Testo di – DAVIDE PARLATO

 

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Soprattutto dopo la sua ultima fatica artistica, Robert Rodriguez può essere consacrato definitivamente come il grande patron del trash cinematografico attuale. Quando il cinema del suo collega e amico Quentin Tarantino al suo confronto sembra essersi trasformato in cinema di essai, Rodriguez si sforza in ogni modo di rilanciare un genere che fondamentalmente appare come una trasvalutazione estetica su tutta la linea dei valori classici intricati nella cellulosa occidentale: un genere che, fra nostalgia e creatività malsana, riesce a sfornare pillole di puro cinema, scevro di qualsivoglia contenuto, se non espresso come luogo comune.

Il manifesto di questa rinascita del genere trash è stata l’operazione Grindhouse lanciata nel 2007, con l’uscita dei due capolavori Death proof e Planet terror: impresa cinematografica sfortunatissima in termini di vendite e incassi, ma che, in qualche modo, ha lasciato il segno nella cultura del cinema attuale. E operazione che ha lanciato parecchi cineasti alle prime armi.

Infatti forse non tutti sanno che i famosi “fake trailers” che accompagnano i Grindhouse sono stati scelti in un concorso indetto dallo steso Rodriguez (a questo punto un vero magnate dell’ineleganza filmica) in cui si è chiesto di sfornare a registi più o meno famosi delle piccole perle rievocative del trash anni settanta-ottanta. I vincitori di questo contest di trailers furono Rob Zombie, con il suo The werewolves women of the SS, Edgar Wright con Don’t, Eli Roth con Thanksgiving (non dirò nulla di questi trailer micidiali perché, per gli amanti del genere, se non li avete mai visti: guardateveli!) e Hobo with a shotgun dei tre registi canadesi  Jason Eisener, John Davies e Rob Cotterill. Di quest’ultimo è stato sviluppato un film vero è proprio: e siamo arrivati al punto clou della questione.

Hobo with a shotgun è un film del 2011 dei tre sopracitati registi emergenti della Nuova Scozia, patrocinato dal buon Robert Rodriguez, nato come fake trailer e poi, al pari di Machete, sviluppato in un lungometraggio. Non è stato mai edito in Italia in quanto infarcito di troppi contenuti espliciti in fatto di violenza, ed è forse per questo che viene raramente ricordato nel podio dello squallido americano. Un vero peccato perchè è assolutamente un capolavoro di genere, e ci sono almeno quattro buoni motivi per questo: non vuol dire nulla, la sceneggiatura è di una banalità sconfortante, il sangue scorre a fiumi assieme al black humor del tutto non-sense, e, ultimo ma non ultimo, il protagonista è un geriatrico Rutger Hauer che “calcia culi” (traslitterando un’espressione americana appropriatissima) come ai tempi che fu replicante.

Il protagonista è un senzatetto che vaga per le desolate città americane di un futuro in cui la delinquenza appesta ogni strada. Nella malcapitata città criminale in cui il nostro eroe cerca un posto tranquillo dove accampare, un boss locale, aiutato dai suoi due figli teppisti, si diverte ad ammazzare gente, così, per ridere. Il suo racket di “ammazzare individui a caso” non piace al nostro clochard che, non riuscendo a chiudere un occhio su ciò che capita e non potendo dare una svolta alla sua vita comprandosi un tosaerba (esatto, vorrebbe fare il giardiniere: è questo il sogno americano), va in un negozio di pegni e con i soldi delle elemosine si compra un fucile a pompa e si mette ad ammazzare a  sua volta criminali a caso: facendo giustizia una cartuccia dopo l’altra (“makes justice shell by shell” come citano i giornali della squallida metropoli).

Un  protagonista, in fondo abbastanza truce, che fronteggia una serie di nemici, in una progressione esponenziale che ricorda fin troppo la dinamica a boss dei videogiochi giapponesi. Un setting del tutto casuale per giustificare l’orgasmo ematico di evirazioni, esplosioni di parti del corpo, amputazioni e “mortali ustioni da tostapane” (apice del film). Una sceneggiatura che evoca i continuazione i fantasmi dell’exploitation dei ruggenti anni settanta e ottanta, in particolare quei film postapocalittici dove l’eroe di turno decide di fare giustizia privata. E così il nostro eroe uccide, accompagnato da una soundtrack di synth ruggenti e un po’ sfiatati come nelle pellicole di Carpenter.

Rutger Hauer fenomenale nella sua inespressività assoluta (che è prerogativa dell’eroe trash, fondamentalmente) e nel suo reinventarsi gerontokiller a sangue freddo, non incapace di farsi i suoi monologhi filosofici in pieno stile Blade Runner.

Oltre tutto, valore aggiunto, il film fa ridere: ovviamente in un modo tutto suo, un po’ malato e cruento forse, privo di senso, ma dopo tutto il vero fattore esilarante del non-sense è il suo essere non-sense, e non importa di quanto sangue ne sia cosparso, basta che non voglia dire assolutamente nulla.

Dopo tutto “when life gives you razor blades, you make a baseball bat covered with razor blades”, citando il brocardo del cattivissimo Drake, il boss della città.

È un film che invito caldamente a cercare e a vedere ai patiti del genere. Un’opera filmica che, in pieno stile vintage, rende la violenza iperbolica con maestosità, tanto da creare un’estetica del brutto: e d’altronde è proprio questo il discrimine fra il film venuto male e il film volutamente brutto. Attenzione però a non ritrovare in questo una qualche critica sottesa al cinema sintetico dell’attuale panorama culturale: non c’è alcuna critica, alcun obiettivo se non quello di sfamare il consumatore cinefilo patito di genere. È cinema puro.

 Nella sua commistione caotica di luogo comune e di trovata splatter umoristica, è una pellicola che regala controverse emozioni, che merita di essere annoverato sul podio delle trashate cinematografiche par exellence di questa lercia “nouvelle vague” di sangue.

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