Testo di — GIULIA MAINO

 

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Parlare d’amore, per il cinema moderno, è sempre una nuova sfida. I registi contemporanei sviscerano, circuiscono e affrontano di petto il sentimento più vecchio del mondo colorandolo certe volte di cinismo, altre di becero divertimento, altre ancora di rara poesia. Esiste ancora, dunque, un modo di raccontare l’amore privo di pregiudizi, di filtri, in grado di restituire al pubblico l’incanto e la magia dei primi batticuori?
Her, quarto film del regista americano Spike Jonze (Nel paese delle creature selvagge, Essere Jhon Malkovich) tenta questa difficile impresa, con lo sguardo emozionato e curioso che caratterizza da sempre il PoV di chi lo dirige.

America, futuro prossimo. Theodore, impiegato in un’agenzia di lettere per procura alle prese con un divorzio difficile, acquista un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale, Samantha. Intraprende con lei una relazione amorosa, scontrandosi con i limiti della natura virtuale del suo amore e dell’opinione di chi gli sta intorno.

Nell’universo ordinato e color pastello creato da Jonze la parola d’ordine è “delegare”; delegare lettere d’amore ad un’azienda specializzata, la gestione dei propri impegni ad una voce invisibile che tutto sa e tutto vede,  la propria sessualità ad una chat fredda e impersonale. Le mani di Theodore toccano l’etere ed essa prende le decisioni per lui, lavora per lui, sente per lui. Ogni gesto, parola o emozione è affidato ad una forza invisibile, fatta di miliardi di stimoli percettivi e soluzioni pratiche e veloci per vivere meglio e più in fretta. Tutto ciò che circonda il protagonista è smart, nell’accezione più moderna del termine. Ogni oggetto sembra avere una propria coscienza, una propria volontà.

Quando Theodore “incontra” Samantha per la prima volta, è nervoso come ad un primo appuntamento; gli sembra di averla accanto, la sua percezione di lei è talmente vivida che prova desiderio, empatia, aspettative. In sua compagnia il tempo si dilata, si tende come un elastico, li isola dal resto racchiudendo i lori discorsi e i loro respiri in una bolla d’infinito. Samantha è progettata per migliorarsi, crescere; vive attraverso gli occhi di Theodore, osserva il mondo dal taschino della sua camicia ed è affamata di esperienza. Vuole conoscere il mondo sensibile, esplorarlo, crearsi un’opinione e delle sensazioni indimenticabili.

Il protagonista la accompagna in questa sua scoperta;  guida la sua voce e la sua virtuale ma palpabile sensibilità e le fa amare il mondo attraverso la sua vita, riscoprendosi entusiasta e grato di viverla. Il loro amore extrasensoriale è guidato dalle parole, vibranti e sommesse mentre fanno l’amore, divertite ed entusiaste mentre scoprono insieme la magia dell’esistenza, dolci e concilianti mentre cullano l’uno il sonno dell’altro. Tuttavia, a Samantha manca qualcosa.

Ella vuole “andare oltre il motivo per cui è stata progettata”, desidera abbattere i muri della pura coscienza, sapere cosa si prova ad avere un corpo. Samantha, “replicante alla rovescia” (i robot di Blade Runner erano umani nella forma ma privi d’anima, gli OS sono esattamente l’opposto) sogna di conoscere il mondo senza tramite, di condividere con Theodore non solo i pensieri, ma anche esperienze corporee, tangibili.

Un contatto che l’uomo teme, rifugge; schiacciato dal senso di colpa, dall’insicurezza e dalla paura si rifugia in una percezione di lei necessaria, ma volatile e scontata. Samantha, per contro, si rivela essere molto più ingombrante di un corpo fisico, poiché si insinua dolcemente nella concezione che Theodore ha di se. L’OS è cresciuta, cambiata attraverso i suoi sensi, ed ora è pronta a svilupparne di propri, più ambiziosi, indefinibili, inconcepibili per una sola mente umana.

Samantha infatti poco dopo acquisisce una nuova consapevolezza di sé stessa e delle sue potenzialità, abbandonando l’idea di amore costruita da Theodore e appropriandosi della propria. Egli si ritrova a fare i conti con l’indipendenza del sistema operativo, pronto a vivere indipendentemente da lui e dal suo punto di vista, perdendosi nell’immensa e inafferrabile dimensione delle idee. L’uomo rimarrà solo con se stesso e il suo nuovo modo di sentire, di essere in relazione agli altri, ritrovando la gioia e il brivido primigenio di poter provare sentimenti sempre nuovi e meravigliosamente destabilizzanti.

Gli OS, proiezioni di noi stessi e dei nostri desideri, aiutano l’umanità di Jonze a ritrovare fiducia nella propria esistenza, nelle molteplici e infinite sfaccettature di sé in un viaggio fatto di amore, sconfitta, complicità e perdita. Gli umani rinascono grazie ad un viaggio dentro sé stessi e la propria coscienza, lo stesso viaggio che ogni filosofo antico esortava ad intraprendere. “Conosci te stesso”, per innamorarti di ciò che sei e del mondo che ti sta intorno.

Spike Jonze, con il suo sguardo limpido e incantevole, ci descrive un’umanità 2.0 senza giudizi o preconcetti (non vi aspettate un’opera contro la depersonalizzazione dei rapporti umani, altrimenti uscirete dalla sala insoddisfatti) colorando le storie e personaggi di tonalità soffici, concilianti, che nella loro impersonalità non trasmettono distacco, bensì familiarità e plasticità infantile. L’immenso parco giochi tecnologico che circonda i protagonisti è un paese dei balocchi ritratto in una fotografia, un giocattolo ancora da scartare, un dolce invitante visto attraverso una vetrina.

La fotografia dai colori sfumati danza sulla pellicola grazie alla magnifica e struggente colonna sonora (Karen O, Arcade Fire) che accompagna la vicenda come una ninna nanna, che incanta e lambisce i sensi in una favola sensoriale. Le intense e preziose interpretazioni di Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson e Amy Adams rendono la pellicola impossibile da dimenticare.

Her è un piccolo grande film, da guardare in silenzio, soli con le proprie emozioni o in compagnia di chi le accoglie senza giudicarle; è una formula magica per la felicità, da ripetere sottovoce prima di dormire. Un regalo da fare a se stessi, per comprendere la grande e necessaria forza creatrice della (ri)scoperta della propria interiorità, un’occasione per leggersi dentro, e trovare ancora tante pagine bianche in attesa di essere scritte.

 

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