Testo di – PILAR PEDRINELLI

 

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“La bellezza? Si dice che è nell’occhio di chi guarda.”
“E se non c’è più nessuno a guardare?”

Holy Motors, Leos Carax

 

È stato Brandon Stanton con Humans of New York, nell’estate del 2010, a rispondere a questa domanda. Tramite un censimento fotografico di New York, Brandon, immagine dopo immagine, storia dopo storia, ci fornisce quotidianamente un’occasione di osservare cosa ci perderemmo se smettessimo di farlo.  
Subito nel mondo sono seguiti a Brandon altri osservatori. Tra questi, in Europa, Marco Massa a Roma, Humans of Rome. Stefano D’Andrea e Andrea Tilaro a Milano, Umani a Milano. E Eytan Levi e Marco Hazan a Parigi, Humans of Paris.

Humans of New york

 

Il perché di tutto il progetto l’ho chiesto direttamente a loro. Chi ha deciso di far prevalere sulla timidezza la voglia di osservare di quando era bambino, mettendosi in gioco. Chi aveva semplicemente una speranza, avendo voglia di vedere la propria città con occhi nuovi. Chi ci ha creduto fin da subito, capendo quanto avrebbe potuto essere fonte d’ispirazione per altri. Racconti che combattono con molte difficoltà, certo, date le innumerevoli paure che pervadono gli Europei quando si incontra il tema della privacy e le diverse abitudini culturali che rendono più chiusi e più restii a raccontare spontaneamente qualcosa di sé. Ma anche le similarità sono molte. Roma, ad esempio, che condivide con New York la varietà della popolazione, da turisti ad immigrati, dove non si parla ma si urla, rimanendo sempre intatta, con un’unicità secolare non solo nel luogo, ma anche nelle persone. Milano, che non finisce mai di stupire, nascondendo pezzi di mondo in luoghi improbabili. Parigi, che dal 1920 si gioca tutto con New York, specialmente quando si tratta di sogni ad occhi aperti.

Per capire meglio come queste similarità stiano prevalendo sulle difficoltà, ho posto direttamente alcune domande a questi narratori 2.0.

humans of rome

 

Come riesce ad approcciarsi agli “Umani”?

Humans Of Rome: La chiave nell’approcciarsi a un estraneo è la naturalezza, non tanto quello che dici ma come lo dici. È un delicato equilibrio: troppe parole, troppo velocemente, ti faranno sembrare come un venditore e la persona in questione erigerà una barriera difensiva. Al contrario, un modo di parlare lento ed impacciato non farà scattare la scintilla di curiosità necessaria. Se ho voglia di scattare una foto a qualcuno ci deve essere un motivo. Io cerco far capire che il mio motivo è fatto di buone intenzioni, usando un tono di voce “innocuo” e portandomi allo stesso livello emotivo della persona che ho di fronte. Ovviamente dopo una domanda come “Potrei farti una foto?” la maggior parte delle persone si insospettisce e si riempe di pensieri negativi. È semplicemente l’ istinto di sopravvivenza che entra in azione. Spesso mostrando le foto che ho fatto in passato o mostrando il mio blog riesco a passare da predatore a compagno di sopravvivenza. Con le persone più anziane invece la parola è più efficace: loro sono le uniche persone che non approccio direttamente chiedendo una foto. Cerco di entrare in contatto parlando di ciò che ci circonda, arrivando poi lentamente a un livello più personale. Le persone anziane hanno bisogno di tempo per fare amicizia, perché sono abituate così. Ma il livello di profondità a cui si arriva con le loro storie è spesso il più grande, e alla fine ti lasciano sempre con un sorriso, contente di aver liberato un ricordo, una storia che non condividevano magari da anni. Ogni persona è diversa, richiede un approccio diverso attraverso cui si ottengono risultati diversi. “Facciamo tutti, in tutto il mondo, le stesse cose. Ma in modo diverso”. Parafrasando una frase che Steve McCurry ripete spesso. C’è chi ci si avvicina di più e chi meno, ma nessuno riesce a vivere una vita intera senza un barlume di unicità. Lo stereotipo è solo uno strumento per farsi due risate innocue ogni tanto.  
   Umani A Milano: I milanesi hanno dovuto adeguarsi a un clima strutturalmente orribile, a secoli di invasioni e al furto dell’acqua: le hanno tolto l’Olona, il Seveso e il Lambro sono stati usati come discariche dalle industrie e i Navigli sono stati sepolti. Ogni grande città ha un fiume, è naturale che abbiano la scorza dura. Ma quando arrivo e sorrido, mi sorridono a loro volta. Anche e soprattutto i “nuovi milanesi”.

Humans Of Paris: All’inizio era molto più difficile approcciarsi alle persone che volevamo fotografare, ma adesso sappiamo riconoscere più o meno quelli che accetteranno e quelli che diranno di no al nostro tentativo di reportage. Un peccato: tuttavia, solitamente, sono gli individui più interessanti.

 

Qual è la cosa più strana che Le è capitata, da quando ha iniziato il progetto (la storia, lo sguardo o l’occasione che più l’ha colpita)?

HOR. Voglio raccontare un episodio di cui non ho mai parlato, perché non è risultato in una foto. Sull’Aventino, vicino al famosissimo Giardino degli Aranci, c’è una donna senzatetto. Con lei ho avuto la conversazione più vasta ed intelligente di sempre. È una donna di origini americane che vive qui da tantissimi anni. Un pozzo di conoscenze che spaziano dalla filosofia all’astrofisica, dalla storia all’arte. Il tutto racchiuso in una persona riservatissima, che vive in un vialetto di sanpietrini nascosto che difende come un castello. Ogni turista che passa viene sgridato se porta la sua macchina fotografica all’occhio per scattare una foto nei paraggi. Io sono riuscito a parlarci, ma non a farle una foto. Dopo quasi due ore di conversazione sono stato allontanato da un altro senzatetto che, con fare aggressivo, si diceva suo compagno. Lei ha cercato di calmarlo ma poi ha dovuto salutarmi, quasi in totale sottomissione di quest’altra persona. Quell’episodio mi ha aperto la mente, mi ha fatto capire quanto può essere lunga e complessa la vita di ognuno.
   UAM. Un fioraio mi ha raccontato di quando lui e i negozianti della via hanno posato quasi nudi per un calendario per raccogliere fondi per la ricerca su una malattia rara, di cui soffriva una ragazza della zona. Un bella storia. Poi c’è la ragazza sorridente alla quale ho chiesto la foto dicendole che mi sembrava una bella persona e lei mi ha risposto che mi ringraziava e che non se lo sentiva dire da tanto tempo, e ha cominciato a piangere. Un’altra bella storia. Le belle storie non sono per forza edificanti.
   HOP. Direi che la cosa più strana che ci sia capitata da quando abbiamo iniziato Humans of Paris è stato l’”appetito” di conoscenza mostrato da chi ci segue nel volere leggere le storie sia in Inglese sia in Francese. All’inizio, poiché meno del 3% delle persone sulla pagina parlava Francese, scrivevamo post solo in Inglese. Poi abbiamo cominciato a ricevere numerose richieste di persone non francesi che volevano sapere come una determinata frase sarebbe suonata nella lingua d’origine, poiché ritenevano sarebbe stata più “vicina” alla persona fotografata. Chiaramente abbiamo subito soddisfatto la loro richiesta, con molto piacere.

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Cosa si prova a diventare così intimo con un soggetto, sentire la sua storia e poi scattarne un’istantanea? Come si fa a trasportare così tanta emozione in una foto?
     HOR. Si prova empatia. In una foto che ho fatto a Vasil, reduce dalla guerra in Afghanistan degli anni 80, anche io ho dovuto trattenere le lacrime. Quella foto l’ho fatta a 200 metri da casa mia. Continuavo a ripetermi questa cosa mentre tornavo a casa. Per me è un dato significativo. Penso che per trasmettere emozione con una foto, bisogna immaginare i pensieri di chi si sta fotografando. Quando qualcuno mi racconta una storia, nella mia testa creo un film, e la persona diventa un attore. Anche osservando il comportamento e il modo di fare o di parlare si può trasmettere l’emozione in foto. Cerco di scattare nel momento in cui trovo qualcosa che caratterizza la persona, che rende semplice all’occhio quello che in realtà è complessissimo. Quando riesco in questo, perché ovviamente non mi capita sempre, penso di essere la persona più soddisfatta del pianeta. 
    UAM. É un mistero. Da scrittore sono abituato a pontificare, ma il mio bisogno di “relazione” (che tutti abbiamo e al quale io ho deciso di rispondere così) mi ha messo in una posizione meno arrogante. É sorprendente come capiti di diventare “intimo” con qualcuno in solo due minuti. Forse è per il disinteresse del progetto, forse l’adulazione che mostro, cercando persone che a loro modo mi ispirino bellezza, o solo perché a mia volta rispondo senza volerlo a un bisogno dell’altra persona, quello di essere fermata per strada e virtualmente “abbracciata”. É l’antico tema dell’estraneo che diventa conosciuto, perde tutta la sua aura di minacciosità.
    HOP. Talvolta affrontiamo conversazioni molto lunghe con le persone che fotografiamo, a volte fino a mezzora con ciascuno. Quando hanno molto da raccontare, li incoraggiamo ad inviarci un messaggio con tutto quello che si sentono di condividere. Cerchiamo di tradurre le loro emozioni usando dialoghi piuttosto che descrizioni con il fine di rimanere il più possibile fedeli a quello che ci hanno trasmesso, il detto e il non detto.

 

Fermata del bus. Una persona sta per salire e lei chiede se è possibile fotografarla. Perché quella persona dovrebbe decidere di aspettare il prossimo mezzo per affidarLe i suoi ricordi?

HOR. Penso che l’abitudine e la curiosità siano i due aspetti più potenti della natura umana. C’è una grande differenza però fra le due. Mentre l’abitudine costruisce, la curiosità rompe. E non c’è cosa più istintiva e appagante che rompere. Se riesco ad accendere una scintilla di curiosità in qualcuno, questo è in grado di smettere di fare praticamente ogni cosa, fintanto che questa scintilla resta viva. A primo impatto questa persona può essere curiosa nei miei confronti, nei confronti di quello che sto facendo. Quello che devo fare a quel punto è ribaltare in fretta questa curiosità sulla persona stessa. È molto bello essere curiosi di se stessi, tirando fuori un ricordo, o un aspetto estetico o della personalità. Sono sicuro che vale un bus perso, forse anche due. Di sicuro tre è troppo, se ci troviamo a Roma (i romani capiranno).
   UAM. Per la mia bella faccia. Se dovesse prendere il tram, le farei una foto al volo se mettesse la testa fuori dal finestrino.
   HOP. Dipende totalmente dal tipo di persona. Ci sono persone che non considererebbero nemmeno per idea la nostra richiesta, mentre ce ne sono altre (e fortunatamente sempre di più) molto disponibili che si fermerebbero per qualsiasi motivo. Penso che avere così tanto seguito sulla pagina renda il tutto più serio, mostrandoci più reali di quanto possiamo apparire ad una prima diffidenza.

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Qualsiasi cosa che vorrebbe dire a qualcuno, in qualunque luogo.
   HOR. Buttatevi. In tutto quello che volete, anche se non siete sicuri. Più varianti immettete nella vita, più risultati vengono fuori. È semplice matematica.

UAM. Vorrei limitarmi ad ascoltare le loro storie. Però una cosa la devo dire: non tollero i piangina.

HOP. Hey, posso farti una foto?

Mi ritrovavo a guardare qualche foto su questi blog prima, ed ho cercato di pensare al perché di tutto questo successo. Fenomeno da social networks? Forse. Eppure ho la netta sensazione che ci sia dietro qualcosa di più forte, di più intenso, come un bisogno. Un bisogno disperato di raccontare una storia a qualcuno. Ecco ciò che hanno in comune tutti questi “Humans of”: creano possibilità, nuove occasioni, danno l’opportunità di spogliarsi dalle convenzioni, per una volta. Ho letto da qualche parte che ci si apre molto più facilmente con un estraneo, forse perché non si ha paura del suo giudizio, forse perché teniamo così tante cose dentro che, prima o poi, scoppiamo, con chiunque. Credo che lo stesso succeda con queste foto. I soggetti sono estranei, e in qualche modo ci confidiamo. Il perché? Perché sono persone normali che ci ricordano quanto possa essere straordinaria la normalità. Siamo così bombardati dall’estremismo, ovunque, che ci dimentichiamo che c’è qualcuno come noi. Qualcuno che ha commesso gli stessi sbagli, qualcuno che ha le stesse speranze, qualcuno che ha avuto il coraggio di fare qualcosa o di non farlo, qualcuno con le stesse delusioni e con le stesse gioie, qualcuno che sta per affrontare qualcosa che abbiamo già affrontato e qualcuno che l’ha già fatto. Credo che il successo di questi blog sia dovuto al fatto che guardiamo un estraneo eppure è come se guardassimo noi stessi, al fatto che ci sia qualcuno che ci ha dato l’opportunità di confrontarci con quello che pensiamo di conoscere ma mai abbastanza. Sotto le foto nessuno giudica, o perlomeno solo una piccola minoranza che ancora non ha imparato ad accettarsi. Tutti ringraziano per qualcosa, qualcuno tagga un amico, qualcun altro incoraggia il soggetto della foto.  Il commento più illuminante che ho trovato è stato :“ho bisogno di guardare il mondo così di nuovo”. Credo che parlando per se stessa questa persona abbia centrato il punto per tutti: guardare di nuovo al nostro vicino di tram, al fruttivendolo sotto casa, perché qui sta la magia, nel gesto di ogni giorno, non in epoche passate, non nell’estremismo. Hemingway diceva che non c’era nulla di straordinario nella scrittura, bisognava semplicemente sedersi e sanguinare. È quello che fanno questi soggetti e questi fotografi: si siedono e sanguinano, insieme, fornendoci un modo meraviglioso di affrontare i nostri demoni con storie di vita quotidiana.
Nelle giornate di Brandon ricorre spesso una domanda “Se potessi dare un consiglio ad un ampio numero di persone quale sarebbe?”.
Vorrei tentare di rispondere anche io.
“Sanguina. È così che le ferite possono essere viste e curate.”

Grazie a:

Humans of New York (http://www.humansofnewyork.com)
Portraits of Boston (
http://portraitsofboston.com)
Humans of Paris (
http://humansofparis.wordpress.com)

Umani a Milano (http://umaniamilano.tumblr.com)
Humans of Rome (
http://humansofrome.wordpress.com)

Mia madre, che sanguina troppo spesso.

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