati sullo stesso tema, come le fotografie di Celia A. Shapiro, James Reynolds, Jonathon Kambouris, Jacquelin C. Black, i dipinti di Kate MacDonald e il documentario Last supper degli artisti Bigert e Bergstrom.

Hargreaves realizza 12 fotografie di pietanze – tranne l’unico caso di un piatto vuoto – imbandite con cura dell’aspetto estetico, nitidezza dei dettagli e colori vividi, richiamando così le immagini pubblicitarie che mirano ad accattivarsi il pubblico dei consumatori. L’inquadratura dall’alto, elemento stilistico unificante dell’intero gruppo, da un lato dichiara l’appartenenza delle immagini al genere dello still life, dall’altro si pone come un’inquadratura soggettiva, volta a indurre nell’osservatore l’identificazione con il condannato. La strategia di richiamo al coinvolgimento emotivo del pubblico, celata dal rigore compositivo, è completata dalla didascalia che risulta parte integrante dell’opera: il testo è costituito dal nome del condannato e dall’indicazione dell’età, del luogo e della modalità di esecuzione, cui segue, in un elenco a punti, la lista dei reati commessi e quella dei cibi ordinati, una scelta espressiva e grafica asettica che offre un ulteriore appello alla riflessione. L’artista, come dichiarato in un’intervista, non vuole che l’opera esprima il proprio giudizio sulla pena di morte né orientare quello dello spettatore, il suo scopo è catturare l’attenzione del pubblico e indurne una presa di posizione, affinché tale dibattito rimanga vivo e scuota le coscienze anestetizzate dei cittadini. Hargreaves, infatti, quando era giunto negli Stati Uniti, era rimasto colpito dalla persistenza di una pratica per lui inaccettabile e disumana in una nazione che sbandiera la democrazia come emblema del proprio orgoglio nazionale.

L’idea della serie No Seconds nacque nel periodo in cui si dibatteva la questione dell’abolizione dell’ultimo pasto nello stato del Texas, il cui penitenziario è tristemente famoso per il numero elevato di esecuzioni. Nel settembre 2011 lo Stato decise per l’eliminazione di questo “privilegio”, riguardo al quale il senatore Jhon Whtmire affermò: “si sono meritati la loro condanna, quindi non vedo perché lo stato dovrebbe sobbarcarsi la spesa di un banchetto, che sommandosi nelle varie condanne diventa una delle voci che appesantiscono inutilmente il budget del sistema carcerario”. Le sue parole, chiaramente provocatorie, erano una risposta al rifiuto del condannato Lawrence Brewer di mangiare il lauto pasto che aveva ordinato. Il senatore, considerando che questi condannati venissero trattati con eccessiva gentilezza rispetto agli altri, stabilì che da quel momento avrebbero avuto lo stesso pasto degli altri anche il giorno prima della loro esecuzione. Hargreaves decide così di approfondire l’argomento, incuriosito dal sito www.famouslastmeals.com e dalla pagina di Wikipedia a esso dedicata, in cui vengono ricostruite le origini di questa tradizione, significativamente risalenti al Medioevo, e che offre una lista dettagliata dei  pasti ordinati da un numero considerevole di condannati a morte.

Interessato ai gusti e alle abitudini alimentari a causa del suo lungo impiego nel settore della ristorazione, le considera un indice rivelatore di molti aspetti dell’animo umano, idea confermata da uno studio della Cornell University sulla possibile correlazione tra scelte alimentari e colpevolezza. I ricercatori Brian Wansink, Kevin Kniffin e Mitsuru Shimizu, hanno riscontrato una maggiore propensione a rifiutare l’ultimo pasto da parte di chi si dichiara innocente e, al contrario, una predominante tendenza a mangiare il giorno prima della morte in coloro che hanno ammesso la colpevolezza. Analizzando infatti 247 esecuzioni avvenute negli Stati Uniti tra il 2002 e il 2006, hanno verificato che chi aveva ammesso i propri crimini nel 90% dei casi non solo aveva voluto mangiare ma aveva richiesto cibi molto calorici; chi aveva taciuto riguardo alle proprie responsabilità nell’85% dei casi voleva mangiare, tra coloro che si erano dichiarati innocenti il 70% aveva mostrato un certo appetito mentre il restante 30% aveva scelto il digiuno. Pur non costituendo una prova certa, sembrerebbe esserci un legame tra colpevolezza e appetito: secondo gli studiosi, che prospettano la possibilità di considerare la questione dell’ultimo pasto per il riesame di casi di colpevolezza incerta, chi ha confessato i propri crimini è in certo senso in pace con se stesso, condizione che gli consente di godere del cibo come ultimo piacere della vita; chi invece proclama la propria innocenza, a torto o a ragione,  è dilaniato dal tormento dell’ingiustizia che sta per subire e rifiuta di mangiare. Lo studio americano evidenzia inoltre la predilezione per cibi ipercalorici, il cosiddetto confort-food, come hamburger, cheeseburger e patatine, emblemi del cosiddetto American life style. Le fotografie di Hargreaves, a una prima occhiata superficiale, potrebbero infatti sembrare accattivanti pubblicità di un fast-food, astuto tranello che permette all’artista di richiamare lo sguardo distratto e smarrito dell’internauta alle prese con centinaia e migliaia di immagini e testi, tra i quali risulta difficile destreggiarsi.

L’appello all’umanità dei cittadini con un tema familiare come il cibo, è alla base del successo della mostra itinerante Henry Hargreaves, No Seconds – Comfort Food e Fotografia, prima personale dell’artista fuori dagli Stati Uniti,che tra il 2013 e il 2014 è passata da Treviso a Venezia sull’isola di San Servolo, sede dell’ex manicomio, per poi spostarsi a Remagen e a Genova.

2-2

Il criterio con cui Hargreves seleziona i protagonisti del suo progetto è il carattere insolito della richiesta per l’ultimo pasto. La più strana è sicuramente quella di Ronnie Lee Gardner, condannato per furto, rapimento e omicidio di due persone. Per il suo ultimo pasto chiese aragosta, bistecca, torta di mele, gelato alla vaniglia, il tutto accompagnato dalla proiezione della trilogia de Il signore degli anelli.

Significativa è poi la richiesta di Victor Feguer che mangiò un’unica oliva con nocciolo, che, nella ricostruzione dell’artista, giace su un elegante piattino con posate d’argento. Feguer era stato condannato per rapimento e omicidio ma non ammise mai la seconda accusa e fu l’ultimo condannato a morte nello stato di Iowa, che abolì la pena capitale nel 1965. Si dice che il condannato avesse manifestato la speranza che dal suo corpo germogliasse un albero di ulivo, pianta simbolo di rinascita e pace, il che potrebbe far pensare a un tardivo pentimento; oppure potrebbe indicare lo scarso appetito di chi non riconosce la propria colpevolezza, confermando così lo studio della Cornell University. Hargreaves non indirizza a una particolare interpretazione della scelta alimentare ma mira a far sì che chi osserva infonda una parte di sé nell’opera che guarda, tenendo “uno specchio di fronte allo spettatore in modo tale che ognuno veda qualcosa di sé nella propria reazione alle opere” e, identificandosi con il condannato, riesca a considerarlo come un essere umano e non come un essere mostruoso da eliminare, “una cosa che attende di essere manipolata dai carnefici” (cit. A. Camus)

La disumanizzazione del condannato a morte è infatti indice della perdita di umanità dell’uomo, poiché “quando la gente reclama esecuzioni e applaude e grida, forse ha perso di vista il senso di cosa sia l’umanità”, scrive il condannato a morte Richard Michael Rossi nell’autobiografia della sua esperienza nel braccio della morte. L’uomo si trasforma allora in “bestia mostruosa e senza pensiero”, lapidaria quanto efficace descrizione della folla animata dall’esaltazione dello spettacolo della morte nel romanzo Un uomo di Oriana Fallaci.

2.3

Proprio l’elemento di spettacolarizzazione caratterizza le esecuzioni capitali: in America il condannato attende il momento della morte nel limbo del “braccio della morte”, lasso di tempo in cui i media provvedono a creare nel pubblico (termine più adeguato che cittadini) l’attesa dell’evento e la demonizzazione del detenuto. I giorni che precedono l’esecuzione sono scanditi da un asettico “protocollo di esecuzione”, una trafila burocratica per rendere legale l’uccisione di un essere umano. La sera che precede la morte programmata, dopo la firma del proprio certificato di morte, per il detenuto si compie il macabro rituale dell’ultimo pasto, strascico di una superstizione medievale secondo cui l’offerta di cibo è simbolo di riconciliazione, utile quindi a eliminare eventuali rimorsi del boia. Segue l’ultimo viaggio del condannato nel mondo terreno, un cammino “da una cella alla tomba, dalla vita alla morte”, come descrive Richard Michael Rossi nella sua sconvolgente testimonianza. “L’uomo morto che cammina” percorre il “miglio”, protagonista dello struggente romanzo di Stephen King, che si conclude nella stanza adibita alla morte, e alla tortura potremmo aggiungere. Gli “spettatori” assetati di vendetta e in preda a una perversa curiosità, malcelata da un’esibita volontà di giustizia, guardano dal vetro divisorio il pubblico assassinio di un uomo che viene punito per lo stesso reato che lo Stato in persona sta perpetrando in nome di una giustizia non più degna di questo nome. I metodi di eliminazione sono vari, sedia elettrica o impiccagione, camera a gas o la più “umana” iniezione letale: in alcuni stati, come la Florida, il condannato ha il “privilegio” di scegliere il metodo con cui farsi uccidere, valutando quale sarà quello meno doloroso. Peccato per la lista infinita di “errori” tecnici che hanno causato lunghe e atroci sofferenze a tanti colleghi di sventura, i caritatevoli carcerieri non glielo diranno. Infine, per trasparenza e completezza informativa, il sistema giudiziario prevede la registrazione dell’ultima dichiarazione del condannato, il quale, legato al suo strumento di morte, è invitato a pronunciare le sue ultime parole a un microfono posizionato a pochi centimetri dalla sua bocca. Il dipartimento di giustizia criminale del Texas è così zelante da registrare accuratamente sul sito web la lista completa dei condannati a morte dal 1982 a oggi, corredata dalle informazioni anagrafiche, biografiche, i crimini commessi, la data di esecuzione e, appunto, l’ultima dichiarazione.

2.4

Oltre all’intrinseca ingiustizia e inaccettabilità di uno Stato che si fa mandante ed esecutare di omicidio, sono molti i casi di innocenti messi a morte a seguito di processi sbrigativi o, peggio ancora, guidati da pressioni politiche. Il caso più noto è l’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, che per la loro ultima cena, riproposta da Hargreaves, ordinarono zuppa, carne, toast e tè. I due attivisti anarchici vennero arrestati con l’accusa di aver partecipato ad una rapina in cui erano stati uccisi a colpi di pistola due uomini. Dopo un processo che si protrasse per 7 anni, in cui emersero  pregiudizi e una precisa volontà di perseguire i militanti di organizzazioni sovversive (era il periodo più caldo dell’azione anticomunista del governo USA, la cosiddetta caccia alle streghe), furono condannati alla sedia elettrica. Né Sacco né Vanzetti avevano avuto precedenti con la giustizia, ma erano conosciuti dalle autorità locali come anarchici che erano stati attivi in scioperi, agitazioni politiche e propaganda contro la guerra. Sono stati necessari 50 anni perché la loro innocenza fosse formalmente riconosciuta dal governatore del Massachusetts Michael Dukakis, il quale ammise che si trattò di un vero e proprio delitto di stato e proclamò martedì 23 agosto 1977 “giorno commemorativo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”, dichiarando inoltre che “ogni stigma ed onta venga per sempre cancellata dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, dai nomi delle loro famiglie e discendenti”. La vicenda, a cui Giuliano Montaldo dedicò il film “Sacco e Vanzetti”, divenuto il manifesto del movimento abolizionista, scosse l’opinione pubblica e animò il dibattito sulla pena di morte.

La discriminazione razziale, soprattutto in Georgia, è il motore di molti casi di giustizia sommaria e condanne capitali sentenziate con leggerezza, tema controverso che ha ispirato la letteratura e il cinema. Si pensi ad esempio ai romanzi, da cui sono stati tratti gli omonimi film, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e Il Miglio verde di Stephen King.

2.5

Si aggiungono poi le vicende delicate inerenti la questione della sanità mentale: come stabilire quando l’imputato ha commesso un crimine senza essere consapevole della sua azione? Un colpevole che non sa di esserlo merita di morire? Tra i vari esempi Hargreaves sceglie di rappresentare il caso di  Ricky Ray Rector, la cui ordinazione per l’ultimo pasto fu di bistecca, pollo fritto, succo di ciliegia e una fetta di torta pecan. L’aspetto inquietante, riportato dall’artista nella didascalia, fu la sua dichiarazione di voler conservare la torta “per dopo”. Era ironico o non consapevole che non ci sarebbe stato alcun futuro ad attenderlo? Accusato per l‘omicidio di varie persone nel corso di una sparatoria in cui era stato colto da un raptus di follia, sparò al poliziotto che lo stava arrestando e poi tentò il suicidio con un colpo alla testa. Nonostante la gravità delle sue condizioni riuscì a sopravvivere ma rimase segnato da gravi lesioni cerebrali, fattore che avrebbe dovuto essere considerato nella decisione di sentenza capitale.

2.6

Hargreaves include poi nella serie alcuni condannati la cui vicenda ha fatto particolarmente scalpore per l’efferatezza dei crimini commessi, tra cui John Wayne Gacy e Timothy McVeigh.

Gacy, soprannominato Killer Clown e divenuto così famoso che Sufjan Stevens gli dedicò una canzone, fu condannato per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 adolescenti e giovani uomini, di cui 27 seppelliti nella sua cantina. Si godette un ultimo abbondante pasto a base di pollo fritto, patatine fritte e fragole, che Hargreaves dispone in un contenitore di alluminio creando un enorme piatto unico, allusivo alla voracità di Gacy.

Mc Veigh fu condannato tra gli attentatori di Oklahoma City del 1995, crimine che motivò come vendetta per il massacro di Waco: una giustizia basata sul principio dell’occhio per occhio, che lo Stato alimenta invece di fermare. Il suo ultimo pasto fu una ciotola piena di gelato alla menta e cioccolato, richiesta insolita e difficilmente accostabile alla personalità dell’uomo.

2.7

Di notevole impatto emotivo è l’immagine dedicata ad Angel Nieves Diaz: un piatto e un bicchiere di plastica vuoti, il nulla che precede il nulla eterno. Diaz, accusato dell’omicidio del gestore di un locale notturno, si proclamò innocente fino alla fine ma i suoi appelli rimasero inascoltati. Alla tortura psicologica si aggiunse quella fisica: 39 minuti di atroci sofferenze a seguito di un malfunzionamento del cocktail di tre farmaci, iniettati nel suo corpo legato a un tavolo di metallo. Ancora una volta ci si chiede come l’omicidio premeditato e la tortura possano rientrare nelle procedure giudiziarie di uno Stato democratico che, in contraddizione con se stesso, ne afferma la necessità per ristabilire la giustizia. Coloro che sono favorevoli alla pena di morte le attribuiscono una funzione preventiva essenziale in quanto elimina in via definitiva la possibilità che il criminale reiteri il delitto e la ritengono un efficace deterrente per chiunque si appresti a delinquere. Tali asserzioni vengono confutate dagli abolizionisti che pongono l’accento sull’effetto disumanizzante della pena di morte che invece di favorire la difesa e la tutela della vita incentiva la brutalità dell’uomo, senza peraltro avere l’effetto di deterrenza sperato.

Se la violenza diventa il rimedio alla violenza, se lo Stato assolda killer professionisti e vendica le vittime del crimine commettendo un altro crimine, se invece di rieducare i suoi cittadini li trasforma in carne da macello, dov’è la giustizia? Dov’è la civiltà? Dov’è l’umanità?

 

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata