Reportage di – VIRGINIA STAGNI

 

È facile essere buoni. Difficile è essere giusti. Victor Hugo

 

È un caldo pomeriggio e l’amicale sorriso del giudice Mario Conte mi accoglie su una terrazza al mare. È contornato da una famiglia raggiante, che mi riceve piacevolmente nel loro quieto quadretto intimo in cui mi intrometto. La familiarità del giudice così come la personalità forte di questo piccolo uomo sulla quarantina, in piena aria di villeggiatura, dall’energia indomabile, anche se in un gracile aspetto, mi sorprendono. L’energia, però, la si percepisce dallo sguardo. Al di là di rettangolari occhiali, Mario Conte mi entusiasma. La voce così pacata e trasparente, una gesticolazione cristallina, un’espressività di chi si appresta semplicemente a raccontarmi il suo lavoro, il suo dovere. Mario Conte non è una star, non è un amante dei riflettori e non è un istrione. Il giudice Conte è un uomo normale, che svolge il suo compito con una totale serenità e che risponde alla comunità, quella umana, che serve con dignitas e humanitas. È un uomo appassionato. Ha inseguito il suo sogno, quello di essere magistrato, all’epoca degli attentati di Capaci e via d’Amelio e ha celebrato la sua funzione in diversi processi di mafia, primi tra tutti Addiopizzo quater ed Eos, ma anche il processo a Marcello Dell’Utri del marzo 2013. Non ha paura Mario Conte, manager delle sue energie, equilibrandole tra famiglia, passioni e creatività. Il giudice Conte è un creativo infatti: la limitatezza del tecnicismo che spesso caratterizza la legge, sacra dea a cui egli risponde, è superata con le iniziative di un ex giornalista e un ex sportivo che non solo svolge egregiamente il suo dovere di magistrato ma compie anzi uno sforzo di comunicabilità verso l’esterno: come rendere la sua figura più umana e la sua funzione più comune? Come rendere l’Auctoritas vicina al cittadino? Sapendola comunicare. Dal connubio con la sua passione per il basket, Mario Conte scrive insieme al celebre giornalista sportivo Flavio Tranquillo quello che in Sicilia è e deve rimanere un best seller, “I dieci passi”, un piccolo breviario sulla legalità che, da rinati e rinvigoriti Don Abbondi, dovremmo imparare a tenere nel nostro bagaglio culturale personale. Non sappiamo se Mario, ex arbitro di pallacanestro, fosse bravo in questa attività. Questa volta non lo è stato per niente. Dalla prima all’ultima pagina, è vergognosamente di parte: nella partita tra legalità e illegalità il giudice Conte e il giornalista Tranquillo sono schierati. E non ne perdonano una a ciò che è illegale che, nonostante tutto, gioca ancora, con la sua forza bruta, in campo. Non c’è lealtà nei suoi passaggi, non c’è rispetto nel suo contropiede e non c’è eleganza nel suo terzo tempo. Mario lo sa e lo mostra ogni giorno ai bambini con cui si interfaccia, ogni giovedì, in giro per la Sicilia. Un giudice itinerante, un apostolo che, a sue spese, si reca in tutta la Sicilia per diffondere il volgo della kalokaiagathia. In questa intervista, che trovate qui riportata, vi voglio raccontare infatti il bello e il giusto che in Sicilia esiste. Vi voglio narrare la storia di un giudice che, con i suoi gesti quotidiani, la sua voglia di vita e vivere, ma soprattutto insegnare e ascoltare, sa esplicare perfettamente il senso della parola legalità.

 

Partiamo da una domanda ovvia ma che vorrei porre comunque. Perché hai scelto di dedicare la tua vita alla legalità?

Fare questo lavoro ti porta inevitabilmente ad avere particolare attenzione per le regole. Vorrei partire da un altro aspetto… è stato molto illuminante per me l’incontro con Flavio Tranquillo, perché abbiamo condiviso da subito l’idea di fare qualcosa per i giovani: una persona enormemente comunicativa e che mi ha sempre molto stimolato su quelli che erano i progetti e le idee possibili. L’idea del libro è nata con questo scambio: volevo scrivere qualcosa di utile, che collegasse sport e legalità. Con lui ci sono riuscito. Quest’anno è diventato un poco complicato, in quanto giro in una scuola diversa da ottobre a maggio ogni giovedì per portare il “discorso della legalità”. Questa è, per me, una parte integrante del mio lavoro. Fare questo mestiere bene significa cercare di spiegarlo e spiegare, soprattutto ai giovani, che cosa devono fare in concreto: un’attività che è da un lato prevenzione e dall’altro lato è totale parte di quella che deve essere la mia attività.

Quanto è stato faticoso da un lato il tuo percorso di carriera, dall’altro quello personale?

Non è semplice. Quello professionale trova un concorso molto delicato per cui ci vuole tanto impegno ma anche tanta fortuna, indiscutibilmente. Quello personale è complicato. Ma se dovessi consigliarlo ai miei figlio… sì, lo farei. È importante studiare, impegnarsi, avendo però anche chiaro che è una strada poco agevole e fatta di rinunce. Studiare senza un obiettivo è un problema che so essere molto sentito da voi giovani: io mi sento una persona privilegiata. Sono riuscito ad arrivare a un punto notevole, che dà orgoglio.

Orgoglio, ma anche un po’ di solitudine?

Mi sento un po’ un alieno a volte, so che non è una cosa semplice da vivere. Per come io intendo la professione, il giudice deve essere una figura abbastanza invisibile: sembra un po’ un contrasto con ciò che faccio quando vado in giro nelle scuole – sono molto meno invisibile di quanto dovrei essere – però secondo me il giudice è uno che non dovrebbe muoversi né parlare se non con le sentenze. In questo momento storico particolare però, dove ci sono dei problemi grossissimi legati all’informazione, quello che non fa l’informazione stessa lo devono fare i diretti interessati. In un modo o in un altro si deve trovare un sistema. Io credo che in questo la mia attività e quella di Flavio siano un’ottima soluzione. Scrivere o comunque incontrare le persone è un buon metodo perché possiamo spiegare senza fare particolare pubblicità.

Che percezione hai del tuo lavoro rispetto alle altre istituzioni?

La percezione è strana. Devo dire che molto spesso la criminalità nasce da una mancanza delle istituzioni. Non è una tendenza specifica criminale del singolo, di norma, ma è un atto di disperazione. Se lo Stato funzionasse, probabilmente cambierebbero molti rapporti. In primis quello della gente con lo Stato e con la legalità. Per questo ritorna fondamentale l’attività pedagogica da fare nei confronti dei ragazzi: bisogna insegnare ai giovani ad avere fiducia nello Stato e se non lo facessimo sarebbe come disimpegnarli dalla società.

Non è un po’ strano che l’attività pedagogica non venga esercitata da chi fa pedagogia, specialmente in questa regione?

È una domanda che spesso mi viene rivolta dagli insegnanti. Mi dicono “Lei fa una cosa bellissima, perché non viene fatto istituzionalmente, non è previsto esplicitamente una cura maggiore della legalità e del suo insegnamento?”. Mi fa sorridere questo. Ti racconto un episodio. Sono stato una volta in una scuola, la Federico II, in cui, se vai, vedi perfettamente uno spaccato di Palermo. Si trova in un quartiere che è a metà tra la Palermo “bene” e la Palermo “male” per intenderci, dove si vede effettivamente una realtà giovanile complessa. Sono stato invitato da un lungimirante coach di basket, Giuseppe Terrasi, mi ha portato in classe non come “il giudice che fa la lezione sulla legalità” ma come “il giudice ex arbitro che va ad arbitrare una partita”. È stata una cosa particolare perché a questi ragazzi va reinsegnato l’amore per la società, per la città e comunità in cui vivono, far capire che lo Stato è chi cerca di aiutarli fin quando sono piccoli a capire l’importanza delle regole. Io ho una mia idea: lo Stato ideale dovrebbe investire sulle tre S: sanità, sicurezza e scuola. Se questo non avviene, non si può avere una particolare attenzione nei confronti dei giovani: sì, bisognerebbe investire di più in un’attività pedagogica mirata. Però, io, personalmente, ce la metto tutta. Ma siamo in pochi.

Quindi, qui, chi non si mette in gioco sono i tuoi colleghi.

Questo è l’aspetto meno piacevole della vicenda. Mi sono trovato in una situazione folle. A Palermo noi viviamo moltissime contraddizioni. Una polemica che nacque anni fa sulla frase di Sciascia sui professionisti dell’antimafia, beh, continua a essere presente. Nei confronti di ciò io sono profondamente critico: nella mia esperienza professionale mi scontro quotidianamente con colleghi che mi dicono che perdo tempo nelle scuole o, anche, che lo faccio per farmi pubblicità. Una cosa che, ti garantisco, mi fa rabbrividire. Mi dà fastidio, è l’esatto contrario di come sono io, inoltre andare nelle scuole è faticoso, ma stimolante. Inviterei i colleghi che mi accusano di provarlo direttamente. Poi dire che è pubblicità… sono incontri anonimi, privi di pubblicità o vendita del libro. I rapporti con i colleghi sono particolari e quindi mi trovo in una condizione assurda in cui mi devo giustificare se giovedì parto con la mia macchina, a mie spese, e vado nella scuola x per parlare di legalità, sforzandomi di non perdere mai il tempo giusto da dedicare alla mia famiglia. Per me non è facile dedicare questo tempo ai giovani, ma lo faccio con amore. Ma in tutte le categorie ci sono invidie. Inoltre, qui c’è anche un meccanismo perverso in cui si pensa che la funzione faccia la persona, quando invece è esattamente il contrario. Chi esercita questo ruolo, poi, lo viva a suo modo.

Dal punto di vista mediatico come viene affrontata la tua attività?

Io sono un ex giornalista. Da ragazzo ho fatto il pubblicista, ho scritto per dieci anni di basket e devo dire che sono felicissimo di aver scritto un libro con Flavio, che adoravo e oggi stimo, come un fratello. Abbiamo spiegato i problemi dell’informazione ne “I dieci passi”. Io conosco molti giornalisti locali, non ci sono problemi nell’avere con loro rapporti diretti: piuttosto che vedere storpiate certe notizie, preferisco su atti pubblici fornire io stesso i dati, spiegandoli direttamente. Perché, sai, il problema dell’informazione è il qualunquismo.

Spesso, quando si gioca a basket, si difende o si può anche scegliere per un compromesso: cambiare strategia; andare “a zona” quando la difesa “a uomo” non tiene. Dicevi che sei sottoposto a compromessi: con il tempo, con gli impegni, con le istituzioni.

Il compromesso è fondamentale nella vita. Riuscire a mediare, usare il buon senso è una delle migliori doti per la mia professione. Non è facile. Quando la legge non lo consente, non essendo sempre scritta in modo agevole, il giudice si trova a colmare delle lacune. Questo va fatto con compromesso e buon senso.

Si rappresenta il compromesso nel libro: da una parte tu sei l’istituzione, l’auctoritas Stato, dall’altra Flavio è l’icona pop, l’autorità cestistica. Si nota nella scrittura: da una parte la tua abitudine al tecnicismo delle leggi, dall’altra l’amabile comunicabilità di Tranquillo. Ma come ci siete riusciti?

Il libro è stata un’avventura divertentissima. Il libro nasce con una mia testarda convinzione di dover fare qualcosa per i ragazzi: continuo a insistere con Flavio, cercando delle idee per un libro interessante. Nasce così una cosa a quattro mani, scrivendola online insieme su Google. Lui scriveva le domande, io di notte rispondevo. Io ho onestamente sempre avuto una predisposizione mentale a una dote molto giornalistica, la sintesi e la semplicità. Il lettore deve capire. No ai tecnicismi, sì agli aspetti tecnici ma anche alle informazioni pratiche. Che cosa fa realmente un giudice? Così è nato un connubio unico. La sua impostazione dinamica da telecronista è stata fondamentale. Credo che ci siamo riusciti. Alcuni mi dicono: “è un libro bello perché è semplice”. Per me non è un torto, anzi, è il complimento più bello. È ciò che volevo fare.

Nuovi progetti?

Abbiamo in cantiere un’idea che spero davvero vada in porto: vorremmo realizzare un lavoro teatrale sul libro: un amico scrittore-psichiatra ha scritto la sceneggiatura de “I dieci passi” e forse coinvolgeremo anche Luciano Ligabue nel progetto, per l’aspetto musicale.

Un modo di certo intelligente per diffondere sempre di più il volgo tra i giovani.

Sì, i giovani verrebbero attratti.

E i grandi?

Noi “grandi” dobbiamo fare un mea culpa: facciamo ritrovare ai giovani un mondo allo sbando. Più vado in giro per le scuole più mi accorgo di quanto serva un modo nuovo per orientare i ragazzi. I giovani hanno un sacco di idee e devono essere indirizzati. Le cose si possono cambiare. Addiopizzo e i suoi ragazzi sono un esempio: cambiare è possibile. Se qualcosa la vuoi fare, la fai. Il problema poi diventa il concetto cestistico però: fare squadra. Non è facile, non si è abituati a farlo, noi adulti non ve lo insegnamo…

Ma non ti è mai venuto anche il dubbio che vi sia una certa indifferenza dei giovani nei confronti di questi temi?

L’indifferenza c’è, ma rientra poi nel concetto dell’antimafia di facciata. Molta gente preferisce criticare gli altri perché fanno qualcosa, ma non sono in grado di proporre alternative, aiutando il sistema. Continua a non far nulla. Ma più che indifferenza c’è una cosa ancora più terribile: il qualunquismo, frutto di indifferenza e del fatto di avere un’idea assurda di lasciarsi andare. Cosa tipicamente sicula, devo dirlo. Ma è una cosa pericolosissima. Io me ne accorgo nel periodo delle ricorrenze delle stragi: si dice “tanto non cambia niente, io continuo a fare il mio dovere quotidianamente…”, ma è necessario spiegare che cosa sia il “dovere”, cioè non semplicemente fare il “tuo” ma essere parte di una comunità, fatto da cui nascono diritti e doveri. Ad esempio: quanti quando vedono un incidente stradale scappano? Hanno fretta? Anche se fosse, come si fa a dimostrarlo? Il giudice non è un superuomo ma piuttosto una persona normale che giudica sulla base delle prove. Le prove le fa la società. Come? Assumendosi le proprie responsabilità. Ai bambini io dico: fate gruppo, state uniti, fate squadra contro il bullo, siate i primi garanti delle regole. Una mia grande vittoria? Scoprire che un bambino, dopo aver avuto il nostro incontro, aiuta un altro per non cadere in una piccola fregatura da scambio di figurine: gli ha evitato di scambiare le proprie con quelle dell’anno precedente che gli erano state offerte. Forse sono un Don Chisciotte, sì, lo ammetto, a volte mi sento proprio così. Ma si comincia da qui lo scardinamento culturale e io lo faccio con grande passione. Ci credo.

Oggi sono figurine, domani chissà. Ma tu sei una persona ottimista?

Sì. Quest’anno verrò accompagnato nei miei percorsi dai ragazzi di Addiopizzo: loro mi aiuteranno ad avvicinare queste idee ancora di più ai giovani, perché anagraficamente più vicini. Sì, sono fiducioso e ottimista. I ragazzi di Addiopizzo mi permettono di esserlo per esempio: volenterosi, pieni di impegno, dignità. Anche se nell’occhio del ciclone per qualche periodo per questione di contributi, si sono sempre rialzati, in questa società in cui vi è una forte tendenza al disfattismo… Sono questi ragazzi la marcia in più: convincono i giovani a non spegnere la loro fiducia nel futuro.

La fiducia nelle istituzioni: è possibile?

Lo Stato non è altro che lo specchio della società. Bisogna partire da questo. Bisognerebbe far capire ai giovani che votare è una grandissima assunzione di responsabilità: dovremmo far capire quanto sia importante questo momento. È drammatico leggere nelle carte giudiziarie che i voti vengono oggi scambiati con pacchi di pasta, come era decenni fa. È qualcosa di tragico. Spiegare ai ragazzi che chi va al governo è qualcuno che è stato investito da noi è il primo passo.

Cosa sono le regole?

La regola tu la rispetti perché esiste e non perché le rispettano gli altri. Va bene che se le alte cariche non rispettano queste regole, tu fai più fatica a rispettarle, perché non ci credi neanche tu. Il problema grosso, attualmente, è far comprendere ai giovani l’assunzione di responsabilità, perché è molto più difficile, come diceva Giovanni Falcone, rimboccarsi le maniche e cercare di fare qualche cosa; perché lì scatta l’indifferenza, il “chi me lo fa fare”.

Ma non vi è una certa tendenza al disfattismo, al lamento, alla “bad news”?

Certamente: siamo bravissimi a veicolare i cattivi esempi piuttosto che i buoni esempi. E qui dobbiamo entrare in campo noi: noi dobbiamo essere veicolatori di buoni esempi. Lo dico con te perché so che sei laureata Bocconi: è come pensare a tutte le università private come covi di figli di papà, quando invece ci sono ragazzi come te che producono progetti incredibili, creativi, di valore. Questa è la nostra tendenza italiana: vedere solo il nero anche laddove ci sono delle eccellenze da promuovere, dei veri laboratori che dovete aver il coraggio di portare avanti e soprattutto comunicare all’esterno. Come nel caso Addiopizzo: è un unicum, ma si è anche scoperto che, anche qui, per certi meccanismi perversi, vi sono delle famiglie mafiose che tentano di infiltrarsi, visto che, comunque, i ragazzi di Addiopizzo non hanno particolari poteri di polizia e di controllo (attenzione: con questo non si indica che in Addiopizzo vi siano gruppi mafiosi iscritti); (come funziona Addiopizzo? Clicca qui: http://www.addiopizzo.org/ ): beh, insomma, è come il prete pedofilo che sconfessa l’intera chiesa. Purtroppo il problema dell’informazione è lampante: emerge solo un lato, quello negativo, dimenticando completamente il vero senso dell’iniziativa.

Molto spesso nel raccontare i problemi così come i fatti emerge un tratto delineante: vi è un uso spasmodico della retorica, che distorce ogni narrazione.

La semplicità della iniziativa de “I dieci passi” vuole proprio evitare questo. Ma lasciarlo come mero racconto può cadere nella noia: va tutto accompagnato con esempi tangibili, vicini. Combattere la mafia è anche combattere il bullo a scuola. È qualcosa di faticoso, duro, impegnativo: c’è chi mi risponde, tra i bimbi, che ha paura. È normale avere paura. Ma c’è l’insegnante, l’autorità a cui rivolgersi. E se un giorno lo fai tu, domani un’altra persona, si veicolano quelle buone prassi che sono fondamentali. Il giovane deve capire che cosa fare partendo dalle cose più semplici. E voi siete ottimi tramiti di attività che partono da concetti semplici ma che fanno cose grandi, che ammiro e che vanno comunicate e promosse. Questa tua inchiesta è una di queste.

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